Film (da non perdere) stasera in tv: BABY DRIVER di Edgar Wright – sab. 1 luglio 2023

Baby Driver – Il genio della fuga di Edgar Wright (2017), Rai 4, ore 21:20. Sabato 1 luglio 2023.
Visto retrospettivamente, questo film del 2017 ci appare già emblematico di un tempo, di un gusto di un’estetica, sorta di manifesto (al di là delle stesse intenzioni del suo autore) di un allora cinema nuovo-giovanottesco fortemente debitore degli universi videoludici. Caper o heist movie di quelli di velocità, con le fughe acrobatiche in macchina quale momento centrale e climax (The Italian Job, per stare a un archetipo, per non dire dei fondamentalissimi Bullit di Peter Yates, Driver di Walter Hill e Drive di Nicolas Winding Refn)), più coming-of-age, più romance (la storia tra il ragazzo protagonista e una cameriera è ad alto tasso di sentimentalità e non è puro ornamento o digressione rispetto al ramo principale, ma uno dei motori narrativi di tutta l’operazione), più noir del sottogenere brav’uomo o, in questo caso, bravo ragazzo di animo puro coinvolto in loschi giochi criminali malgré lui, ansioso di uscire dal giro ma impossibilitato a farlo da forze più grandi. Baby Driver è, iper modernamente, l’assemblaggio di tutti questi pattern (non solo) filmici, la loro fusione, l’amalgama in un flusso dove fatichi, tanto la compenetrazione è totale, a distinguere i singoli pezzi e i riferimenti a tanto cinema trascorso e appassionatamente omaggiato.
Di perfettamente contemporaneo Baby Driver ha segni inconfondibili. L’abbattimento definitivo della dicotomia tra alto e basso, tra autorialità e di genere, dato di fatto ormai consolidato ma che qui raggiunge l’autoevidenza dell’assoluto naturale. E poi, il massimo del genere con però un senso della stilizzazione inaudito, colori usati come segnaletica di caratteri, psicologie e funzioni narrative (e una tavolozza che per i suoi colori ipersaturi sembra quella di Wes Anderson, ma più sfacciata, più pop), cinema come fumetto e fumetto come cinema, ogni barriera di confine tra immagini in movimento e musica divelta, con il sound design che si fa narrazione e i movimenti di personaggi e mdp sintonizzati sulla musica, obbligati a seguirne il ritmo. L’adolescente Baby ha il talento quasi genetico della guida, nessuno come lui sa guizzare nel traffico, superare in velocitù ogni ostacolo, seminare gli inseguitori. Vivendo con un padre (putativo) disabile deve assai arrangiarsi per campare e dunque piegarsi a un losco figure di nome Doc (Kevin Spacey alla sua ultima grande performance prima della catastrofe degli scandali sessuali) che lo tiene in pugno per via di certi debiti pregressi. Mente di rapine in serie, alla testa di una banda di spietatissimi, Doc ingaggia Baby – uno di quegli inviti che non si possono rifiutare – come driver della sua azienda criminale. Tutto sembra procedere al meglio, con Baby imbattibile alla guida del dopo-rapina, sorta di automa che, isolandosi dal mondo con la musica sparata dalle cuffie, raggiunge una soglia di infallibilità pressoché oltreumana (a segnalare il quasi-sconfinamento del film nei territori del super-eroico). Ma, come insegnano tutti i noir, imprevisti e inciampi arriveranno. Con Baby che, innamorato della sua cameriera, precipita nell’umano mettendo a rischio quella non-umanità robotica che lo distingueva. Con Pazzo, uno svalvolato pure violento che non ce la fa a stare alla disciplina imposta alla banda da Doc e rischia di rovinare tutto con i suoi deragliamenti. E se Baby cercherà di farla finita con quella vita, stufo di essere ricattato e usato, comincerà all’interno della banda la resa dei conti.
Sinfonia del massacro con la musica – diegetica o extradiegetica – a indirizzare la sarabanda, abbagliante bellezza neofuturista delle automobili-bolidi, ebbrezza della velocità, orgasmo della caccia e della fuga spericolata come nel precedente Drive di Nicolas Winding Refn. Apoteosi della macchina cinema e del cinema come macchineria che sovrasta e ingloba i personaggi, salvo poi rischiare la rottura e l’ingorgo funzionale quando il fattore umano si imporrà sulla macchina. Successo clamoroso per il suo autore, il britannico Edgar Wright, leva 1974, regista di La fine del mondo e del flop di gran culto Scott Pilgrim vs. The World, e qui al suo apice, alla piena maturità (lo si è anche visto qualche anno fa in giuria a Venezia). Ansel Elgort, figlio del fotografo di moda Arthur (me lo ricordo molto bene, Elgort Senior, ai tempi in cui collaborava con i suoi servizi di moda regolarmente in bianco e nero a Per Lui e a Vogue Italia, testate Ciondé Nast diette da Franca Sozzani in cui lavoravo come redattore), è il perfetto protagonista-ragazzo, Lily James – un incanto – è la ragazza, di Kevin Spacey si è detto. Mentre Jamie Foxx è Pazzo e Jon ‘Mad Men’ Hamm è un altro pezzo pazzo della banda.
Dopo Baby Driver Wright ha firmato il molto ambizioso ma non riuscito Ultima notte a Soho, delusione cocente al Venezia-festival 2021. Quanto ad Ansel Elgort: sembrava che nessuno lo potesse fermare, invece la sua carriera si è bloccata e nemmeno lo spielberghiano West Side Story è riuscito a rilanciarla.

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