Sweet Dreams, un film di Ena Sendijarević. Con Renée Soutendijk, Hayati Azis, Lisa Zweerman, Florian Myjer, Muhammad Khan, Hans Dagelet. Concorso Internazionale. Voto 5
Ritorno del/al cinema coloniale, europei dislocati e insabbiati in terre lontane dal fascino sinistro e esotico. Padroni, eppure soffocati da quei mondi estranei. E però magioni meravigliose di architettura ibrida tra l’europeo con dentro molto neoclassicismo e gli stilemi costruttivo-abitativi dell’altrove, di volta in volta Africa, Asia, Indie occidentali. Bei costumi, panorami meravigliosi e pericolosi. Belve affamate, umane o bestiali che siano. Qualche titolo tra i moltissimi citabili: Misfatto bianco, La mia Africa, Ombre malesi, soprattutto Passaggio in India, il libro di Edward Forster e il film (non così bello come ci si aspettava) che ne trasse David Lean.
Sweet Dreams si riallaccia a quel cinema lontano e forse oggi improponibile, difatti è una sfida persa. Non solo per lo svuotamente interno del genere e la sua implosione, ma per i limiti qui di regia, di scrittura, fors’anche di consapevolezza delle implicazioni (storiche, antropologiche, psicologiche ecc.) di una simile impresa, di un simile cinema oggi. Molte parole per dire che l’olandese Sweet Dreams non mi ha convinto, anzi è forse finora del Concorso la delusione maggiore.
Siamo ai primissimi del Novecento in Indonesia, terra posseduta allora dagli olandesi che vi avevano inposto un dominio coloniale tra i più duri (comunque mai come quello belga in Congo o tedesco in Namibia). Una dimora ovviamente magnifica in mezzo alla natura dove Agathe e il marito Jan hanno vissuto da coloni ricchi per gran parte della loro vita, grazie a una piantagione e uno zuccherificio. Stuolo di servi, capitanati dalla assai bella Siti, anche amante segreta ma non troppo del vecchio padrone, da cui ha avuto un figlio di nome Karel. La moglie di Jan tutto sa da molto tempo e tutto ha dovuto tollerare, finendo con lo sviluppare un repulsione per quel marito fedifrago e crudele. Meno feroce di lui verso i nativi, Agthe ha imparato ad amare la sua terra d’adozione. Intanto, uno dei lavoratori semischiavi della piantagione, innamorato di Siti, se la vorrebe portare via per ricominciare un’altra vita. Questi i personaggi sulla scacchiera. Cui si aggiungono ben presto Cornelis, il figlio grande di Jan e Agathe, e la di lui moglie incinta appena arrivati dall’Olanda e incapaci di adattarsi alla nuova realtà. Serpeggiano intanto le prime ribellioni verso gli olandesi, i primi aneliti all’indipendenza. Sarà dramma familiare e dramma sociale, saranno intrighi che si alimentano della rabbia degli esclusida una parte, dell’ottusa cecità data dal privilegio dall’altra. La regista, olandese di origine serba, esplicita e brutalizza quello che nei vecchi film era presente sotto traccia. Il dominio degli europei sui locali è feroce e ai limiti, in Sweet Dreams, della parodia, con slittamenti nel grottesco francamente irricevibili. E poi aggiunte “modernizzanti” piuttosto incongrue, come l’alleanza tra le donne europee e native che non ha la minima giustificazione né narrativa né storica, ma che è pura ideologia nel nome di una presunta quanto implausibile sorellanza. Ancora più implausibile dipingere l’era coloniale come vicina al collasso: in realtà ci vorrà ancora mezzo secolo prima che l’indipendenza dell’India inneschi il processo di decolonizzazione su vasta scala. Ena Sendijarevic pasticcia nell’impianto narrativo, sbanda tra incongruenze e passaggi inattendibili (il testamente, ad esempio), schematizza ogni conflitto, ogni divisioni secondo uno sguardo nostro contempareneo inapplicabile al passato. E punta molto sulla messinscena sontuosa, su un’estetica smagliante, su una lingua cinematografica tesa alla sublimazione del materiale contenutistico, camera fissa come oggi molto si usa, inquadrature frontali e simmetriche, bellezza accecante di decori e costumi. Ma non basta. Attenzione (nel caso il film arrivasse in qualche modo in Italia) all’attrice che interpreta la padrona Agathe: è, irriconoscibile, Renée Soutendijk. Chi ama il periodo olandese del cinema di Paul Verhoven se la ricorderà protagonista di Il quarto uomo e Spetters. Attrice di gran culto, già recuperata da Luca Guadagnino in Suspiria.
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