
Inside the Yellow Cocoon Shell (titolo francese: L’Arbre aux Papillons d’or; titolo originale in vietnamita Bên trong vỏ kén vàng), un film di Thien An Pham. Con Le Phong Vu (Thien), Nguyen Thi Truc Quynh (Thao), Nguyen Thinh (Dao), Vu Ngoc Manh (Trung), Presentato alla Quinzaine des Cinéastes. Vincitore della Caméra d’or per la migliore opera prima. Voto 8 e mezzo
Nella mia opinione, uno dei vertici di Cannes 2023 (ma ho visto che anche molta critica anglofona e francofona ne ha parlato bene, tra cui i Cahiers du Cinéma nel loro report dalla Croisette.) Alquanto inaspettato – ma anche questo è il bello dei festival: la rivelazione del talento – , perché parliamo di un esordiente assoluto nel lungometraggio, un giovane vietnamita di nome Thien An Pham con residenze passate e studi negli Stati Uniti il cui film dall’arduo titolo Inside the Yellow Cocoon Shell è stato presentato non al grande Festival dei lustrini, delle pompe celebrative, della montée des marches, ma alla collaterale e indipendente Quinzaine des Cinéastes (fino all’anno scorso Quinzaine des Réalisateurs, stavolta si è corretto lo storico brand in una formula diciamo più inclusiva e poligenere), una di quelle sezioni che fanno da incubatori per il cinema che verrà più che consacrare il già consolidato. Francamente, dopo averlo visto (tre ore e un minuto sulle scomode poltroncine del Théâtre Croisette, storica sala della Quinzaine), vista la sua ostinata, estrema autorialità, non pensavo che avrebbe vinto la Caméra d’or per la migliore opera prima, premio assegnato da un’apposita giuria (stavolta presieduta da Anaïs Demoustier: complimenti per il verdetto) al migliore film d’esordio tra tutti quelli presentati nelle varie rassegne di Cannes: dal Festival (Concorso, Un certain regard ecc.) alle parallele ma indipendenti, non solo la Quinzaine ma anche la Semaine de la Critique. Invece, incredibilmente, Caméra d’or e trionfo per Thien An Pham.
Devo dire che mi sono avvicinato a Inside the Yellow Cocoon Shell molto ben disposto per via di un precedente personale: nel 2021 stavo in giuria alla prima edizione di un festival che nel frattempo è cresciuto sano e forte – il Ribalta Experimentale Film Festival di Vignola, dedicato come da brand ai corti sperimentali – quando mi imbattei, restandone folgorato, in uno dei titoli in concorso, Stay Awake, Be Ready. Un rigoroso piano sequenza di una dozzina di minuti, in una lenta carrellata a ritroso a riprendere la vita formicolante e quasi bruegheliana di una piccola piazza di notte a Saigon (nessuno la chiama più da quelle parti Ho Chi Minh City), tra bambini mangiatori di fuoco, consumatori compulsivi di bevande e cibi vari, biciclette e moto in un caos stordente e furioso. Non fui il solo ad apprezzare, Stay Awake, Be Ready piacque anche agli altri giurati sicché non si faticò molto a decidere di dargli un premio. L’autore di quel corto era Thien An Pham. Quando me lo sono ritrovato nel programma della Quinzaine 2023 con Inside the Yellow Cocoon Shell (il titolo francee, chissà perché, è tutt’altro, L’arbre aux papillons d’or, L’albero delle farfalle dorate) potete immaginare la mia sorpresa e pure la soddisfazione. Moltiplicata dalla vittoria della Caméra d’or.
Il film conferma quanto lasciato intravedere dal corto, partendo con una sequenza (e un piano sequenza) molto simile. Siamo di nuovo di notte in una piazza di Saigon – simile, ma non la stessa -, gente che gioca a calcetto, moto che rombano, un tavolo di amici che mangiano e bevono e discutono, ed è spiazzante visto il contesto, di temi come la vita eterna, il destino, la fede, mentre intorno monta la frenesia di ogni metropoli asiatica, una confusione straordinariamente energica, giovane, accelerata. Poi fuori campo uno scchianto: un incidente di moto che pare subito grave.
Uno di quei ragazzi, Thien, lo ritroveremo in un centro massaggi che è un bordello mascherato. Si sta abbandonando alle manipolazioni di una ragazza quando arriva una telefonata. In quell’incidente notturno, gli comunicano, è morta sua cognata, mentre il figlio, un bambino di cinque anni di nome Dao, è sopravvissuto.
La vita di Thien cambia di colpo. Deve lasciare Saigon dove ha un promettente lavoro, farsi carico del nipote, riportare la salma della cognata al villaggio natio, in una valle lontana. Uno spostamento che per Thien segna una frattura, una presa di distanza dal presente e la reimmersione nel passato, la resa dei conti con la famiglia, l’inizio di una nuova vita al momento imperscrutabile. Di sicuro la fine di quella libera e senza responsabilità di Saigon. Ma a sorprendere lo spettatore occidentale è il Vietnam del film, il paesaggio umano, antropologico, storico che emerge durante e alla conclusione del tragitto metropoli-campagna di Thien (il film è, a modo suo, anche un road movie), un paese assai diverso dall’immagine prevalsa in Europa e Anerica nella seconda parte del Novecento, diciamo dalla guerra d’Indocina in poi. Quello che il giovane regista Thien An Pham ci mostra è il Vietnam minoritario – e tenuto in ombra nelle cronache e nelle ricostruzioni storiche pervenute da noi – della popolazione cristiana, una parte resistente e ostinatamente vitale in un contesto differente quando non ostile (per via della maggioranza buddista e del regime marx-leninista). Quei cristiani che nelle corrispondenze anni ’60-70 dal Vietnam in guerra – vietcong del nord da una parte, americani e esercito del sud dall’altra – venivano sbrigativamente rubricati sotto la definizione di Montagnards, senza approfondire troppo. Qua finalmentre entriamo dentro le vite (e nei riti del fine-vita, visto che assistiamo al funerale della cognata del protagonista e madre del piccolo Dao) del cristianesimo cattolico vietnamita. Thien aveva reciso i legami che lo legavano a quella cultura, ora, nel ritorno, ne riverifica la forza e l’ineludibilità. I suoi tormenti esistenziali, quel suo interrogarsi sul proprio destino hanno a che fare con la sua appartenenza relgiosa? quel dubitare quasi bergmaniano è il frutto dell’educazione cristiana? Questioni affascinanti, in un film così profondo-orientale, e spiazzante per noi.
Thien ritrova la sua ragazza, ora diventata monaca, ed è un altro motivo di turbamento. Incontra un vecchio che rivendica con orgoglio il suo passato di guerriero-guerrigliero, no, non come vietcong, ma come avversario dei vietcong nel nome fors’anche delle sue radici cattoliche, e potete immaginare l’effetto che fa tutto questo su una platea che il Vietnam l’ha sempre percepito secondo gli schematismi ideologici che sappiamo. Il film è strapieno di santi, santini, madonne, sangiuseppi, cristi in croce, sacri cuori trafitti e sanguinanti, candele, lumini, nenie e preghiere. Uno sfondo che dialoga continuamente con la mente e l’anima di Thien. Il quale precipita sempre più nei suoi fantasmi familiari e si mette alla ricerca del fratello scomparso, il fratello che ha abbandonato la moglie e il piccolo Dao. Per andare dove? Per scappare da chi, da cosa? E incomincia per Thien un’indagine al fondo di quella misteriosa sparizione che è, ancora una volta, una riscrittura del Cuore di tenebra conradiano.
In questo film incredibilmete stratificato e ambizioso per un autore esordiente, a stupire non è solo l’avventura esistenzale del protagonista, ma anche il come viene messa in scena. Siamo nei territori del cinema dell’osservazione, della rarefazione, della lentezza, del rigore. Echi di molto cinema che abbiano visto e amato. Si sono fatti i nomi di Bela Tarr e Anghelopoulos, quanto a me ci ho visto parecchio del cinema scabro di Robert Bresson e Antonioni. E poi, ovvio, le impronte di tanti maestri del cinema asiatico, in primis Tsai Ming Liang e Apichatpong Weerasethakul, ma anche il cinese Bi Gan, cui Thien An Pham si avvicina per l’uso virtuosistico della mdp: con ampio ricorso al piano sequenza come alla fissità ipnotica delle inquadrature, ormai la cifra, il segno identitario di tanto cinema nuovo che osa guardare lontano. C’è da sperare che la Caméra d’or vinta a Cannes (una sorpresa perché di solito le giurie di questo premio privilegiano film di contenuti, ovviamente engagé e politicamente molto a posto, mentre stavolta si è premiato un film di inaudita audacia formale) aiuti Inside the Yellow Cocoon Shell a viaggiare per il mondo. Poi sarà il futuro a stabilire se davvero sia nato un grande autore (io ci scommetterei).
CERCA UN FILM
ISCRIVITI AI POST VIA MAIL
-
-
ARTICOLI RECENTI
- Cinema stasera in tv: SPARTACUS di Stanley Kubrick – giovedì 24 settembre 2026
- Venezia 2026. LOOK BACK di Hirokazu Kore-eda: recensione
- Venezia 2026. LA MIA CLASSIFICA FINALE del concorso
- Venezia 2026. WOMAN UNKNOWN di May el-Toukhy – recensione
- Venezia 2026. POSSIBLE LOVE di Lee Chang-dong – recensione
Iscriviti al blog tramite email