Yannick, un film di Quentin Dupieux. Con Pio Marmaï, Blanche Gardin, Raphaël Quenard, Sébastien Chassagne. Concorso internazionale. Voto 8
Sembrava arrivato dalla musica al cinema per caso, Quentin Dupieux, quando nel 2002 girò il suo primo film da réalisateur, ci è invece rimasto dando prova di una tempra registica insospettabile, assestandosi nel corso degli anni Dieci e Venti cone un autore fuori rango e dotato di un’indiscussa, personale visione di cinema all’incrocio tra assurdo, surreale, grottesco, demenziale, parodia dei generi e molto altro ancora. Uscito dalla nicchia dei film di culto e diventato via via sempre più accessibile a un pubblico più vasto, senza per questo troppo concedere al mainstream. E ricordo il mio stupore qualche anno fa a Venezia nel vedere accolto tra grandi risate e applausi il suo Mandibules anche da critici non proprio coraggiosi (sarebbe di lì a poco diventato in Francia il suo primo vero successo al box office). Anche infaticabile, Quentin Dupieux. Presente adesso qui a Locarno in concorso con Yannick (spero vinca qualcosa, ma a contendergli il Pardo è subito arrivato il gran rumeno Radu Jude con un film, praticamente un capolavoro, dal titolo al solito complicatissimo e beffardo: Do Not Expect Too Much of the End of the World, Non aspettarti troppo dalla fine del mondo), prossimamente – dico Dupieux – pure a Venezia, ma lì fuori concorso con Daaaaali! A me Yannick molto è garbato, moltissimo. Un film piccolo ma tutt’altro che minore dove il suo autore-facitore non sbaglia una mossa, costruito con ingegneristica perizia, stavolta anche assai controllato nei soliti deragliamenti e derive à la Dupieux nel grottesco-freak, eppure sempre inconfondibilmente un Dupieux. Un fim che è teatro nel teatro. Teatro nel cinema. Metacinema. Metateatro. Cinema-teatro allo specchio. Mise en abyme a volontà. Ennesima variazione, però confezionata con precisione assoluta e con musicale senso del ritmo, sul tema vetero-pirandelliano dell’irruzione della vita nella finzione scenica (e del suo rovesciamento in finzione). I sei personaggi in cerca d’autore che si appropriano del palcoscenico e impongono la loro storia. Gli attori che contestano gli ordini e la messinscena del regista di Questa sera si recita a soggetto. Vero, tutto sdato e datato, visto e rivisto mille volte. E però un dispositivo che ho sempre molto amato (ogni tanto mi riguardo I sei personaggi su RaiPlay nella storica edizione De Lullo-Valli-Falk e ogni volta resto stordito, inchiodato) e sempre efficace, come no. Naturalmente Dupieux lo adotta e adatta ai suoi modi l’oliato meccanismo, cavandone un film incalzante, astuto, teorico e concettuale e nello stesso tempo massimamente godibile. Con pure quei dettagli sordidi inscindibili dal brand Dupieux.
Allora: una compagnia di guitti sta recitando in un teatrucolo un vaudevile, pure un po’ pochade, dal titolo Le Cocu, il cornuto. Ovvero il teatro francese più polveroso. Marito, moglie e amante in scena tra facezie, qui pro quo e battute telefonatissime. Lo scarso pubblico sembra perlopiù indifferente, a mezza strada esatta tra il rifiuto e l’entusiasmo. Ma uno spettatore, un giovane dalla faccia e dai modi taglienti, a un certo punto si alza, alza la voce, urla che lo spettacolo gli fa schifo, che gli attori fanno pena e che lui vuole, anzi esige, che venga subito interrotto. Ne ha tutto il diritto, all’interruzione, lui che ha lavorato tutto il giorno e cercava un po’ di svago e invece non l’ha avuto, lui che per venire a teatro si è fatto tre quarti d’ora di treno e un quarto d’ora a piedi. Sale sul palcoscenico, blocca la recita. Sarà lui a condurre il gioco, adesso, lui a scrivere una nuova pièce, più divertente – assicura – di quella che ha dovuto sopportare finora. Gli attori protestano, il pubblico esterrefatto sta a guardare. Finché il giovane uomo tira fuori una pistola, minaccia di usarla e allora è dramma. Non resta che obbedire. Lui si mette (faticosamente) a scrivere, costringendo gli attori a studiare il nuovo testo e gli spettatori a restare in teatro: tutti suoi ostaggi. Del resto, urla agli attori, “anche voi avete tenuto finora in ostaggio questi poveri spettatori. E me”. Non dico di più. Se non che si entra (anche) in una dimensione buñueliana con precise citazioni dall’Angelo sterminatore allorquando gli spettatori, impossibilitati a uscire, sono costretti a fare i loro bisogni dietro le tende o dove capita. Si resta avvinti alla macchina cineteatrale che un Dupieux in assoluto controllo ha messo in moto. Ritmo altissimo, colpi di scena, dialoghi taglienti. Scintillii continui di intelligenza. Con un finale aperto ma semplicemente perfetto. Nei momenti più cupi, quelli in cui il giovane psicopatico che vuole farsi teatrante si prende la scena e sottomette tutti i presenti con la minaccia delle armi, non si può non pensare allo spettacolo tragicamente spezzato del Bataclan (in qualche modo questo film è anche la rielaborazione di quel trauma, di quel lutto collettivo). Ancora di più si pensa all’irruzione del commando ceceno a Mosca nel teatro Dubrovka del 23 ottobre 2002. Una tragedia cui si sarebbe ispirato un film proiettato a Venezia 2015 mi pare nella sezione Orizzonti e poi uscito anche nelle sale italiane, Interruption, del greco Yorgos Zois. Al quale Yannick (è il nome del ragazzo con la pistola) molto somiglia.
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