Barbie, un film di Greta Gerwig. Con Margot Robbie, Ryan Gosling, America Ferrera, Michael Cera, Wil Ferrell. Voto 5
Lo ammetto, ho sbagliato tutto, Dopo averlo visto all’anteprima stampa del 19 luglio a Milano, in un tripudio di rosa obbligatorio – è il dress code signora mia! – la mia reazione instant tra amici e colleghi è stato di dissenso, delusione se non di rigetto. Mi aspettavo l’elogio della leggerezza, della fatuità, della frivolezza, della sana e inoffensiva e liberatoria stupidità come antidoto alle trappole del cinema, più che engagé, militante e invece mi sono ritrovato un film bolso, ansimante per i troppi messaggi incorporati, a una colossale operazione di washing e di ri-assegnazione di identità per trasformare in simbolo del female empowerment quella che il comune sentire aveva sempre percepito come il suo contrario: Barbie paradigma della reificazione della donna. Una sfida, questo cambiare non solo i connotati della bambola più venduta al mondo, ma la sua stessa anima. A supportare l’operazione, a renderla teoricamente legittima e possibile, è intervenuta l’ascesa nella società dello spettacolo – che oggi rischia di coincidere con la società nel suo insieme – di donne di imperiosa forza carnale e sensualità, di una femminilità debordante, fondatrice di un nuovo matriarcato, penso a personaggi come Beyoncé o Kim Kardashan. Ma il film sbaglia quando pretende di tradurre questo nuovo potere totalmente basato sul corpo e la sua immagine, totalmente pre-verbale, in discorsi, parole, in una conversazione esplicitamente femminista. A chi mai si rivolge allora questo ircocervo, questo prodotto da trapianto genico? Dove mai troverà il suo pubblico? Non sarà troppo poco frivolo per le ragazzine e giovani donne che hanno amato Frozen? E come potrà conquistare invece, con tutto quell’eccesso di rosa, le donne adulte? Tutt’al più, mi sono detto, incasserà cifre iperboliche nel primo weekend di programazione per via dell’hype che gli gira intorno, poi, finito l’effetto sorpresa, si sgonfierà.
Ecco, e torno al punto di partenza: avevo sbagliato tutto, non avevo capito niente. Guardo le cifre di quello che è diventato un fenomeno sociale e globale e impallidisco nonostante il sole d’agosto: maggiore incasso Warner di sempre, al momento in cui scrivo sono, worldwide, 1.206.382.865 dollari. Che senso ha di fronte a numeri del genere scrivere (così tardivamente poi) e tentare un approccio critico? Se mai sarebbe interessante sapere cosa ne pensa chi l’ha visto, tentare un sondaggio tra pubblici di tutto il mondo che indaghi i motivi di un tale successo. Vi è piaciuto? e perché? Ho l’impressione che ci troveremmo di fronte a un ventaglio amplissimo di risposte, tra loro contraddittorie e perfino opposte, oltre che a molte delusioni. Probabile che sia stato amato perché femmminista, per come mette sotto accusa (a parole) la supremazia maschil-patriarcale e, allo stesso tempo. perché femminista non è. O almeno, per come celebra i connotati di una femminilità ipertrofica e ludica oggi dominante che iperbolizza i dati della donna-oggetto: tacchi 12 e 14, corsetti strizzatissimi, cosce e seni scolpiti, labbra gonfie, coloracci da estetica candy e infantiloide con il rosa tonalità onnipervasiva. Barbie è uno specchio diabolico, non so se inconsapevole o se come tale programmato dalla premiata ditta Greta Gerwig-Noah Baumach (coppia anche nella vita e qui regista e scneggiatrice la prima, co-sceneggiatore il secondo), che mostra a chi guarda ciò che vuole vedere. Non è il caso di tirare in ballo il marketing o chissà quale astruso algoritmo o magari la IA, credo che qui abbiano contato soprattutto l’intelligenza e il mestiere della coppia creatrice (e adattatrice). Diablo Cody, la sceneggiatrice di film come Juno e dell’ancora più notevole Young Adult, una decina di anni fa venne contattata dalla Mattel perché scrivesse un copione su Barbie. Declinò l’offerta, come ha detto a GQ: «When I was first hired for this, I don’t think the culture had not embraced the femme or the bimbo as valid feminist archetypes yet. If you look up ‘Barbie’ on TikTok you’ll find this wonderful subculture that celebrates the feminine, but in 2014, taking this skinny blonde white doll and making her into a heroine was a tall order», «Nel 2014 prendere questa bambola bionda e magrissima e farne un’eroina era un compito vasto». Molto interessante. Se ne deduce che la svolta femminista sia stata voluta, anzi esplicitamente richiesta, dalla stessa Mattel. Che con grande buonsenso Diablo Cody si tirò indietro consapevole della complessità dell’operazione. I tempi erano prematuri, allora era impensabile che una “bimbo” (Bimbo is slang for a conventionally attractive, sexualized, naive, and unintelligent woman: Wikipedia) potesse assurgere a emblema di autoemancipazione. Missione invece più tardi accettata e tentata da Gerwig-Baumbach. Riuscita? Nonostante la molta intelligenza dispiegata, direi di no.
Il film mantiene nel suo involucro rosa l’imagerie barbie-esque, per metterci poi dentro un sentenzioso discorso sulla libertà delle donne dagli stereotipi. Il punto è proprio questo: Barbie è lo stereotipo che sappiamo, sicché l’operazione appare come il tentativo dei produttori di decostruire la sua vecchia, ormai obsoleta e forse invendibile figura e di ricostruirla in modo che non solo non urtasse la sensibilità contemporanea (ridisegnata da più ondate di femminismo successive, fino all’attuale woke culture), ma di farne un simbolo e un nuovo modello di riferimento. Operazione non riuscita per il principio di non-contraddizione, eppure Barbie ha avuto un successo travolgente. E allora?
Andiamo con ordine. Per i suoi primi venti minuti Barbie funziona, l’immaginario rosa-bambola è perfettamente riprodotto, la scenografia è sovrana e tutto comanda (il film è la sua scenografia, è la sua messinscena, almeno fino a questo punto) inducendo nelle e nei Barbie-fan in platea una rassicurante sensazione di familiarità. Fin qui, un film che non ha paura del frivolo, della fatuità. Anche se c’è qualcosa di sinistro a Barbieland con il suo rosa assoluto e totalitario, con un matriarcato inquietante per la sua monoliticità, per il suo non lasciare il minimo spazio alla differenza. Una mostruosa non-inclusività, ma siamo a Barbieland no?, siamo nella casa delle bambole, siamo nel gioco, siamo nella finzione spudoratissima che denuncia sé stessa fin dalle scenografie di cartapesta o peggio (quelle onde del mare contro cui il povero Ken sbatte la testa). Tutto di colpo cambia con l’incontro tra Barbie-stereotipo e Barbie-stramba (e già questa moltiplicazione di Barbie in infinite varianti e sottotipologie anche tra loro contradittorie e autescludenti e che invece coabitano, suscita qualche confusione nelle menti non allenate alla creatura della Mattel), con una delle invenzioni di sceneggiatura peggiori della Hollywood recente. Non si poteva, per scagliare Barbie nel mondo della realtà, il nostro mondo, inventarsi qualcosa di meglio? Invece, una lambiccatissima trovata per cui se lei, Barbie/Margot Robbie sta male, è depressa, si dispera per la cellulite, è perché una donna che l’ha sempre amata e si è sempre identificata in lei le manda dal mondo reale onde di infelicità. Sicché l”unico modo di vincere la propria incipiente depressione per Barbie è di andare di là per incontarre quella donna e aiutarla a star meglio. Per stare meglio lei stessa. Così ho cercato di riassumere questo contortissimo e cervellotico dispositivo narrativo. Non c’era nessuno alla Mattel o alla Warner a tracciare un bel rigone con la matita blu su questa roba? Invece ecco Barbie/Robbie calare nel mondo nostro, incontrare il suo doppio che è poi America Ferrera. Di più non dico, anche perché il film lo avete visto tutti e soprattutto perché è impossibile restituiree una linea di racconto che procede tra incongruenze gigantesche, dove tutto si deve tenere avvinto al proprio opposto, dove il principio di opposizione non vale più, dove la Barbie stereotipo accusata di accumulare in sé tutto il peggio della donna oggetto deve essere anche la propria negazione, un simbolo di riscossa e liberazione. È questo sabotaggio di ogni logica, è questa pretesa di fare di Barbie ciò che non può essere e non è mai stata, a rendere il film di una tortuosità insopportabile, lento, goffo: ogni giunzione, ogni sutura forzata di spezzoni che sono nati per non stare insieme porta a spiegazioni lunghissime, spossanti, capziose. Un film di ingorghi, di ritenzioni che generano una sorta di elefantiasi, di progressiva paralisi Se è accusata di fascismo da una ragazzina, Barbie è vista invece come veicolo di liberazione dalla sua mamma, America Ferrera. Che esplode in un monologo già celebre che potrebbe portarle un Oscar (il manifesto del nuovo femminismo? in un film su Barbie?) su come sono le donne che gli uomini vogliono e sulla fatica di essere all’altezza (o alla bassezza) dello sguardo maschile e padronale. Sì, va bene, ma che c’entra con il mondo di Barbie, qualcuno me lo può spiegare? Comunque Barbie nel mondo vero matura, prende coscienza di come non sia solo una bambola ma meriti di più, un corpo, una sessualità e, ebbene sì, una vagina. Tornerà arricchita e consapevole a Barbieland. Che però a questo punto non si capisce bene cosa sia (scusate, ho la testa dura): dipinta all’inizio come la terra della falsa felicità, dell’oggettivazione della donna, della sua alienazione, della sua riduzione a bambola, a cosa, a giocattolo – tant’è che Barbie scappa via per cercare sé stessa altrove -, ora invece ci viene presentata come il paradiso realizzato delle donne, dove le donne sono al comando e dettano la loro legge. Barbie lascia Barbieland per poi ritornarci e ritrovarla, in fondo, tale e quale, e allora tanto rumore per nulla?, tutt’al più con una vaga apertura rispetto ai maschi e al povero Ken che nel frattempo lui sì qualche vera esperienza l’ha maturata. Perché uno dei paradossi di qusto film pensato e programmato come totalitarismo barbico è che a uscirne meglio è lui, Ken, la povera appendice maschile insignificante e di non eccelso acume intellettivo della perfettissima padrona bionda. L’unico tragitto narrativamente interessante è quello di Ken lo scemo, muscolarizzato ma atrofizzato nel cervello, che accompoagnando Barbie nel mondo reale ne porta a casa la cultura maschiocentrica, da lui accostata alla fascinazione per i cavalli e l’equitazione (ed è una delle invenzioni più argute del film). Tornato a Barbieland tenterà un golpe maschil-patriarcale, ma, ovvio, gli andrà male, e però intanto abbiamo assistito a un balletto tutto di Ken e vari alias che è tra le cose migliori e più classicamentye hollywoodiane del film. Il suo monologo in sottofinale (e Ryan Goslin è bravissimo), “non voglio essere più solo l’appendice di Barbie”, suona più sincero e convincente e commovente della traformazione, questa sì fintissimaa, della bambola in modello della nuova consapevolezza femminile. In virago del suprematismo femminile. E allora, applausi per Ken, che in quel mondo rosa-totalitario cerca solo una scintilla di dignità. Anche in questo controcanto kenniano si rivela la complessità di un film discutibile, non riuscito, però mai banale, che attraverso la sua stessa impossibilità mostra anche l’audacia se non proprio l’ìeroismo dell’impresa impossibile. E che va letto e frugato nei suoi interstzi e nelle sue contraddizioni. Film sbagliato, eppure che gronda intelligenza, battute fulminanti e taglienti, situazioni paradossali e incongrue che sono di pura marca Gerwig-Baumbach. Nelle quali ritroviamo il miglior Noah Baumbach, specialista nella vivisezione delle relazioni di coppia e della guerra dei sessi oggi, perché anche quella tra Barbie e Ken è in fondo la Storia di un matrimonio, crudeltà e ignominie comprese.
Si potrebbe continuare con le riserve, resta il fatto che i numeri sono tutti dalla parte della Warner e della Mattel che il film lo ha fortissimamente voluto, e voluto così: contrario alla sua Barbie di sempre, come se ormai la consideraase un prodotto obsoleto, e allora tanto valeva distruggerla per crearne una nuova. Questa. Che nega il proprio passato mantenendoci tutt’al più un esile filo di congiunzione.
Credo che il mio errrore sia stato allì’inizio di aver guardato al film nel suo insieme cogliendone inevitabilmente la contraddittorietà, l’evidente incoerenza, la narrazione resa pericolante da troppo istanze divergenti, mentre Barbie è il tripudio, credo involontario e non programmato, del frammento irrelato, dell’accumulo informe di segni e corpuscoli narrativi “atomizzati”. Un esempio di barocco selvaggio. Un supermercato dagli infiniti corridoi e scaffali dove si trova di tutto, basta cercare e dove ognuno può trovare quello che vuole, gli serve, e scartare quello non gli piace. Non perché sia un film multistrato, costruito su vari gradi di leggibilità, con kitscherie immediatamente percepibili e sottigliezze e citazionismi e clin d’oeil per chi sa ed è in grado di decodificare. No, questo è un film-mucchio o ammucchiata, dove i vari materiali, alcuni luccicanti altri di nessun pregio, sono affastellati nel massimo disordine e dove ogni spettatore può pescarequel che gli oiace. Solo così la mia mente che tende alla ragione, alla clarté, ce la fa a dare una spiegazione al successo stratosferico di Barbie. La premiata ditta Gerwig-Baumbach ha organizzato una pesca miracolosa dove si può trovare di tutto, il femminismo di ultima e quello di vecchia generazione, l’antifemminismo, l’elogio del patriarcato e il suo sovvertimento, la leggerezza della stupidità e l’impegno della militanza, perché Barbie è tutto e il suo opposto, ovvero non è niente fingendo di essere tutto, è lo specchio del demonio che ti rimanda quello che vuoi vedere. Come tu mi vuoi. Quello che vuoi essere.
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