Locarno Film Festival 2023: MANGA D’TERRA di Basil Da Cunha. Storia e canzoni di Rosinha

Manga D’Terra di Basil Da Cunha. Con Eliana Rosa, Nunha Gomes, Evandro Pereira, Lucinda Brito, Vera Semedo. Concorso Internazionale. Voto 5 e mezzo
Siamo nella Reboleira, il quartiere di Lisbona che ha accolto i migranti dalle ex colonie africane portoghesi configurandosi via via come un mondo a parte retto da regole e codici propri. Lo stesso, immagino, dei due grandi film di Pedro Costa Cavalo Dinheiro e Vitalina Varela, quest’ultimo Pardo d’oro a un qualche Locarno fa. Ma le somiglianze si fermano qui. Il cinema di Basil Da Cunha, svizzero con, immagino, radici in Portogallo, ha poco o zero a che vedere con il cinema scolpito, fortemente chiaroscurato, mitologizzante e sacrale, ieatico, di un pasolinismo caravaggesco, del maestro Costa. Qui siamo nei territori di un neorealismo anche abbastanza annacquato, di una qualche derivazione dardenniana, soprattutto con echi del film di banlieue francesi, di cui riprende modi, ambienti e i personaggi che si muovono lungo il confine tra legalità e non, senza però averne la carica e la nacessità. Tutto abbastanza prevedibile, con il rischio sempre in agguato del bozzettismo (si dirà ancora?), in queto Manga D’Terra, film diligente e certo bien fait però mai folgorante, costruito intorno alla figura di Rosinha, giovane donna che ha lasciato Capo Verde e i due figli per cercare qualcosa di più a Lisbona. La seguiamo nella sua piccola odissea tra sfortune e fortune, gente e gentaglia, umanità solidale e umanità criminale. Un microcosmo attraverso cui lei passa senza farsi troppo toccare, tenendosi saldamente aggrappata alla sua vocazione per la musica e il canto. Ama la tradizione di Capo Verde (di cui cita spesso la forma-canzone della “morna”), se ne sta lontana dal rap imperversante anche lì tra ragazzi e ragazzacci, e il regista le rende omaggio costruendo un film quasi nei modi di un nostro musicarello anni Sessanta. Intorno il contesto con le sue storie, al centro lei che ogni tanto, anche abbastanza incongruamente, si mette a cantare, bene, ma non mi pare con la tempra di una Cesaria Evora, la cantante-dea della musica capoverdina. Tutto corretto, niente di originale, molto già visto. Un film di corpi, di volti soprattutto, con la macchina da presa abbastanza disinteressata a raccontarci il contesto (il che ci risparmia almeno prediche e denunce sociali), che è forse la qualità formale distintiva di Manga D’Terra e lo sottrae alla banalità e al dannato pittoresco.

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