Locarno Film Festival 2023. STEPNE di Maryna Vroda, una buona sorprese del concorso

Stepne di Maryna Vroda. Con Oleksandr Maksiakov, Nina Antonova, Oleg Primogenov, Radmila Shchogolieva. Ucraina 2023. Concorso Internazionale. Voto 7 e mezzo
Arriva in concorso un film ucraino e subito pensi: parlerà della guerra in corso, in modo diretto o indiretto. Invece no. O meglio, parla di guerra, delle guerre, ma di un passato perlopiù lontano, ai tempi dell’Unione sovietica. Perché questo bellissimo e sorprendente Stepne (qualcuno assicura voglia dire Steppe, ma aspetto conferme) di una regista già presente in altri festival è un film sulla memoria e sull’elaborazione del passato, sulla memoria collettiva, di una comunità, e su quella privata, di un singolo, di una famiglia. Senza però la retorica oggi debordante sulla “necessità di ricordare”, una formula diventata ormai standardizzata e ossificata sempre più vuota di senso. Per fortuna Stepne evita la trappola e ci consegna il ritratto di un uomo e di una piccola comunità di villaggio alieno da ogni banalità.
Siamo in uno di quei paesaggi profondo-ucraini ma anche profondo-russi di desolante tristezza nei quali l’Europa sembra correre verso le steppe asiatiche, cieli bassi, nuvolaglie grigie, campi innevati, fango dappertutto dove sprofondano le ruote dei carri trainati da animali e gli stivali degli uomini e delle donne. Orizzonti ampi, spalancati sul niente, a inghiottire ogni presenza umana. Il brav’uomo Anatoliy, cinquant’anni suppergiù, torna al pesello natio, in un’Ucraina che m’è sembrata più orientale che nord-occidentale, più vicina al Donbass che a Kyiv: la madre sta molto male ed è il caso di non lasciarla sola. Dentro la casa si muove tra una miriade di ricordi, fotografie, appunti, oggetti trovati o comprati chissà dove, tracce del vecchio dominio sovietico, i propri disegni di quando era studente dove si alternano corpi nudi di giovani donne e i faccioni caricaturalizzati di Lenin e Stalin. Intorno, il villaggio, abitato solo da vecchi, i giovani sono spariti, emigrati chissà dove, quella piccola comunità di anziani è quanto resta di un’umanità che ha visto i disastri del secolo breve, guerre, invasioni, ferocie perpetrate dai tedeschi e dai russi, repressioni, ma che ha vissuto anche l’illusione comunista in un mondo migliore e poi la disillusione. Il ritorno a casa di Anatoliy è innanzi tutto (auto)indagine, riflessione, bilancio della propria vita, poi l’innesco di uno sciame di ricordi da arte dei vicini, di un racconto collettivo del passato.
Colpisce nel lavoro dell’autrice, Maryna Vroda, il senso del paesaggio, la capacità di estrarre bellezza e splendore figurativo da un mondo umile, di costruire un’estetica del dimesso che rimanda a certi grandi maestri di quella parte di Europa come Andrej Tarkovsky (a Venezia ci sarà il suo Andrei Rubliov restaurato e reintegrato dei tagli: evento, e speriamo di trovare il bglietto nella solita caccia online da festival che già si annuncia). Certo, è cinema austero, che niente concede a mode e follie dell’oggi, che non si perde in futilità (ogni allusione al film portoghese del concorso, Baan, trionfo dell’esistenzialità fluida, cosmopolita e artefatta di oggi, è voluta), ma si misura con il buio del mondo. I massacri, le carestie, le ingiustizie. Attraverso la figura della madre, e poi degli altri anziani, riemerge ciò che stato e certe testimonianze commuovono, come la quasi novantenne che evoca con sobrietà la sua infanzia di abbandono, fame e freddo. E si resta colpiti quando un vecchissimo chiede a un altro vecchissimo: ma tu non parli ucraino, parli russo, come mai sei qui? come ci sei arrivato?, ed è l’unico momento che ci riporta alle tensioni dell’Ucraina di oggi. Senza darlo troppo a vedere, la regista riesce là dove molti provano e falliscono, abbattere il muro tra cinema del reale e narratività, restituire in un quadro fictionalizzato le vite, le storie, la Storia. Con un rispetto per i propri personaggi difficile da trovare nel cinema di oggi. Si sfiora solo la retorica e il peccato di estetizzazione in certe scene in controluce, come il funerale lungo il crinale della collina, ma sono colpe veniali (e poi lo faceva anche Bergman, ad esempio nel Settimo sigillo).

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