Venezia 80. FINALMENTE L’ALBA di Saverio Costanzo (recensione). Cinecittà aperta

Finalmente l’alba di Saverio Costanzo. Con Lily James, Rebecca Antonaci, Joe Keery, Rachel Sennott, Alba Rohrwacher, Willem Dafoe. Concorso. Voto 4 e mezzo
Quante intuizioni sprecate. Bella l’idea di raccontare una storia ai tempi della Hollywood sul Tevere anni ’50 che si trasforma in un incontro-scontro di civiltà e culture tra l’Italia sconfitta, povera e nemmeno bella e la neo-superpotenza americana. Ottimo riesumare il caso Wilma Montesi, la proletaria trovata morta sul basgnasciuga di Torvajanica dopo una notte in una equivoca villa frequentata dalla Roma-bene. Ottimo raccontare il cinema quando era ancora passione collettiva, sogno di un’altra vita possibile. Peccato che l’amalgama non riesca e che gli elementi non riescano mai a fondersi. Restano singole suggestioni, qualche sequenza riuscita, una Roma notturna abitata da presenze fantasmatiche e inquiete, resta soprattutto l’omaggio a tanto nostro cinema del passato (Bellissima di Visconti, La dolce vita e Lo sceicco bianco di Fellini, Io la conoscevo bene di Pietrangeli, tutti i nostri pepla girati in economia ma con molta inventiva a Cinecittà e nelle campagne del Lazio). Ma a pesare come macigni ci sono passaggi narrativi mancati, buchi neri in cui la verosomiglianza precipita.
1953, Roma. Una ragazzina di famiglia modesta, Mimosa, accompagna la sorella maggiore a Cinecittà a un casting di comparse per un peplum di ambientazione egizia. La sorella viene presa, lei invece scartata, anche perché si rifiuta di togliersi la camicetta, ma verrà sorprendentemente richiamata per il ruolo (muto) dell’ancella del personaggio pincipale, l’unica donna-faraone nella storia dell’antico Egitto. È successo che la star del colossal, l’americama Josephine Esperanto (nome assa improbabile per una diva di allora), l’ha intravista in corridoio, si è chissà perché incapricciata di lei e ora la vuole sul set. Comincia così l’avventura di Mimosa attraverso la notte, un dal-tramonto-all’alba che la cambierà per sempre in un processo-percorso di formazione compresso in poche ore di buio. Josephine le inventa una nuova identità, quella di una poetessa svedese, cui Mimosa dovrà attenersi. Poi la trascina con gli amici a una cena in puro stile Hollywood su Tevere (ma non ci sono ancora i paparazzi all’assalto) e in un’equivoca villa sul mare che ben presto capiremo essere quella in cui Wilma Montesi ha passato la sua ultima notte. E qui, in quella che è la vera invenzione del film, purtroppo lasciata cadere e non adeguatamente sfruttata, Mimosa viene a contatto con alcuni personaggi che nel caso Montesi furono coinvolti: Ugo Montagna, il proprietario della villa, uomo dalle molte relazioni con i potenti della capitale, il musicista Piero Piccioni, figlio di un notabile della Democrazia cristiana, e Alida Valli, già diva del nostro cinema d’anteguerra, poi volata a Hollywood per una breve stagione, poi tornata in Italia e adesso di Piccioni Jr. fidanzata. Valli (interpretata da Alba Rohrwacher) le dice di stare in guardia, di non fidarsi di Josephine. Che infatti di lì a poco la umilierà davanti a tutti. Mimosa sembra ripercorrere tutte le tappe della notte di Wilma, ma non finirà come lei. Questa duplicazione del caso Montesi, questa messa in parallelo delle due vite, questo rispecchiamento ma anche fusione tra le due ragazze, quella della cronaca vera e nera e qualla del cinema di finzione e invenzione, avrebbe potuto creareo un cortocircuito fecondo in grado di sprigionare senso e svelare qualcosa. Invece Costanzo si limita alla trovata, ed è un peccato, mentre il film vaga come Mimosa senza una direzione e senza un centro finendo con il perdersi. Bucni anzi voragini di sceneggiatura. Come mai la star americana si incapriccia della ragazzina di borgata? E k’idea di assegnare a Mimosa la falsa identità di una poetessa svedese di nome Sandy è quanto di più balordo sia capitato di vedere ultimamente al cinema. Non bastasse, Costanzo non riuscendo a chiudereil film piazza almeno tre finali, uno più inconcludente dell’altro (ma perhé Mimosa va in quell‘albergo a cercare quella gente?). Per no parlare dellìapparizione dela belva in ouro stile Sorrentino. Ci sono, nella ricostruzione d’epoca, delle approssimazioni se non proprio degli errori. Mimosa e la madre parlano di Alida Valli come di una grande diva molto seguita e amata, ma la la sua popolarità in Italia in quel 1953 non era non era più quella della fine anni Trenta e primi Quaranta. Oltretutto si trvava in uno dei momenti più critici della sua carriera: associata al caso Montesi a causa del suo fidanzamento con Piccioni, dovette rinunciare ad andare a Venezia per la prima di Senso e starsene per qualche anno senza girare film. Quanto al (finto) film resistenziale simil-Roma città aperta che vediamo all’inizio con una (finta) Valli/Rohrwacher che protegge una bambina ebrea da un rastrellemento nazista, appare produzione assai improbabile in quel 1953: il neorealismo era finito da anni e la seconda stagione del cinema resistenziale ancora lontana. Sarebbe stato Rossellini tra 1959 e 1960 a darle il via con Il generale Della Rovere e Era notte a Roma.

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