Nu aștepta prea mult de la sfârșitul lumii’ (Do Not Expect Too Much From the End of the World), un film di Radu Jude. Con Ilinca Manolache, Ovidiu Pîrșan, Nina Hoss, Dorina Lazăr, László Miske, Katia Pascariu. Prodotto da Ada Solomon e Adrian Sitaru. Romania 2023. Concorso internazionale. Voto 8 emezzo
Continua a dividere e non piacere a tutti, anzi a piacere solo a una minoranza, il rumeno Radu Jude, oggi tra i maggiori cineasti non solo d’Europa. Non gli è bastato vincere la Berlinale nell’edizione pandemica online del 2021: Orso d’oro (meritato) al suo travolgente, smisurato, sregolato Bad Luck Banging and Loony Porn, titolo semplificato nella versione italiana in Sesso sfortunato o follie porno, Orso assegnato da una giuria composta da soli filmmaker, tutti già vincitori a Berlino, gente del mestiere che la statura del film e il talento del suo autore lo hanno colto al volo. Loro sì, ma un’infinità di critici e curatori di rassegne varie in giro per il mondo, compresi parecchi italiani dai nomi consolidati, continuano ad arricciare il naso di fronte a un cinema così fuori norma, abnorme, così maleducato, così (apparentemete) rozzo e naturale, istintivo. Qualche giorno fa al press screening questo suo nuovo e mastodontico lavoro, mastodontico per dimensioni, lunghezza, quantità di idee e di materiali visivi, anche per importanza e potenza nell’economia dell’attuale e alquanto esangue cinema d’autore, ha spaccato i presenti. Con un gruppo di suoi entusiasti supporter ad applaudire, applauso cui mi sono volentieri aggiunto pur senza essere un Radu Jude-groupie, e molti altri annoiati, delusi, perfino disgustati. Tant’è che uscendo dal Kursaal ho sentito un critico piuttosto famoso da queste parti lamentarsi al telefono di avere perso due ore e mezzo della sua vita “per una schifezza di film”. Al di là dell’aneddotica e del piccolo gossip da festival, resta da capire, e spiegare, come mai ancora una volta Jude non sia riuscito a piazzare un suo lavoro nei due festival maggiori, non sto a dire quali ché avete capito benissimo. Il salotto buono gli resta ancora sprangato. Ricordo che quando il fondamentale, forse il suo capolavoro, I Do Not Care If We Go Down in History as Barbarians (Non mi importa se passeremo alla storia come dei barbari) vinse a Karlovy Vary sui Cahiers du Cinéma un critico si chiese come fosse stato possibile che un film di tale stazza fosse finito in una vetrina importante, certo, ma minore come quella del festival ceco, e non avesse trovato accoglienza né a Cannes né a Venezia. Bene, anzi male, perché da allora non è cambiato niente visto che Do Not Expect Too Much From the End of the World nessuno se l’è preso a Cannes e neppure al Lido, ma ha trovato rifugio solo qui a Locarno. Jude resta tuttora e nonostante tutto un non-riconosciuto, un non-consacrato, un outsider magari rispettato ma tenuto lontano dal centro del sistema, mentre altri che non lo valgono ottengono palme e premi a profusione (ogni allusione a un certo regista scandinavo non è casuale).
Ma torniamo a Non aspettarti troppo dalla fine del mondo, titolo preso, assicura il pressbook, allo scrittore-poeta polacco Stanislaw Jerzy Lec, ed è solo la prima delle citazioni cui Jude anche stavolta indulge (è un vezzo: alla fine, come già nel suo film precedente, elenca gli illustrissimi da cui ha preso frasi, aforismi, ispirazione. Purtroppo non ho preso nota, ma mi par di ricordare nella lista anche Heidegger). Un film che è molti film, un’opera-mondo fonsata sull’accumulo e incastro di materiali eterogenei, di formati e statuti diversi: il cinema del reale puro, il cinema del reale contaminato e fictionalizzato, il found footage ovverso il riuso del cinema del passato, il digital-portatile di stories e reel Instagram e Tik Tok. Quanto ai registri, ai generi, alle coloriture, tutto Jude attraversa con ingordigia e energia inesausta, con sfrontatezza e audacia, ma anche con evidente entusiasmo per quella cosa che si chiama cinema, senza timore di sbracare e strafare, il che irrita fortemente le anime belle e le signorine bon ton della critica e delle curatele festivaliere, ed ecco allora il grottesco, il drammatico, la commediaccia, il road movie metropolitano, il picaresco, il cinema primario dello slapstick (nella conferenza stampa seguita alla proiezione e purtroppo durata meno di una ventina di minuti, tra le molte cose bellissime, acute, folgoranti Jude ha anche detto di essere innamorato del cinema muto, proprio del primissimo, quello delle scaturigini, che secondo lui è rinato incredibilmente su Tik Tok e Instagram con la stessa estetica semplice e selvaggia, con l’egemonia della corporalità, del movimento, sulla parola). Come dipanare un tale groviglio, due ore e 43 minuti in cui Jude non si concede, e non ci concede un attimo di tregua, stressandoci e mettendoci sotto pressione, così come il traffico impazzito di Bucarest e i troppi impegni di lavoro mettono sotto pressione e surriscaldano i nervi della protagonista Angela (una strepitosa Ilinca Manolache: che, se il film non vincesse come sarebbe giusto il Pardo d’oro – finora Non aspettarti troppo dalla fine del mondo si erge come un massiccio roccioso, o come un vulcano che sputa lapilli e cenere e lava, sul panorama di Locarno 76 – dovrebbe portarsi via a mani basse il premio di migliore attrice). Angela è una delle donne toste e combattive che abbiamo visto altre volte in Jude, in I Do Not Care If We Go Down in History as Barbarians e in Bad Luck Banging and Loony Porn per esempio, donne che non mollano mai, sole contro tutti, indipendenti, indignate, mai dome, costrette a lottare per sé stesse in un mondo che altrimenti le piallerebbe via. Genialmente il regista traccia un parallelo tra i giorni infernali di Angela e quelli di un’altra e precedente Angela cinematografica, protagonista di un film rumeno del 1981, in piena era Ceausescu, nel ruolo di una tassista dalle mille quotidiane avventure e disavventure. Con Jude che indulge volentieri al montaggio alternato tra la Angela di ieri e quella di oggi che passa gran parte del suo tempo in macchina, imbottigliata negli ingorghi della capitale, insultata da automobilisti maschi e maschilisti. È che fa uno di quei maledetti lavori che l’Europa opulenta delocalizza volentieri in un paese come la Romania, un lavoro intellettuale in questo caso ma comunque sottopagato, precario, volatile, senza orari e senza regole (“lavoro 16 ore al giorno”, urla esasperata Angela alla madre) secondo la nuova economia del taglio-controllo dei costi: lei è una figura professionale ibrida, un po’ giornalista un po’ video e film-maker per uno studio locale cui altre produzioni centroeuropee subappaltano advertising e B-movies (e Jude ci mostra il set a Bucarest di un monster-movie diretto dal cultistico regista tedesco di serie Z Uwe Boll nella parte di sé stesso). Nei giorni in cui la vediamo è all’opera per un video, tema: la sicurezza sul lavoro, da mostrare in vari paesi, qualcosa come le nostre antiche pubblicità progresso commissionato da un’azienda austriaca di cui vediamo, prima in video e poi live in Bucarest, la direttrice marketing, interpretata dalla diva del cinema germanofono Nina Hoss. Angela è alla ricerca di gente che abbia subito incidenti sul lavoro e ne sia rimasta gravemente lesionata: ne raccoglie le storie, le filma, poi “gli austriaci” decideranno su chi di loro puntare come testimonial. Il vincitore di queto particolare contest verrà remunerato con un migliaio di euro. E da qui, da questo dispositivo di narrazione che si dipartono i movimenti di Angela. Seguirla significa scoprire Bucarest nelle sue parti più diseredate e in quelle di una modernità survoltata, grottesca, volgarissima: Jude si conferma un magnifico narratore e indagatore di ambienti urbani, un cineasta dei paesaggi e dell’umanità che ci vive, un celebrante della miseria e della nobiltà di Bucarest elevata a città-feticcio, mostruosa e insieme irresistibile, come già ci aveva fatto vedere nella prima parte di Sesso sfortunato o follie porno. Un viaggio, quello di Angela e suo, che si fa antropologia e storia di una città, di un mondo, di una nazione. Frammenti di storie che ci portano al regime di Ceaususcu e a tutti gli spasmi del dopo comunismo, fino all’oggi. Che è, secondo Jude, il Caos. Bucarest assurge a dominio dell’assurdo, dell’insensatezza, del degrado dei rapporti, della mercificazione di ogni atto e desiderio. Tutto alla velocità vertiginosa di una macchina da presa ebbra, tesa a mimare il disordine, farlo proprio, trasmetterlo agli spettatori. Non bastasse, ad aggiungere rumore a un film già costantemente sovreccitato e fragoroso, ecco un alter ego di Angela, un suo doppio su Instagram chiamato Bobita, truccato e morfizzato al maschile, un linguacciuto rappresentante della più tossica e retriva mascolinità specialista in torpiloquo sessuale e satira pesante su celebrities di vario tipo. Un avatar di gran successo con follower in crescita creato dall’attrice che interpreta Angela e che Radu Jude ha prontamento immesso, detrito tra i detriti, nel suo film monsonico. Più che scorrere qui tutto corre e precipita come un’ondata di piena in cui ogni cosa è mescolata, il sublime all’abbrutito, il sofisticato al rozzo, la vocazione al cinema puro e i rimandi al cinema basso. Ricondurre questo immane lavoro alla sua critica sociale, agli strali che il regista lancia contro i connazionali, contro la corruzione della nuova nomenclatura sedicente democratica, la deregulation economica (e morale), l’eterno razzismo verso i rom, l’antisemitismo (che qui viene solo marginalmente toccato da Jude, ma che in altre sue opere come I Do Not Care If We Go Down in History as Barbarians è tema centrale e costitutivo della stessa sostanza narrativa), significa cogliere un nucleo forte e imprescindibile del suo autore, ma rischia anche di schematizzarlo. Jude non è un agit-prop, non fa cinema militante, se mai cinema della rabbia e dell’indignazione. Forse temendo inconsciamente di soccombere al suo stesso amore per la proliferazione incessante, per l’accumulo, anche stavolta Radu Jude divide il flusso magmatico del suo racconto in capitoli/atti, secondo una tradizione costruttiva del romanzo e del teatro. Si finisce con il set dell’advertising sulla sicurezza del lavoro, ed è un teatrino grottesco in cui si svelano ipocrisie, connivenze inconfessabili, sopraffazioni benché il tutto sia travestito da mano tesa verso gli umili e ultimi. E adesso aspettiamo il Pardo d’oro.

Radu Jude