The Vanishing Soldier di Dani Rosenberg. Con Ido Tako, Mika Reiss, Efrat Ben Zur, Tiki Dayan, Shmulik Cohen. Israele 2023. Concorso Internazionale. Voto 7
Film israeliano assai interessante per come oscilla sapientemente tra il cinema (e la serialità) di genere e l’engagement, qui l’indagine (ma non la denuncia da “cinema civile) su un paese in molti sensi speciale come Israele, sul suo essere un paese-fortezza, un paese-guarnigione perennemente in allarme. Un soldato, un ragazzo non ancora ventenne di nome Shlomi si ritrova, dopo un attacco palestinese nell’area di Gaza all’avamposto di Tsahal cui era stato distaccato, left behind, solo, abbandonato o dimenticato dai suoi compagni*, circondato e braccato dal nemico. Non gli resta che scappare, attraversare una terra di nessuno piena di macerie e insidie di ogni tipo, e correre, correre, finché non riesce a raggiungere casa, a Tel Aviv se ho capito bene. Ma la casa è vuota, raggiunge allora la nonna, va dalla sua ragazza. Finché si rende conto dalle news che lo stanno cercando, che l’esercito lo crede caduto nelle mani del nemico, rapito, tenuto in ostaggio. Forse ucciso. E il caso cresce, i giornalisti assediano la casa dei genitori, la sua faccia compare su tutti i canali, su tutti i social. Che fare? Dissipare l’equivoco o continuare a nascondersi? Shlomi continua a scappare, ma da chi, da cosa, perché? Per evitare l’accusa di diserzione e la corte marziale? Per istintiva ribellione al fare la guerra, per una sorta di pacifismo naturale, irriflesso, pre-consapevole (non è il tipo, Shlomi, da farsi domande di natura politica)? O è l’impulso anarchico e fine a sé stesso alla fuga come rifiuto di ogni regola? The Vanishing Soldier suscita molti dubbi, ma non fornisce le risposte. Ci suggerisce però, attraverso le immagini e la corsa di Shlomi, parecchio su una società che, nella sua maggioranza almeno, ha perso ogni speranza di una pace con i palestinesi, che si sente assediata e minacciata nella sua stessa sopravvivenza e crede ormai solo all’opzione militare. The Vanishing Soldier si muove tra attualità e una distopia molto vicina quando ci mostra i missili lanciati da chissà dove su Tel Aviv, la gente che scappa nei rifugi, gli attacchi di Tsahal ai santuari veri o presunti del nemico. Mentre Shlomi continua a correre, a scappare. Il modello narrativo fondante resta quello del fuggitivo solo contro tutti, contro il mondo, i modi, più che attingere al cinema impegnato, sono quelli dell’action, soprattutto nella versione di certe serie israeliane (magnifiche peraltro) come Fauda. Siamo lontani dalla riflessione e dalla rabbia politica di un Nadav Lapid che nel suo Synonymes, Orso d’oro alla Berlinale 2019, metteva in scena e problematizzava la ben più consapevole ribellione di un giovane militare israeliano.
* Ho avuto un vivace scambio di opinioni con un lettore su Facebook. Il quale, avendo visto il film immagino su piattaforma, contesta il mio punto di vista sulla prima scena di The Vanishing Soldier: Shlomi non è stato abbandonato, left behind dai suoi compagni, non si è ritrovato solo, come ho scritto, ma ha disertato. Ora, può darsi abbia ragione. Dovrei rivedere il film per capire se ho equivocato, e lo farò quando avrò un attimo di tempo e se mi sono sbagliato non avrò difficoltà ad ammetterlo. Vorrei però precisare un punto: se diserzione si tratta, quello di Shlomi non è però un atto politico, ma, come ho scritto, piuttosto una ribellione anarcoide. Il che molto ci dice su quanto si complicato vivere in un paese in guerra che impone alle nuove generazioni un pesante impegno nell’esercito, ma che non è immediatamente un atto d’accusa a Israele. Shlomi butta l’elmetto perché non ha più voglia di combattere, perché è stanco, perché vuole tornare a casa, la sua non è insomma una dichiarazione e una scelta di pacifismo. Credo che, nella discussione con il lettore, sia questa la vera posta in gioco.
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