Locarno Film Festival 2023. ‘NUIT OBSCURE – Au revoir ici, n’importe où,’ un docu di Sylvain George (recensione). La notte di Melilla

Nuit obscure – Au revoir ici, n’importe où (Notte oscura – Arrivederci qui, non importa dove), documentario di Sylvain George. Con Amine C., Brahim V., Hassan M., Hamza S., Hicham D., Malik B., Medhi H., Oussama E., Reda B., Salah Z., “Tala Tala”, “Walla Walla”. Concorso internazionale. Voto tra il 7 e l’8
È stato un buonissimo Locarno FF e questo assai sofisticato esemplare di cinema del reale si è situato tra i quattro, cinque grandi film del concorso internazionale, risultato di cui va dato atto al direttore artistico Giona Nazzaro. Meriterebbe il Pardo, come se lo meritano i film di Radu Jude (il migliore tra i migliori), Quentin Dupieux, Eduardo Williams. O l’iraniano Ali Ahmadzadeh e l’ucraina Maryna Vodra. E allora? Allora sapremo oggi (sabato 12 agosto) alle ore 14.30 su chi si è orientata la scelta della giuria presieduta da Lambert Wilson. Qualche informazione preliminare su questo Notte oscura, titolo che rispetta alla leytera quanto vediamo sullo schermo, imagine catturate dal francese Sylvain George pressoché nella loro totalità dal tramonto all’alba, nel tempo in cui “la città dorme” ma che in questo caso pullula pullula di vite nascoste, tensioni, pulsioni, desideri, atti, gesti, avventure, sogni (a occhi chiudi e occhi aperti). Seconda parte di un’impresa titanica di cui l’anno scorso s’è vista a Locarno, sempre in concorso, la prima (non c’ero, non l’ho vista, non saprei dirvi). Sotto l’occhio ora scrutatore ora partecipe ora semplicemente osservativo di George c’è Melilla, una delle due exclave spagnole in territorio marocchino, l’altra è Ceuta, entrambe sul Mediterraneo. Una città separata, chiusa verso l’entroterra da muri e barriere, diventata negi anni Duemila la meta e il bersaglio di migranti provenienti dal Nord Africa e dall’Africa occidentale subsahariana che cercano di penetrarvi clandestinamente perché lì è già Europa, perché da lì possono tentare di imbarcarsi sulle navi per la Spagna e altre destinazioni nascondendosi in ogni possibile anfratto di container, camion, navi, cargo o da passeggeri. L’importante è arrivare nell’Unione Europea, ai loro occhi la terra delle opportunità. Melilla come la nostra Lampedusa, la prima tappa di quello che Germi aveva chiamato in un suo film (dove i migranti eravamo noi italliani) il cammino della speranza. Dicevo opera titanica, 265 minuti la prima parte, 181 questa seconda, George ci ha lavorato a partire dal 2006, ha realizzato gran parte del girato tra il 2017 e il già pandemico 2020 (difatti si vedono più volte mascherine antivirus), ha seguito ragazzi e ragazzini provenienti dal Marocco e decisi a conquistare Melilla e poi la Spagna. Tutto in un bianco nero che non ha niente della ruvideza, dell’mperfezione, che è l’imperfezione del reale, prevalente nel cinema documentaristico, e invece di uno splendore visuale abbagliante che proprio per il suo eccesso di bellezza suscita qualche interrogativo: è compatibile, anche eticamente, una simile estetica con quanto mostrato e raccontato, avventure umane di povertà e sopravvivenza? E con il non nascosto intento di denuncia di quella che è a tutti gli effetti una catastrofe umanitaria? Non saremo per l’ennesima volta nell’ambigua spettacolarizzazione del dolore? Il dubbio ogni tanto riemerge durante le tre ore del film, ma credo che in Sylvain George manchi ogni traccia di exploitation e prevalga il rispetto, la tetimonianza, il volerci mostare dal di dentro la condizione del migrante. Se mai la bellezza del suo cinema è un implicito riconscimento della dignità dei suoi protagonisto, un omaggio alla loro capacità, nonostante tutto, di suscitarla, la bellezza. Come già in Pasolini
Se la prima parte raccontava la preparazione e la conquista di Melilla da parte di un manipolo di preadolescenti, qui vediamo gruppi – sempre di dodicenni-quindicenni – già installati nella exclave. Li vediamo padroni della notte: quando la città si ritira nelle case loro fuoriescono dai  nascondigli, vagano, esplorano, si appropriano dello spazio urbano, si lasciano ipnotizzare dalle luci cafone delle insegne, cercano cibo nell spazzatura, se lo dividono, qualche volta si azzuffano (la comune povertà non crea in automatico solidarietà, si sa). Si autorganizzano per sopravivere (è la parte più interessante, l’abilità con cui costruiscono piccole baracche, si procurano il cibo e acqua e fuoco per cucinare), si scambiano informazioni, alcuni sono anime solitarie, altri tendono ad aggregarsi in branchi, sempre però precari. Sono soli, senza famiglia, sono “minori non accompagnati” (così la burocrazia dell’accoglienza li classificherà quando saranno in Europa), sono scaltri, ragazzi di strada pronti a tutto. Incarnano l’eterna, archetipica figura dello scugnizzo di tanto nostro realismo aggiornata alle nuove emarginazioni emigrazioni, alla nuova arte di arrangiarsi. Sylvain George non cade nella trappola della complicità ambigua, è vicino a loro e nello stesso tempo lontano, è partecipe e osservatore. Ci fa entrare in un mondo separato, fornendoci una quantità di informazioni su cosa sia la realtà migrante oggi. Si assiste increduli di fronte alle imprese di questi ragazzi, alla destrezza nello scavalcare muri, barriere, cancelli, niente li può fermare, sanno salire e scendere con agilità felina, le forze di polizia (che non paiono così convinte di dare loro la caccia) faticano a tenerli lontano dalla zona calda del porto. Raccontano di maltrattamenti, percosse, sevizie subite dalle forze dell’ordine, sono fieri di essersela cavati, di essere anncora lì. Perché vogliono l’Europa? Perché in Marocco, dicono, non c’è futuro. C’è chi ha lasciato presto la scuola e chi invece ha una buona scolarzzazione. Vagano nella notte di Melilla, in una città che il regista ricrea con la mdp come una Metropolis sinistra, vuota, metafisica, spettrale, con i segni dell’identità spagnola, dellahispanidad, dominante così incongrua rispetto all’Africa appena al di là delle barriere. Non c’è mai scambio tra i ragazzi migranti e gli abitanti, mondi che non si incontrano mai. Vediamo la casa in cui abitò Francisco Franco, che a Melilla si distinse come militare; un immigrato pulisce le finestre, probabilmente non sa chi sia stato il Caudillo, tantomeno lo sanno i ragazzi seguiti da Sylvain George. Nella memoria dello spettatore restano la distesa nera del mare di notte, le luci del porto, le facce di Amin, Hamza, Hicham e gli altri.
Il film man mano si conferma non solo cinema del reale, ma anche gran racconto di formazione individuale e di gruppo, perfino un avventuroso, nel senso che si dà alle storie di Tom Sawyer e Huckleberry Finn. Le navi illuminate del porto, grandiose e minacciose come il Rex di Amarcord, sono il lori  Graal, l’oggetfo della loro ricerca, del loro desiderio di conquista. Ma George non ci mostra (come speravo) l’assalto dei ragazzi alle navi. Al prossimo film allora.

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