L’ordine del tempo, tratto dal (ispirato al) libro omonimo di Carlo Rovelli. Regia di Liliana Cavani. Con Alessandro Gassman, Claudia Gerini, Edoardo Leo, Ksenia Rappoport, Francesca Inaudi, Valentina Cervi, Fabrizio Rongione. Fuori concorso. Voto 6
Già eletto a assoluto anti-cult di Venezia 80 dagli spietati jeunes critiques questa nuovo lavoro di Liliana Cavani presentata qui al Lido (anche) in occasione del premio assegnatole alla carriera. Cavani non è la sola novantenne a portare a questa edizione del festival un nuovo film, c’è anche il coetaneo Roman Polanski e, a batterli entrambi perché 93enne, il maestro massimo del documentario Frederick Wiseman. Del resto, cosa mai sanno coloro che stanno sottodeii 40-45 anni di Liliana Cavani e del suo cinema a tratti magnifico (Portiere di notte, il primissimo Francesco d’Assisi, La pelle), sempre anomalo e deragliato, sempre a lato e mai dentro al mainstream? Cinema con una cifra morale e riflessiva già allora fuori sincrono rispetto alla sensibilità dominante, figuriamoci oggi. Dell’Ordine del tempo tutti nel solito infinito chiacchiericcio tra una proiezione e l’altra (uno dei piaceri dell’andare per festival) a trovarlo terribile, inguardabile, imbarazzante. Ma no, s’è visto di peggio tra ieri e oggi. Certo ha poco per farsi piacere da muove, novissime, seminuove generazioni, è cinema postdatato, a modo suo austero nel senso anche di non proclive all’invenzione azzardata e alla rottura dei codici, solidamente ancorato alla classicità, con un retrogusto teatrale, soprattutto qui dove la prevalenza della parola sull’immagine è schiacciante (e però lo è anche in un cinema come quello di Hong Sangsoo adorato dalle nuive ondatate della critica). Cinema educato, borghese, mai plebeo come invece è per tradizione molta parte di quello italiano, di sicuro mestere, di chi sa dove piazzare la macchina da presa e mettersi al servizio dello spettatore più che del proprio ipertrofico ego registico. Più passano le ore e meno mi dispiace, questo L’ordine del tempo, anche se non urlo dall’entusiasmo. Ispirato, si dice, al libro del fisico Carlo Rovelli che, pubblicato da Adelphi, è rimasto incredibilmente per mesi in cima alle classifiche di vendita. Non l’ho letto e non credo che lo leggerò, sicché non saprei dirvi in che modo il film della Cavani gli si ispiri o ne sia tratto. Sì, certo, il tempo. Si disquisisce – lo fanno continuamente i personaggi nei 120 minuti del film – su cosa sia, su come la suaoggettività sia solo presunta e di come si pieghi alle percezioni soggettive, di come anzi si possa parlare di distorsioni temporali, curvature, brecce, come nei film e ormai filmacci sui multiversi. E pensi subito: chissà cosa ne avrebbe fatto Nolan, che, si sa, del tempo, della dislocazione su vari piani temporali di fatti accadimenti e azioni ha fatto una sua cifra e una sua ossessione. Ma se in Nolan il tempo costruito, percepito e continuamente decostruito si fa dispositivo narrativo e esso stesso oggetto di racconto e rappresentazione, qui è solo argomento di conversazione, di chiacchiera. Niente di più, ed è il limite vero del film. Che peraltro tira in ballo un vecchio epediente, usato (assai meglio) anche da Lars Von Trier in Melancholia, quello dell’asteroide che sta (forse) per schiantarsi sulla terra come ai tempi dell’estinzione dei dinosauri. Solo che stavolta a sparire saremmo noi umani.
Siamo, in questa attesa del disastro (ma, come ammonisce Radu Jude fin dal titolo nel suo ultimo bellissimo film presentato a inizio agosto al festival di Locarno: Non aspettatevi troppo dalla fine del mondo), in una villa al mare da borghesia intellettual-romana, in un bel posto che non saprei collocare (Circeo? Terracina? più giù?). Ecco la coppia padrona di casa più ospiti vari perlopiù anche loro abbinati più un paio di singoli. I mestieri sono: avvocato, psicanalista, medico, astrofisico (anzi gli astrofisici, fondamentali, sono due), mago della finanza, inegnante-musicista. Qualuno ha citato non impropriamente La terrazza di Scola, solo che qui non si parla mai di politica e molto anzi soltanto di affari privati, fedeltà e tradimenti, carriera. Oltre che del temuto imminente impatto del corpo celeste impazzito. Ci vuole la paura della fine del mondo per tirare fuori un po’ di beghe interne alle coppie e qualche segreto ben custodito, per far arrivare alla resa dei conti qualche matrimonio apparenemete aldo. Confronti, rimbrotti, rinfacci, qualche minuscolo colpo di scena. Una sura in convento a fare da controcanto saggio e morale alle chiacchiere di quei borghesi intellettual-romani a e ricordarci che signora mia le cose importanti al mondo sono ben altre. Niente di particolarmente interessante e due ore per questo teatrino sono frabcamente troppe. Però il film è discretamente scritto, diretto sena audacie ma con mano sicura e un buon gusto, una discrezione, un tocco garbato che oggi sono merce rara. La Cavani ha mestiere e resce perfino a farci credere a Edoardo Leo e Francesca Inaudi astrofisici quasi da Nobel e a Claudia Gerini che dà ripetizioni di greco alla figlia. E smettiamola di sparare sulla Cavani e rivediamoci piuttosto Il portiere di notte e La pelle.
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