Ferrari, un film di Michael Mann. Con Adam Driver, Penelope Cruz, Shailene Woodley, Sarah Gadon, Gabriel Leone, Jack O’Connell, Patrick Dempsey. Concorso. Voto tra il 7 e l’8
Fino a questo momento (pomeriggio di sabato 2 settembre) il mio preferito del concorso, preferito anche al Poor Things del da me e da sempre molto amato Yorgos Lanthinos che ha ottenuto un successo (tra i critici almeno) sensazionale. Come girare il biopic di un personaggio popolare e da moderna leggenda come Enzo Ferrari senza cadere nell’agiografia, nell’ennesimo santino a due dimensioni, nel solito ritrattoo audiovisivo offerto alla devozione delle masse. E però film non granché apprezzato qui al Lido, se non da un manipolo di entusiasti tra cui mi colloco. Assai criticato e malmostosamente accolto anche per via di una storia e di una gloria italiane ricostruite da un regista americano che fa parlare tutti (quasi tutti) in inglese, peggio, in un inglese con presunte – dagli americani – inflessioni di casa nostra. Come no, faccenda fastidiosissima, e non aiuta il film a farsi benvolere che nei ruoli maggiori non ci sia un nostro attore/attrice (e però, nonostante questi limiti, Ferrari non ha niente a che vedere con le grossolanità e gli immondi cliché dei due tremendi film “italiani” di Ridley Scott, Tutti i soldi del mondo e House of Gucci). Ma la lingua inglese e il resto sono l’inevitabile prezzo da pagare a un prodotto che si vuole ed è internazionale e non ha lo stigma provinciale di tante nostre produzioni. E a un regista dell’empireo di Hollywood, che non può e non vuole avere uno sguardo interno, patriottico, locale. Il Ferrari di Mann non è un eroe nazionale da issare sull’ennesimo piedistallo marmoreo, semmai lo è, un eroe, per il suo gigantismo, la grandiosità della visione, la volontà di potenza, ed è anche, soprattutto, un uomo pieno di ombre, contraddittorio, non gradevole (eufemismo), consumato dal proprio ego, un uomo di ferro che bada solo ai propri sogni, interessi, ossessioni. In primis: vincere, e ancora vincere, con quell’oggetto del desiderio, il feticcio maschile per eccellenza, che è il bolide motoristico e rombante.
Mann non elide il lato oscuro di Ferari e del caso Ferrari, anzi ne fa la materia del film, il suo motore, l’elemento di propulsione. Pur affascinato dal mito di colui che inventò le macchine più sexy del mondo, il regista di Heat e Collateral non ne è mai schiavo, se mai lo revisiona per mostrarne i molti elementi anche contrastanti che lo compongono. Grande spazio è dedicato alla vita privata, e complicata, del genio EF, la morte precoce per malattia del figlio Dino, il suo dividersi tra due famiglie, quella ufficiale con la grintosa moglie, anche socia in affari, e qulla parallela con una ragazza conosciuta durante la guerra che gli ha dato un figlio, Piero, non riconsciuto (il pezzo di vita preso in esame dal film è quello tra Cinquanta e primi Sessanta, gli anni dell’affermazione globale del brand di Marnaello). Il lato buio di Ferari, del Ferrari secondo Mann, è la sua determinazione, fino alla spietatezza, nel subordinare la propria vita e quella di chi gli sta intorno alla gloria delle sue macchine. Non all’affermzione della sua azienda, ma alla vittoria: “Io produco Ferrari da vendere per finanziare le Ferrari che corrono, non viceversa”. I piloti sono solo fantocci nelle sue mani, non prova per loro né affetto né riconoscenza e spesso neppure rispeto, sono macchine, robot che devono guidare al meglio altre macchine e se non sono adatti vengono buttati fuorii dalla scuderie. In questa feroce lotta darwiniana ci sono anche le vittime, piloti che muoiono in prova, piloti che muoiono in corsa, innocenti falciati dai bolidi ai lati delle strade o delle piste. L’acme del film lo si raggiunge in una drammatica Millle MIglia vinta sì dalle Ferrari, ma a un prezzo elevatissimo e insoportabile.
Intorno all’epopea Ferari vediano all’opera l’Italia intelligente, capace, lavoratrice, l’Italia intraprendente del miracolo econoomico, un altro mondo rispetto all’oggi. Mann, tornato al cinema dopo quasi dieci anni, reaizza il film della sua maturità registica. Il mondo dei motori e l’universo Ferrari è qualcosa di congeniale a un autore come lui di un cinema al maschile, un maschile di cui sa cogliere contraddizioni, tensioni, l’istinto alla guerra anche se, come qui, perseguita in alto modi e con altri mezzi, le rivalità e le sfide, le pulsioni distruttive che però si possono di colpo volgere in vettori di (ri)costruzione e forza positiva. E viceversa, naturalmente. Il suo senso per l’action lo porta a rappresentare il privato di Ferrari come territorio della lotta. Esattamente come lo è il campo comoetitivo in cui le Ferrari corrono e tendono al dominio. Cinema muscolare, con magnifiche riprese di corse e prove, e dove gli incidenti sono tragiche esplosioni di un sogno. Tutto è movimento e dinamismo. Puro Michael Mann, che imprime un’energia sotterranea anche alle sequenze più familiari e intime. Perché anche lì si corre e si vince. O si perde. Film magnifico, di un nitore classico che oggi è difficile trovare, e non state ad ascoltare chi lo liquida come un biopic qualsiasi.
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