Venezia 80. EL CONDE di Pablo Larrain (recensione). Dittatore e vampiro

El Conde di Pablo Larrain. Con Jaime Vadell, Alfredo Castro, Gloria Münchmeyer, A Paula Luchsinger. Concorso. Voto 5

Rilettura-revisione secondo i codici del cinema di genere della figura di Auugsto Pinochet, il militare che tenne sotto il suo tallone di fero il Cile dopo aver rovesciato la presidenza Allende. Un pezzo di storia del secondo Novecento di cui tutto sappiamo e di cui tutto è stato detto e scritto. Sicché Larrain, cileno, che a Pinochet e su di lui, sul suo tempo, sul suoe sercizio vilento del potere, aveva già costruito alcuni film (Post Mortem, No – i giorni dell’arcobaleno), per ri-raccontarlo sceglie la strda del simbolico, dell’immaginifico, del metaforico, trasformando non senza grevità e trivialità il sanguinario generalissimo (repressione feroce degli allendisti e di ogni opposizione, desaparecidos a migliaia) in un vampiro. Idea brillante, peccato che Larrain non vada mai nel corso di un film di quasi due ore oltre la trovata iniziale ()boutade iniziale?), spesso corrivamente trasformandola in barzellettaccia atta a scuscitare nella platea qualche risata. E però, nonostante lo schematismo di cui El Conde è pervaso e da cui è drammaturgicamente paralizzato, che messinscena magistrale. Il regista si muove nell’universo ultracodificato del cinema vampiresco con la sicurezza dell’autore consacrato e esperto, restituendoci immagini sfolgoranti, in un bianco e nero (molto utilizzato nei film di questo festival) adeguatamente minaccioso. I bevitori di sangue sono di nuovo tra noi, l’ombra di Murnau incombe, ma gli ambienti stavolta non sono transilvanici ma perlopiù cileni (prima urbani, poi selvaggi, immagino laggiù nel profondo su della Patagonia). Larrain, per non risparmiarsi niente, ci mostra come in un qualsiasi supereroistico Marvel il capitolo “origini”, quindi ecco il nobile Pinoche (senza la t finale) che, assistendo alla decapitazione per ghigliottina di Maria Antonietta durante quella rivoluzione francese madre di tutti i successivi rivolgimenti sociali, capisce che la sua ragione di vita sarà di vendicare la regina (e il re) lottando nelle sue varie reincarnazioni-rinascite vampiresche contro ogni altra rivoluzione, soprattutto se rosso-comunista.
Pinochet è sempre lui, Pinoche, secoli dopo, ormai deposto, un tiranno che ha metaforicamente succhiato il sangue del suo popolo e che adesso succhia letteralmente quello delle vittime di cui va in cerca per fermare il proprio decadimento fisico. La moglie Lucia è degna di lui,  della sua infamia, scaltra, gretta e avida, i cinque figli ormai cresciuti sono in perenne attesa dell’eredità paterna, attesa sempre frustrata giacche il vampiro, si sa, è un mai-morto, e poi el señor Augusto non ha nessuno vogli di mollare il patrimonio a quei nullafacenti. Una delle figlie ingaggia allora una suorina con fama di esorcista, nonché abile spigolatrice di conti bancari e operazioni finanziarie (due professionialità, tre se aggiungiamo quella di monaca, che possono andare d’accordo e ritrovarsi nella stessa persona solo al cinema) perché dia il colpo di grazia al non amato genitore, non prima però di aver scoperto patrimoni nascosti e documenti segreti. Che è un’idea di sceneggiatura quantomeno forzata. Come si può pensare che il vampiro Pinochet si prenda in casa, come invece fa, quella suorina di cui è fin troppo evidente l’obiettivo? Sì, certo, attraverso il suo personaggio e la sua investigazione Larrain ha modo di spiegarci tutte le ruberie del dittatore cileno e del suo clan e di fornirci molte altre informazioni su misfatti e infamie, ma non era il caso di inventarsi allo scopo un altro espediente narrativo (lo so, oggi si dice dispositivo)? Sul resto sorvolo e taccio. Ma, al di là della perfezione delle scenografie e della mise en scène con parecchi barocchismi assai ispanico-latinoamericani – il trapianto del genere dalla Transilvani al Cile funziona benissimo – El Conde non si schioda mai dalla sua idea di partenza, resta inerte, sterile, non decolla, non produce senso e nemmeno racconto, è solo una boutade dilatata a film lungo senza mai uno scarto, un’invenzione vera. E la assai pesante metafora non serve nemmeno a illuminare secondo altri punti di osservazione e altri modi di guardare la storia e la politìca, la struttura dei regimi dittatoriali, i rapporti di dominio e di sottomissione, le strategie di manipolazione delle masse. E l’occasione di indagare attraverso il metaforico la dittatura come inconscio di una nazione va sprecata. El Conde resta un qualsiasi racconto di vampiri mascherato da discorso politico, senza che i tra i due livelli scatti mai la reazione chimica. Il primo dei tre film del concorso con il marchio Netflix, gli altri due sono Maestro di Bradley Cooper e The Killer di David Fincher. Troppi.

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