Cannes 2023. ANATOMIA DI UNA CADUTA di Justine Triet, recensione del film vincitore

Anatomie d’une chute (Anatomia di una caduta) di Justine Triet. Con Sandra Hüller, Swann Arlaud, Mio Machado Graner, Antoine Reinartz, Samuel Theis, Camille Rutherford. Concorso. Vincitore della Palma d’oro al festival di Cannes 2023. Voto 8
Palma meritata? Ma sì, anche se avrei preferito fosse andata al Jonathan Glazer dell’irrisolto, ma ipnotico, potente The Zone of Interest o al gran turco Nuri Bilge Ceylan dell’intimo quanto monumentale Le erbe secche. O ancora, all’eterno loser – il che ne accresce l’aura di irriducibile non riconciliato – Aki Kaurismaki con Le foglie morte (erbe secche e foglie morte, che strane coincidenze di natura al crepuscolo in questo Cannes).
Triet era data a fine festival per favorita a parità di quote con Glazer, sicché la sua vittoria è stata una sorpresa soltanto per certi nostri provincialissimi critici con sguardo fisso sulla presunta, assai presunta, invincibile armada italica Bellocchio-Moretti-Rohrwacher e restii – incapaci? – ad allargare il proprio angolo di visione. Non proprio una sconosciuta, Justine Triet, con alle spalle film assai visti e discussi in patria (e pressoché non pervenuti da noi e, se pervenuti, tutt’al più in qualche sala per un paio di giorni o tre) come La battaglia di Solferino (che a suo tempo detestai), Victoria e Sybil (che invece parecchio mi piacquero), quest’ultimo passato in concorso a Cannes 2019 nell’indifferenza di gran parte degli italiani presenti, e scusate se mi ripeto sulla nostra nazionale di recensori in trasferta Croisette.
Siamo con Anatomia di una caduta (bel titolo, memore certo di Anatomia di un omicidio, il classico di Otto Preminger) nel genere del courtroom drama: tutti in tribunale, colpevoli, innocenti, accusatori, difensori, testimoni, pubblico diviso e rumoreggiante a tifare chi per gli uni chi per gli altri, tra rovesciamenti, colpi di scena, oscillazioni brusche tra certezze e dubbi, verità e menzogne, secondo i codici ferrei di un’infinità di film processuali della nostra vita, da La parola ai giurati di Lumet a Testimone d’accusa di Wilder all’hitchcockiano Il caso Paradine (che di Anatomia di una caduta mi pare il riferimento non dichiarato, viste le molte affinità di plot; e però si pensa  anche al semidimenticato Fatti di gente perbene di Mauro Bolognini: puree lì un’imputata e un misterioso, presunto delitto in famiglia). Genere che ultimamente ai festival è in forte recupero, si veda Venezia 2022 con Saint-Omer di Alice Diop e adesso Cannes con questo Triet in compétition e, alla Quinzaine, il bellissimo (se arriva in Italia non perdetevelo) Le procès Goldman di Cédric Kahn, e stiamo a vedere se sia solo un caso o, come si diceva un tempo, una tendenza (già, ma rivelatrice di che cosa?).
Un congegno, il cineracconto processuale, rimesso a nuovo per inoltrarsi nei chiaroscuri del presente, soprattutto la condizione femminile e la sua percezione-sedimentazione nel conscio e inconscio collettivi. E una donna è qui sul banco degli imputati, scrutata, esaminata senza tregua dalla macchina da presa, dagli sguardi del pubblico in aula e da quelli di noi spettatori in sala. L’abilità di Justine Triet sta, oltre che nella confezione ineccepibile e senza smagliature, davvero di alto artigianato (in una perfezione da cinema classico che ne fa un oggetto anche fin troppo chiuso, roccioso, imperforabile), nel riuso concettuale del genere del courtroom drama, piegandolo senza apparenti forzature a un’analisi-radiografia-vivisezione-anatomia della (in)consistenza dell’amore oggi, dei tormenti e della forse definitiva impossibilità delle relazioni uomo-donna, soprattutto all’interno dei vincoli coniugali. Il thriller da aula giudiziaria si congiunge senza proclamarlo ad alta voce – e quindi ancora più efficacemente – a un altro genere di matrice più autorialistica, quello che possiamo bergmanianamente dire “scene da un matrimonio”. Genere anche questo che negli ultimi anni ha ripreso vitalità, si pensi a Marriage Story di Noah Baumbach.
A Triet regista e co-sceneggiatrice riesce di mettere a punto un notevole ritratto femminile, di una densità psicologica, di una complessità e ambiguità sconosciute al cinema di puro genere, e nello stesso tempo di farne la materia di un prodotto (sia detto nella migliore accezione) di solido intrattenimento che trascina chi guarda nell’altalena del dubbio tra colpa e innocenza.
Siamo sulle montagne intorno a Grenoble, in uno chalet immerso nella neve e nei boschi dove vivono Sandra, il marito Samuel, il loro figlio di undici anni Daniel e il cane di famiglia (che avrà un ruolo centrale nello scioglimento del mistero). Samuel muore cadendo dall’alto della casa. Qualcuno l’ha spinto? O si tratta di suicidio? Un possibile omicidio, una casa isolata, la neve, una tragedia familiare, e si pensa, almeno noi italiani, subito a Cogne e al caso che sappiamo. Sandra è la prima anzi la sola sospettata. Chi altri se non lei può avere ammazzato il marito? Che tra i due fosse ormai crisi conclamata emerge dalle indagini e poi nel corso del processo. Sandra, di origine tedesca, per amore di Samuel ha rinunciato al suo lavoro e alla sua vita per trasferirsi a Grenoble, ma questo atto oblativo, di riuncia a sé per l’altro, non ha contribuiti alla riuscita del matrimonio, anzi ha finito col minarlo. Samuel, insegnante per ripiego e scrittore frustrato e mancato, invidia il successo ottenuto dai libri di Sandra, che a sua volta si sente prigioniera di quella casa e di quella vita che le ostacola la carriera. Una storia avvelenata, tossica. Triet, senza troppo forzare in proclami dalla-parte-delle-donne e facili metooismi, suggerisce come l’asimmetria nel successo sociale tra lui e lei, soprattutto quando a essere riconosciuta è lei e il penalizzato è lui, sia una delle dannazioni di coppia della nostra contemporaneità, mostrando attraverso il dispositivo del thriller come la rivalità, la lotta darwiniana per sopravvivere e emergere nel mondo sia penetrata all’interno della coppia e l’abbia devastata. Il resto è una sceneggiatura di precisione ingegneristica, dove anche l’immancabile colpo di scena è, oltre che inaspettato, pure verosimile, il che non accade spesso nemmeno nei migliori gialli (si potrà ancora dire: gialli?). Applausi e Palma. Peccato che il regolamento del festival impedisca di dare più di un premio a un film, sicché Sandra Hüller (la ricordate in Toni Erdmann?, film detestabile però lei magnifica), pur avendo messo a segno una delle interpretazioni dell’anno, non ha potuto vincere come migliore attrice. Doppiamente beffata, perché anche l’altro film di cui è stata protagonista a Cannes 2023, The Zone of Interest, ha ottenuto il Grand Prix escludendola ancora una volta dai giochi. Ma nei prossimi mesi di premi ne riceverà molti e dappertutto e stiamo a vedere se riuscirà a inserirsi anche nella award season americana di Oscar e Golden Globe (quanto agli europei Efa, non si vede chi possa a oggi contrastarla). Sarà il caso di citare anche Arthur Harari, che con Justine Triet ha scritto-sceneggiato Anatomia di una caduta. Un talento multiforme del nuovo cinema francese. Non solo sceneggiatore, anche regista: di lui si era visto due anni fa a Cannes, a Un certain regard, il bellissimo Onoda  sull’ultimo giapponese combattente della WWII (purtroppo uscito dal festival senza premi). E a questo giro lo si è visto pure come attore in Le procès Goldman, alla Quinzaine des Cinéastes: era il difensore dello scomodo, ostinatissimo imputato. Teniamolo d’occhio, potrebbe darci parecchio di interessante nel prossimo futuro.
UPDATE del 24 ottobre 2023: ho intanto scoperto che Athur Harari è, oltre che collaboratore di Justine Triet, il suo compagno di vita. Ho ritoccato il voto. da 7 e mezzo a 8.

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