Venezia 80. COUP DE CHANCE di Woody Allen (recensione). Parigi in nero

Coup de chance di Woody Allen, Con Lou de Laâge, Niels Schneider, Melvil Poupaud, Valerie Lemercier. Fuori concorso. Voto 7
Non appena in sala Darsena al press screening compare “un film scritto e deretto da Woody Allen” scatta l’applauso (quasi) unanime. E alla fine entusiasmo. Non ho assistito la sera al red caprpet, dove mi diconol  la contestazione antiWoody da parti un gruppo di neo- o post-femminste o wokiste (lascio a voi la definizione) è stata sommersa dall’uragano di consensi al piccolo occhialuto e fragile signore che sfilava sul rosso con l’ormai matronale Soon Yi. Cosa pensino i festivalieri veneziani, pubblico e stampa, dell’affaire Woody Allen è chiarissimo: la stragrande maggioranza sta con lui. Quanto al film: si lascia guardare con sommo gradimento. La solita infallibile scrittura, una regia invisibile ma tutt’altro che assente, attori perfetti e meravigliosamente diretti, un plot che si srotola nitido e senza ingorghi fino all’inatteso ma neanche troppo finale. Puro WA. Chi temeva che il brand avesse perso smalto tiri un sospiro di sollievo. Forse il suo film migliore dell’ultima decade. Girato in esilio in Francia per i ben noti motivi, ma con la naturalezza di chi Parigi la consce e la ama. “Perché un film francese? Perché ho sempre sognato di fare film ispirati al cinema europeo: francese, svedese, italiano”, gli ho sentito dire mentre passavo davanti ai video che lo trasmettevano in conferenza stampa. Un modo elegante di glissare sul’ostracismo che la sua America gli ha decretato. Non sono un alleniano di stretta osservanza (l’allenismo è una religione, un atto di fede che spesso produce un fanatismo e una devozione che mi infastidiscono e da cui mi tengo laicamente lontano), di lui amo davvero solo un pugno di film, tra i quali Crimini e misfatti (fose il mio preferito) e Match Point, titoli che esprimono il lato in noir di Woody. (Sotto)genere cui appartiene anche Coup de chance, Colpo di fortuna o del caso. La storia l’avrete già letta o sentita, una storia pressoché archetipica: lei è sposata, ma si inamora di un altro. Gelosia del marito (con conseguenze che qui non è bello rivelare). Naturalmente, nonostante si parli di tradimenti, non siamo in una commedia all’italiana o alla siciliana del Germi anni Sessanta, ma in un’elegante commedia urbana con qualche venatura vaudeville e pochadista (dopotutto siamo a Parigi), eppure qualche affinità c’è. Fanny, trent’anni suppergiù, è bella, brava, intelligente, lavora in una casa d’aste assai chic, è sposata con Jean, abbastanza odioso però charmant, un Melvil Poupaud al suo massimo, degno di certi signorili antipatici della Hollywood d’epoca. Mestiere? “faccio diventare i ricchi ancora più ricchi”. Circonfuso anche di un’aura di ambiguità e sospetti per via del suo ex socio precedente sparito e poi riapparso morto, si dice per suicidio, ma si sussurra per omicidio. E visto che è stato Jean ad averne il maggior profitto traete voi le conclusioni. Fanny lo ama, o crede di amarlo, se non altro perché è stato Jean a salvarla dalla depressione dopo il collasso del suo (di Fanny) primo matrimonio. Ora moglie onesta (come si diceva nelle commedia d’epoca) e fedele. Finché ritrova, ed è il primo coup de chance di questo film in cui molto si parla e perfino teorizza dell’imponderabile nelle nostre vite, per strada a Parigi un vecchio compagno di scuola americano allora e tuttora innamorato di lei. Alain sta in Francia per scrivere il nuovo romanzo e naturalmente con Fanny riscoppia l’attrazione. Al navigato marito bastano pochi indizi per cominciare a sospettare, finirà col prendere una decisione di cui è meglio non dire. Il film incomincia e finisce con un colpo di fortuna (in verità, alla fine qualcuno sarà fortunato, qualcuno no). La crudeltà, l’impulso al dominio e alla sopraffazione sono pronti a riemergere da sotto la sottile vernice dell’amabilità, dei modi civilizzati, sembra volerci dire Woody Allen. Cinismo, o disincanto, di un autore più che mai situato sula linea di continuità con i maestri Ernst Lubitsch e Billy Wilder. A 87 anni, al suo ultim film (così ha dichiarato, però mai dire mai, a questa mostra di Venezia s’è appena visto un film del 93enne Frederick Wiseman, De Oiveira continuò a girare fino ad anni 103), non smette di spargere il seme del dubbio sulla specie chiamata uomo. Lo fa a modo suo, permettendosi di girare un film del tutto disancorato dalla contemporaneità, da autore chiuso nel proprio mondo senza più connessioni con l’esterno, autoreferenziale ed eternamente autoreplicantesi. Che è quanto mi ha impedito di amare davvero Coup de chance. Solo in un film di Woody Allen troviamo ancora un giovane scrittore americano che se ne va a Parigi per scrivere il suo romanzo (come negli anni Venti del secolo scorso), solo in un suo film uno scrittore possiede un’unica copia – cartacea! – del nuovo libro, come se non fossimo nell’era della riproducibilità tecnica e digitale (nel mondo di Allen non esistono pendrive, cloud, hard disc). Solo in un suo film troviamo gente dell’alta società che va ancora a caccia, oltretutto del cervo!, appena fuori Parigi. Ma si può?

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, Dai festival, festival, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Venezia 80. COUP DE CHANCE di Woody Allen (recensione). Parigi in nero

  1. Pingback: Coup de Chance: recensione del film

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.