El Auge del Humano 3 (The Human Surge 3), un film di Eduardo Williams. Con Meera Nadarasa, Sharika Navamani, Livia Silvano, Abel Navarro, Ri Ri Yang, Bo-Kai Hsu. Concorso Internazionale. Voto 8+
Il film più radicale del concorso, forse anche di questo Locarno 76. Uno sguardo buttato sul cinema del futuro. O, forse (il forse è obbligatorio parlando di questo film, sempre che lo si possa definire film e non videoinstallazione o altro), un cinema che azzera quello passato per consegnare lo spettatore di fronte a qualcosa di letteralmente mai visto, di incerto, che ricorre alla tecnologia VR (in un modo che non saprei dirvi in dettaglio) per approntare fantasmagorie e anche trappole e inganni ottici. In un processo che (forse) tende a dissolvere il reale e ogni forma di realismo in pura visione, in pura immagine. O forse no, forse è una modalità di esplorazione estrema del reale e del realismo, e dei loro confini. Un’opera, questo L’apice dell’umano 3 made in Argentina, altamente divisiva che non solo ha separato gli estimatori dai detrattori (e direi che qui a Locarno sono più i secondi dei primi), ma che spezza schizofrenicamente lo stesso singolo spettatore e se una parte di lui rimane ipnotizzata da El Auge, nell’altra prevale il fastidio, il rifiuto, la sensazione di essere vittima di una beffa o bufala.
Quello che abbiamo appena visto è il numero 3, c’è, c’è stato dunque un El Auge del Humano numero 1, l’originario, la matrice, presentato a Locarno nel 2015, non in concorso ma nella sezione Cineasti del presente, dove vinse come come migliore film (a premiarlo fu una giuria presieduta da Dario Argento). Direte: e il numero 2? Non c’è , non esiste, non è mai esistito, probabilmnte non esisterà mai, e se in un modo che non sappiamo è venuto alla luce forse è stato inghiottito in uno di quei buchi neri, in una di quelle faglie spaziotemporali che separavano e insieme suturavano le parti dell’Auge primo e fondativo. Quando lo vidi allora rimasi pietrificato e insieme affascinato per l’impossibilità a classificarlo e farlo rientrare in un qualsiasi schema interpretativo, come stavolta peraltro. Si componeva di tre parti, ognuna apparentemente autonoma e autoconclusa, ambientate rispettivamente in Argentina, in Africa (mi pare in Mozambico) e nelle Filippine. Stavolta il regista Eduardo Williams ripropone la tripartizione territoriale, anche se rispetto ad allora si va in altri paesi: Sri Lanka, Perù e Taiwan, ma annulla la sequenzialità del precedente, tutto mescola, disorienta ulteriormente lo spettatore passando da una storia all’altra, da un ambiente-mondo all’altro, anche spostando i personaggi da un paese all’altro. Sicché chi guarda, esausto, rinuncia presto a ogni tentativo di capire e risolvere il rompicapo, di intravedere una qualsiasi ratio. Ma forse è questo l’intento di chi ha creato El Auge 3, costruire un mind-game, scagliarci nel labirinto senza bussola o filo, abolire ogni narrazione, sottrarci ogni indizio che porti a una qualsiasi intellegibilità. Cosa succede? Già, cosa sucede. Che domanda sconveniente di fronte a un cinema come questo che si pone soprattutto come esperienza. O come trance, dove a fare da sciamano è l’autore-demiurgo. Vediamo all’inizio, su schermo grande e dilatato orizzontalmente il più possibile, un paesaggio rurale su cui sono disseminate case-bunker a forma di cupola, dove vagano personaggi che parlano di cose di cui fatichiamo a cogliere il senso e che si direbbero appartenente a una setta o a una comunità. Nessuno ci dice dove si trovano, e solo dal pressbook, dove si elencano le location, deduciamo che si tratta (forse) dello Sri Lanka. Si parla di una casa di bambola da rintracciare chissà dove. Come un indirizzo misterico, esoterico, che porta ad altri universi. Solo più tardi, in un frammento in cui si parla cinese e che sembrerebbe Taiwan, la vedremo per un attimo, nella sua eccentrica e leziosa architettura. Ma la cinepresa intanto ci ha portato in un altrove sudamericano, in un villaggio di case-palafitte su un fiume (Orinoco? Rio delle Aazzoni?) seguendo il chiacchierare e il divagare di un gruppo di ragazzi e ragazzi. Che poi si inoltreranno nella foresta in cerca di non si sa cosa, mentre a loro si aggiungono altri personagi che abbiamo visto precedentemente nella parte asiatica. C’entrano delle uova blu forse dotate di poteri misteriosi, perché quella cui assistiamo è una ricerca dell’apice dell’umano, anzi di una condizione che, scopriremo, va oltre, nel post-umano. Non è il caso di cercare un senso qualunqueo, meglio abbandonarsi al flusso delle immagini peraltro magnifiche, alle tante sollecitazioni sensoriali. Però, che maestria nella messa in quadro (ho saputo poi in conf. stampa che Williams ha girato con una tecnologa VR per poi “tagliare” e dare forma al girato in post-produzione, si tratta dunque di inquadrature create a posteriori, in un certo senso artificiali) e che capacità di trasmetterci il senso del nostro essere viventi in un mondo che è un pulsare di vite, umane, vegetali, animali. Tutto tende all’Uno, tutto è liquido, tutto può passare dal proprio stato orginario a un altro, sono liquidi i desideri dei ragazzi e delle ragzze, ed è un’enorme distesa amniotica il fiume in cui si immergono e che sembranon non volere lasciare mai (una delle sequenze più belle). Ogni tanto la macchina da presa crea dei vortici, altre fissa solo l’enormità dei paesaggi dove l’umano sembra dissolversi, altre ancora stalkerizza i personaggi seguendoli secondo la modalità di ripresa che qualcuno ha chiamato delle “nuche che camminano”. L’ultima parte tutto ulteriormente mescola e unisce lasciando intravedere, oltre l’umano, il post-umano, in un paesaggio che già non è quasi più terrestre. Difficile trovare un cinema affine a questo. Forse il meno lontano è quello di Apichatpong Weerasethakul, anche quello cinema del fluire tra vita e oltre vita, dell’oltrepassamento dei confini tra qui e l’altrove. E come Apichatpong, anche Eduardo Williams è affascnato dalla foresta, il luogo stregato in cui tutto può succedere, dove le identità cambiano e i corpi si confondono (non era la stessa cosa già nello Shakespeare del Sogno di una notte di mezza estate?). Non dico altro, se non che questo El Auge del Humano 3 è un’esperienza che vale la pena fare, e chissà mai se in qualche modo arriverà in Italia (un premio, non improbabile peraltro, aiuterebbe). Intanto confrontandomi con la mia amica Silvia abbiamo formulato varie ipotesi, tutte folli, su quello che El Auge 3 potrebbe essere: un viaggio ai confini del mondo e oltre la vita (come A Matter of Life and Death di Powell-Prssburger, come sarebbe dovuto essere il mai girato Viaggio di G. Mastorna di Fellini), un sogno collettivo o meglio di tanti in cui ognuno entra nel sogno dell’altro, un trip lisergico tipo West Coast anni ’60, un vagare tra il mondo dei morti e quello dei vivi come uno zombie-movie (o come in Zio Boonmee di Apichatpong). Ogni altra folle interpretazione è benvenuta, credo sia prevista dal gioco-rompicapo messo a punto da Eduardo Williams e dalla sua crew.
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