
Poor Things di Yorgos Lanthimos, in Italia uscirà come Povere creature. Sceneggiatura di Tony McNamara dal romanzo di Alastair Gray. Con Emma Stone, Mark Ruffalo, Willem Dafoe, Ramy Youssef, Christopher Abbott, Suzy Bemba, Jerrod Carmichael, Kathryn Hunter, Vicki Pepperdine, Margaret Qualley, Hanna Schygulla. Concorso. Voto 7 e mezzo
Lo strano caso del signor Lanthimos. Malcompreso e detestato, soprattutto in Italia, soprattutto dopo i suoi primi film, quelli del periodo greco che a ripensarli oggi ci appaiono seminali di tanto cinema successivo, e assurto invece adesso, a questo festival, ad applauditissimo autore di Poor Things: il film che finora ha ottenuto il massimo del gradimento di pubblico e critici, il favorito per il Leone d’oro. Spettacolare capovolgimento. Chi l’avrebbe mai detto, nel paese in cui vieux e jeunes critiques non hanno mai apprezzato il suo fondamentale Kinodontas e ancora meno il suo Alpis? Tant’è che quando questo funereo Lanthimos (Alpis raccontava di uomini e donne che a pagamento impersonavano i cari defunti dei clienti in lutto) apparve in concorso a Venezia, correva l’anno 2011, finì in fondo a tutte le classifiche, compresa quella, famigerata ieri come oggi, stilata con i voti dei più noti, istituzionali critici italiani. Quanto a me, che ero per la mia prima volta al Lido, non capii niente, ne scrissi malissimo, per poi recitare il mea culpa con una nuova recensione riparatoria. Solo dopo aver visto The Lobster e recuperato Kinodontas cominciai ad apprezzarlo e da allora la mia fede in Lanthimos è stata assoluta, senza il minimo cedimento. Ricordo il Cannes in cui il suo bellissimo Il sacrificio del cervo sacro, l’ultimo scritto in collaborazione con il formidabile sceneggiatore del periodo greco (e coautore a tutti gli effetti) Efthymis Filippou, venne unanimemente massacrato dalla stampa. Eppure stava dalle parti del capolavoro. Forse comiciò allora la sua conversione verso un cinema più astuto, più adattabile ai gusti di publico e recensori, meno respingente, meno radicale e disturbante, più accomodante, pur mantenendo sempre accesa la scintilla della non-omologazione. La favorita, anche quello presentato a Venezia (2018, se ricordo bene) e gran successo al box office, ha segnato la svolta definitiva in direzione alto-mainstream. Che si completa adesso con Poor Things, qualcosa come Poveri loro (tradotto invece come Povere creature), e io, da devoto del culto lanthimosiano se non della prima ora certo della seconda, non posso che essere felice di come finalmente abbia conquistato anche i più decisi oppositori: una legione. E però. E però questo Poor Things, che pure ho ammirato e sinceramente apprezzato, non sono riuscito da amarlo. Scusate, ma continuo a preferire i suoi film poveri e belli e durissimi e spietatissimi e disadorni fino alla mestizia della stagione greca, costati tutti insieme un paio di dracme e meno di uno solo dei moltissimi lussureggianti costumi sfoggiati da Emma Stone in Poor Things. Ma questo Lanthimos è lo stesso di allora, detto anche l’Haneke dell’Egeo per come sapeva rappresentare il Male, l’atonia morale, l’anima (dis)umana spogliata da ogni implicazione etica, ridotta a pulsione bruta e carnivora? Lanthimos in questa mutazione qualcosa ha perso. Poor Things conserva l’apparenza e un po’ anche la sostanza di un film sovversivo, ma non possiede la capacità di stordire e disturbare di Kinodontas. Anche se resta, nella sua essenza, adeguatamente greve e tetro, cioè lanthimosiano, anche quando svolta nei toni della commedia. Un’opera monumentale che lascia sbalorditi per la ricchezza visuale e le continue invenzioni di scrittura e sceneggiatura, per l’accumulo barocco di segni, forme, immagini. Siamo all’opposto degli interni squallidi e spogli di Kinodontas, ma è anche così, con una visualità strabordante e iperspettacolare, che si conquista il successo. Operazione assai brillante di cui però non mi hanno convinto il disegno narrativo a tesi, il presentarsi come apologo esemplare (anche se tutt’altro che rozzo o banalmente predicatorio e militante) sul female empowerment, la (calcolata?) sintonizzazione sull’attuale sensibilità woke.
Tratto da un romanzo di Alastair Gray, sceneggiato da Tony McNamara già co-autore di La favorita, Poor Things si muove tra il realismo storico e il surrealismo fantastico, con prevalenza del secondo, partendo da una Londra tardovittoriana tutt’altro che filologicamente e pedantemente ricostruita, anzi pencolante verso l’estetica steampunk con escursioni perfino à la Miyazaki (e sarà così anche per il resto del film). Il solito mad doctor alla Frankenstein, Godwin Baxter, ma assai buono di cuore benché spaventoso di aspetto (il papà sadico lo usava come cavia per i suoi esperimenti scientifici), vive in una sontuosa e bizzarra magione con quella che sembra sua figlia e che scopriremo essere invece una sua creatura di laboratorio, Bella, cui peraltro è affezionatissimo. Ricambiato. La ragazza, bellissima, sembra avere un deficit cognitivo o regredita a una condizione infantiloide, in realtà è un essere ancora in fase evolutiva. Fatica a controllare i suoi impulsi, il suo linguaggio è primitivo e sboccato, ma è sveglia, recettiva, vogliosa di apprendere e conoscere il mondo. Di lei si innamora il bravo assistente di Godwin, ma a sedurre Bella sarà l’avventuriero e dongiovanni Duncan Wedderburn. Bella fugge con lui e con lui girerà in nave il Mediterraneo, a contatto con le fatue aristocrazie e borghesie della Belle Epoque. Duncan la introduce alle espetienze erotiche, Bella risponde con entusiasmo scoprendo, come oggi si direbbe, la propria sessualità e il proprio corpo, assai gioiosamente e senza vittoriani sensi di colpa. Quello che segue è la progressiva conoscenza da parte di una Bella sempre più padrona di sé e consapevole del mondo, della società, delle sue contraddizioni, la miseria e la bellezza, la nobità e i bassifondi. Parabola esemplarissima, nel registro del grottesco, di una emancipazione-affermazione femminile, dal niente al tutto, dall’essere creatura forgiata da un maschio a un superomismo diciamo così femminile. Con dentro, spoiler, anche un’esperienza in un bordello parigino durante la quale, grazie a una collega, si avvicina pure al socialismo (memorabile battuta: “il nostro corpo è il nostro mezzo di produzione”, dove si fondono marxismo e femminismo). Ma a salvare il film dalla predica wokista è la messa in scena rutilante, barocca e feroce, l’immersione in un Ottocento positivista da trionfo della volontà e della scienza che però spalanca abissi di irrazionalismo. Oltre al primo strato di parabola femminil-feminista ce ne sono altri più nascosti e anche più ambigui dunque interessanti: Bella buon selvaggio che inoltrandosi man mano in un percorso di civilizzazione si corrompe e perde la sua innocenza primigenia, Bella inquietante incarnazione di una volontà di (onni)potenza. Ma che spettacolo per gli occhi. Scenografie fantasmagoriche, città ricreate come in un sogno o in una novel graphic, Londra, ma anche una fintissima eppure credibile Parigi, perfino Alessandria d’Egitto riassunta in una specie di zigurrat dove in cima stanno i privilegiata e giù in fondo i reietti che muoiono di stenti. Si resta stupefatti nel ripensare ai set desolati e disadorni di Kinodontas e Alpis, come se lo stesso Lanthimos si fosse nel frattempo sottoposto a un esperimento del dottor Godwin Baxter.
Film pieno di echi, risonanze, citazioni, rimandi, memorie di altre narrazioni. Alice nel paese meraviglie, le storie esemplare delle donne forti di Dafoe, Moll Flanders e Lady Roxana, il conte philosophique alla Candide. E si potrebbe continuare. Leone? più che possibile.