Animal, un film di Sofia Exarchou. Con Dimitra Vlagopoulou, Flomaria Papadaki, Ahilleas Hariskos, Voodoo Jürgens. Concorso internazionale. Voto 7
Narrazione volutamente esangue, se mai sguardi da entomologo a scrutare avalutativamente il backstage, non privo di orrori, dell’odierno turismo di massa, degli estivanti sotto il sole. Siamo, in questo film greco di produzione, in Grecia, ma potremmo essere in un qualsiasi altrove mediterraneo, dalla Turchia alla Spagna, il paese che ha messo a punto il modello poi da tutti imitato delle vacanze a medio e basso costo per orde provenienti da centro, est e nord Europa affamate di calore e non solo, anche di sesso, alcol, corpi qualunque e a qualunque prezzo, sballi, notti senza fine al suono di ogni cattiva musica purché pulsante e martellante. Si pensa per un attimo, ma solo un attimo, ai due Mektoub finora visti di Abdellatf Kéchiche per la frenesia della carne e dei desideri, per la fisicità più o meno ginnasticata ma sempre esposta in un esibizionismo collettivo. Ma se in Kéchiche siamo in quello che nel primo Novecento si sarebbe detto inno pagano, nella celebrazione del corpo liberato, in una dimensione estatica e di godimento, qui siamo all’opposto, nel lato oscuro e buio di quella frenesia.
A condurci in questo girone pre-infernale è la piccola ma agguerrita crew, capitanata dalla trentenne e già veterana del mestiere Kalia, di animatori di un grande albergo su un’isola mai nominata delle infinite isole della Grecia, non sappiamo neanche se in Egeo o Jonio. Penate a Fiorello, colui che ha sdoganato e elevato la professione di animatore di villaggio on the beach a cosa rispettabile e perfino artistica? No, qui siamo, e di molto, nel post-Fiorello, non fatevi illusioni. Con animatori ballerini, musici, attori, intrattenitori, artisti del corpo di vario tipo e livello tra i quali accanto alla greca Kalia, capace di ogni performance con i suoi muscoli allenati, troviamo polacchi, bulgari, forse anche (non è molto chiaro) italiani. Una crew dove la nota dominante sembra essere, al di là dell’obbligata quanto finta effervescenza e gioia di vivere degli spettacoli messi in atto per turisti abbrutiti e avidi di stordimento, quella della malinconia. Il clown, signora mia, è sempre triste fuori scena. Lo dice il luogo comune, lo ribadisce questo film. Che tuttavia ha la qualità di non psicologizzare troppo e di evitare banali quanto inutili narrazioni. Meglio mostrare bene che raccontare male. L’unico personaggio di un qualche spessore, una qualche densità, resta Kalia, la capo-crew, rosa da un’insoddisfazione di cui non conosciamo le ragioni, solo gli effetti. Sogna e certe volte finge di essere anche lei una turista, per dimenticare quello che è, una professionista coatta al servizio dell’estate degli altri. Passa da un uomo all’altro sgusciando via da ogni possibile relazione (e bisogna dire che una volta tanto i maschi di questo film, diretto da una donna, non sono tutti descritti come portatori insani di tossica virilità, anzi l’austriaco con cui Kalia passa una delle sue notti è gradevole d’aspetto, gentile, ben educato, anche se non abbastanza sexy per interessarla davvero). Sicché Animal si avvicina più a un docu fictionalizzato che a una storia, mostrandoci senza troppi moralismi e spieghe l’orrore del più abietto turismo di massa (per carità, niente di nuovo, qualcuno ricorderà Piattaforma di Houellebecq). Interessante l’area geoculturale di provenienza dei vacanzieri di Animal, Austria, Germania, Bulgaria, Russia, Polonia, un’area centro-oriental-europea con dirmazioni balcaniche e levantine che si esprime secondo comportamenti, gusti e piccola antropologia quotidiana ancora a noi (intendo: noi italiani) in parte estranei.
Sarà catalogabile come (ex) Nuovo Cinema Greco, questo Animal, secondo i codici Lanthimos-Tsangari-Filippou?* Non siamo più ai ai primi anni Duemila, a quei film che hanno fatto universalmente scuola, come Dogtooth. Una stagione passata, di cui qualche eco resta però anche in questo lavoro di Sofia Exarchou: il disincanto, la capacità di cogliere il mostruoso e il repellente dietro la rassicurante normalità. Buona apertura di concorso, con la protagonista Dimitra Vlagopoulou in corsa come migliore attrice. Torna anche in questo film, come spesso ai festival, Felicità di Albano e Romina: era in un film di Cannes, anche se ahimè non ricordo quale, qui la dedica al karaoke una stonatissima tedesca all’adorato marito. Per i russi però, ma anche per gli ex sudditi dell’impero del socialismo reale come polacchi e bulgari, la crew esegue più volte a grande richiesta Un milione di rose, hit della popstar assoluta sovietica Alia Pugacheva. Quelli eran giorni, ha commentato qualche nostalgico del comunismo moscovita.
* Filippou è lo storico sceneggiatore di Yorgos Lanthimos.

Sofia Exarchou, la regista