15 FILM da vedere e rivedere stasera in tv – domenica 9 luglio 2023

Base artica Zebra

Il segreto di una famiglia (La Quietud)

La banda del gobbo di Umberto Lenzi, Cine34, ore 21:00.
Umberto Lenzi alla regia e Tomas Milian, più che mai trucido e coatto, nel doppio ruolo del Gobbo, delinquente romanesco e parolacciaro e del suo gemello Er Monnezza (qui alla sua terza apparizione grande schermo, ormai una leggenda del nostro cinema bis e un beniamino del pubblico ultrapopolare). Non fu un set tranquillo, Lenzi e Milian avevano visioni diverse, e difatti fu la loro ultima collaborazione.
Mission di Roland Joffé, Iris, ore 21:00.
Gesuiti in missione in mondi lontani: ne parla il più recente Silence di Martin Scorsese, ne parlava già questo film spettacolar-impegnato di Roland Joffé che a metà degli anni Otanta fece sfracelli al box office e raccolse premi dappertutto: Palma d’oro a Cannes (addirittura), un Oscar, due Golden Globe, svariati Bafta. Adorato da quel pubblico engagé che vuol sentirsi virtuoso e intelligente anche nel mentre si abbandona al divertimento, perfetto dunque per la professoressa democratica di ogni paese e latitudine. I fans, e le fans soprattutto, di Robert De Niro lo considerano il vertice del loro idolo, appena insidiato qui quale sex symbol dal co-protagonista Jeremy Irons. Peccati e successive redenzioni. Paesaggi meraviglia, foreste sud-americane con tanto di cascate dell’Iguazù. Siamo in Paraguay difatti, a metà Settecento. I missionari gesuiti costruiscono chiese, e vanno anche parecchio oltre, stabilendo una solida alleanza con le neoconvertite tribù Guaranì e creando territori di fatto autonomi dalle corone iberiche in cui gli indios possono godere di ogni rispetto e diritto. Ma le potenze europee non tollereranno a lungo quell’eccezione, e sarà conquista e strage. Il bello di veder la chiesa e i gesuiti dalla parte dei nativi sud americani, in una sorta di pre-teologia della liberazione. Panorami da togliere il fiato che fan da sfondo a una storia magniloquente dove sono in ballo i grandi principi: la giustizia, l’uguaglianza, i diritti dei deboli. Retorico, certo, però lo spettacolo non si può discutere. Jeremy Irons e Robert De Niro dominano la scena, e un po’ se la rubano a vicenda. Colonna sonora di Ennio Morricone, forse la sua di maggior successo commerciale e internazionale di sempre.
Addio mia regina di Benoît Jacquot, Rai Storia, ore 21:05.
In the Cut di Jane Campion, Cielo, ore 21:15.
Il passo falso nella carriera di Jane Campion, il film che l’ha fatta precipitare tra gli autori all’inferno. Un thriller erotico che fu maltrattato in quanto goffo, imbarazzante, sconveniente, sguaiato, indegno della regista che aveva firmato Lezioni di piano. Che fraintendimento clamoroso. In the Cut è il film più coerente ed estremo della Campion, quello in cui la sua visione corporale dell’amore, e della vita tutta, si esprime pienamente. Una professoressa (Meg Ryan, uscita distrutta dal film) con l’alibi di uno studio sullo slang urbano si mette a frequentare i bassifondi. Conoscerà passione, peccato e colpa. La degradazione. Qualcosa che s’era già visto nell’altrettanto torbido In cerca di Mr. Goodbar che aveva rivelato nei primi Settanta la vena drammatica di Diane Keaton. In the Cut ha scene di un tale erotismo da lasciare esterrefatte le signore bon cui era tanto piaciuto The Piano. Mark Ruffalo, nella parte di un poliziotto, fu una rivelazione. E come stallone pure.
Tito e gli alieni di Paola Randi, Rai Gulp (42 dt), ore 22:35.
Piccola grande scoperta di qualche Torino Festival fa. Uno di quei film a basso budget e di buone idee e tempra registica chehan fatto rinascere – e ‘dal basso’ – il cinema italiano al di là dei soliti generi dominanti della commedia e dei romanzi criminali di vario tipo. E se la generazione di mezzo dei maestri Sorrentino e Garrone sembra avvitarsi nell’autocompiacimento manierista, c’è al di là un cespuglio rigoglioso, anzi un bosco ormai, di autori esordienti o quasi, magari con alle spalle militanze nel documentario più intransigente, che hanno cose da dire e le fanno, che realizzano cinema con i mezzi che possono, magari anche sbagliando – la carenza di solide sceneggiature resta la lacuna più evidente -, ma vivaddio provandoci. E crdendo ancora nel cinema come mezzo se non per cambiare al mondo almeno per immetterci qualcosa di decente. Ecco, in questa vitalità ritrovata si iscrive Tito e gli alieni, di una regista di cui poco so che si chiama Paola Randi, la quale dimostra di saper maneggiare molto bene le forme e i linguaggi di certo cinema di genere inventandosi un film assai personale che è malinconica, pudica e mai troppo lacrimevole cronaca familiare e insieme un’escursione nel fantastico, nell’onirico. In uno sci-fi domestico, a misura umana, che si fa estensione delle disperazioni e speranze dei personaggi. Davvero, non mi vengono in mente troppi precedenti da citare, il che è positivo e confortante.
Paola Randi gira il suo film americano – siamo in una terra di nessuno in un qualche profondissimo deserto, probabilmente del Nevada – e, mescolando italiano, napoletano, inglese, riesce in un’impresa che i più illustri Sorrentino (con This Must Be the Place) e Virzì (Ella & John) avevano fallito. Mastandrea, perfetto nel suo distacco, nel suo deambulare sul crinale tra cosiddetta normalità e follia, nella sua svagatezza da quasi-alieno, è un astrofisico italiano che si è arenato in quella parte di America ostinandosi nel suo progetto di stabilire un contatto con gli alieni (quelli veri, non lui), in una sorta di Arrival ma più sgarruppato. Tutti lo hanno abbandonato, solo lui ci crede ancora, più somigliante ormai a un mad doctor che a uno scienziato raziocinante. In quella minuscoila comunità nel niente c’è una giovane donna sua alleata, capitata lì a svolgere lo strano mestiere di wedding planner per chi voglia sposarsi in quello scombinato set di cerca-alieni. Ma a rompere la routine arrivano da Napoli i due nipoti del Professore, appena rimasti orfani e spediti lì dal defunto genitore con tanto di video-testamento. Sono un ragazzino e la sorella di poco più grande che allo zio professore chiedono di essere sanati, consolati delle ferite che i lutti familiari hanno loro inferto. E saranno le apparentemente scombinate ricerche cosmiche dello zio, quell’auscultare ossessivamente l’universo in attesa di segnali, a dare una qualche risposta. C’è, a sostenere il film, un’idea narrativa semplice e efficace. Ne esce un racconto gentile, terso, felicemente pazzoide e deragliato, di un surrealismo quieto e quotidiano. Dove Valerio Nastandrea domina con la sua solita non-recitazione puntiforme, con i suoi silenzi, le esitazioni, le pause.
Il giustiziere sfida la città di Umberto Lenzi, Cine34, ore 23:00.
Uno dei tanti poliziotteschi anni Settanta, genere che io adoro, ma non un poliziottesco qualsiasi. Firmato da un maestro di quel cinema come Umbero Lenzi, ha come main character un Tomas Milian pre-Monnezza che si fa chiamare Rambo, e questo molti anni prima che uscisse il film di Stallone (qui siamo nel 1975, Rambo arriverà negli anni Ottanta). Pare infatti che Milian avesse letto in America il libro First Blood con il personaggio di Rambo e, entusiasta, ne avesse adottato il nome. Il plot – siamo a Milano – vede un malavitoso in lotta con due clan opposti e che fa leva sulla loro rivalità per raggiungere i suoi obiettivi: sembra Per un pugno di dollari in versione nera, e difatti pare che il film sia ispirato proprio a Leone (e a Kurosawa, cui Leone si era a sua volta ispirato; ma qualcuno ha tirato in ballo come possibile riferimento, non sbagliando, perfino il goldoniano Arlecchino servo di due padroni). L’anno prima Umberto Lenzi aveva realizzato uno dei titoli oggi considerati imprescindibili del poliziottesco nella sua sottovariante ‘città violenta’, Milano odia: la polizia non può sparare, sempre con Tomas Milian.
Il segreto di una famiglia (La Quietud) di Pablo Trapero, Rai 5, ore 23:00.
Il signore della morte di Rick Rosenthal, Mediaset Italia 2, ore 23:25.
Il sequel di Halloween (l’originale, si intende), purtroppo senza più John Carpenter dietro la mdp – Rick Rosenthal non è certo allo stesso livello -, e che però co-firma la sceneggiatura lasciando di sul film il suo marchio di garanzia. Torna, ovvio, anche il killer Mike Myers, di nuovo alla caccia di Laurie Strode, sempre interpretata dalla Jamie Lee Curtis prossimamente premiata a Venezia con un Leone alla carrieta (dite voi se e quanto meritato; io dico di no. Con tutto il rispetto per la signore, intendiamoci). Con il grande Donald Pleasance.
Base artica Zebra di John Sturges, Iris, ore 23:35.
Film costruito sull’opposizione binaria amico-nemico, noi e gli altri, tipico del’America della guerra fredda. Solo che Base artica Zebra arriva un po’ tardi, nel 1968, ormai disallineato rispetto all’acme della paranoia antirussa, sicché finisce col perdersi in una Hollywood che ormai sta mutando pelle (e valori, riferimenti, visioni del mondo). Un sommergibile nucleare americano viene mandato in aiuto di una base meterorologica al Polo Nord. Ma quella che doveva essere una missione di soccorso si rivelerà assai più complicata, con l’equipaggio a confrontarsi con un ovviamente diabolico piano sovietico. Con Rock Hudson e Ernest Borgnine. Di quei film che allora sembravano antichi, pura archeologia, reazionari e che oggi risultano godibili per come restiuiscono la fragranza e anche la semplicità del cinema americano classico. Dirige il John Sturges dei capolavorissimi La grande fuga e I nagnifici sette.
L’allenatore nel pallone di Sergio Martino, Rete 4, ore 23:45.
L’allenatore nel pallone – con Lino Banfi nei panni di Oronzo Canà confuso e naïf allenatore della Longobarda, scalcinata squadra di calcio del Nord profondo – quando uscì nell’84 ebbe un successo da B-movie. Solo che con il tempo è diventato un culto, vendutissimo in dvd, tanto che il regista-produttore Sergio Martino nel 2008 ne ha fatto un sequel. Che è soprattutto un omaggio a Lino Banfi. Stracitato nei talk calcistici delle tv locali. Film a chiave: Canà era ricalcato nel suo ruspantismo e i toni vernacolari sull’allora famoso e, così lo si definiva, pittoresco Oronzo Pugliese, il calciatore ricccioluto Aristoteteles (genialata) invece sul brasiliano Socrates. La moglie di Oronzo si chiama Mara, dunque Mara Canà, come lo stadio leggendario di Rio. Cose così, di una comicità semplice oggi sostenibile e digeribile solo col filtro della nostalgia. Un film, in fondo, che era rimasto al decennio prima e al sottogenere della commedia da suburra, un film già allora sopravvissuto ai propri simili, film-chiusura di una stagione. Con Gigi e Andrea, sempre vogliosi di sesso e bonazze. Così si rideva, così si giocava a pallone.
Benvenuti a casa mia di Philippe de Chauveron, Rai 3, ore 23:50.
Un mio piccolissimo guity pleasure questo film francese che abborda nei modi della commedia popolare cose sensibili come la coabitazione multicuturale e l’accoglienza dell’altro, lo straniero, il differente, l’irriducibilbile alla nostra norma (e, specularmente, l’ipocrisia dei political-corretti pronti alla predica virtuosa quanto restii a passare alla pratica). Sarà che trovo Christian Clavier, l’attore protagonista, sempre perfetto quando si insacca nella parte del francese medio, del borghese costretto a confrontarsi con l’irruzione del non conosciuto nella sua vita.
In un dibattito televisivo il bourgeois di sinistra Jean-Etienne Fougerole, neo-autore del libro A braccia aperte in cui auspica una Francia plurale, inclusiva, polietnica, si scontra con il rappresentante della destra Barzach. Che provocatoriamente gli chiede: ma lei che tanto invita all’accoglienza se li prenderebbe in casa degli immigrati? Succede che una famiglia di rom venuti dall’Est Eropa e alloggiata in una roulotte non lontano dalla villa di Fougerole dopo aver saputo del libro (e del dibattito in tv) si autoinviti in  casa sua. E l’illuminato e riflessivo intellettuale non potrà certo chiamare la polizia. Potete immaginare cosa si sprigionerà dalla convivenza. Me lo ricordo non finissimo, però divertente assai, finalmente scorretto, con quella capacità che un tempo era della commedia all’italiana di svoltare in risata anche i temi bollenti.
Zombieland: Doppio colpo di Ruben Fleischer, Rai 4, ore 0:40.
Sequel del 2019, dunque ben dieci anni dopo, del molto fortunato al box office Zombieland che, svoltando lo zombie-movie in farsa squinternata, fissò un nuovo genere. Stesso regista, Ruben Fleischer, stessi protagonisti, Emma Stone, Woody Harrelson, Jesse Eisenberg, Abigail Breslin. I quattro cacciatori di morti viventi, divisi equanimemente in due donne e due uomini, hanno occupato la Casa Bianca ormai vuota di presidente dopo l’arrivo dei mostri venuti dalle tombe. Si rinnova la cacci al nemico mai-morto, sempre con trappole e metodi eccentrici e inventivi, ma si rinnvano anche le beghe interne ai quattro e ai loro vicini e collaterali. Volendo si ride anzi si sghignazza parecchio. Volendo.
I ragazzi venuti dal Brasile di Franklin J. Schaffner, Rai Movie, ore 0:40.
Notevole thriller del 1978, tratto da un besteller di Ira Levin (quello di Rosemary’s Baby), che mescola sci-fi, horror e nazi-movie. Un cacciatore di nazisti, un personaggio alla Simon Wiesenthal, scopre che in Brasile vive nascosto il diabolico dottor Mengele, responsabile ad Auschwitz di terribili esperimenti sugli internati ebrei, soprattutto bambini. Il nazi criminale è riuscito a fabbricare decine di baby-cloni di Hitler e farli adottare da famiglie disseminate in vari paesi. Obiettivo, formare un gruppo di fanatici che parta alla conquista del mondo. Il complotto verrà sventato. Dirige Franklin J. Schaffner, Gregory Peck è Mengele, Laurence Olivier l’uomo che lo bracca.
I segreti di Brokeback Mountain di Ang Lee, la7D, ore 0:50.
Il film che ha sdoganato a livello globale l’amore tra maschi. I bovari Heath Ledger e Jake Gyllenhaal si innamorano in un’estate anni Sessanta lassù tra i monti e i pascoli dello Wyoming. Sarà una love story appassionata e intermittente, entrambi si sposeranno e figlieranno e saranno costretti a incontrarsi clandestinamente. Finale da lacrima. Ang Lee, Leone d’oro a Venezia, filma un melodramma trattenuto che evita tutti i rischi della retorica gay vecchia e soprattutto nuova, aggira abilmente gli scogli del politicamente correttissimo, si attiene alla storia e all’amore, e non sbaglia niente. Da vedere e anche rivedere. Successo incredibile in tutto il mondo. Molti Oscar sfiorati, e però sfuggiti. Bravo Jake Gyllenhaal, ma il film se lo ruba tutto Heath Ledger: grande, commovente.
Attila flagello di Dio di Castellano & Pipolo, Cine34, ore 0:55.
Straculto se mai ve ne furono. Clamoroso flop alla sua uscita, questo pastiche finto storico e finto tutto di Castellano e Pipolo con un Abatantuono nella sua selvaggeria più estrema, diventerà poi con il tempo un film riverito dalla critica più oltranzista amante di generi e sottogeneri. Le invasioni barbariche secondo la commediaccia del nostro morente cinema anni Ottanta. Con una sbiottata Rita Rusic, allora signora Cecchi Gori (produce il marito).

Quello che (ri)vedrei io stasera è Base artica Zebra.

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