
The Killer, un film di David Fincher. Con Michael Fassbender, Tilda Swinton, Charles Parnell, Arliss Howard, Kerry O’Malley, Sophie Charlotte, Sala Baker, Emiliano Pernía, Gabriel Polanco. Concorso. Voto 7+

Non sono un fincheriano devoto, di quelli che considerano The Network e Fight Club capolavori imprescindibili, ma questo The Killer mi è molto piaciuto, un’opera da collocare tra le sue cose migliori. Eppure tutto è, apparentemente, déjà vu. Cosa di più visto e sdato della figura del killer? Solo che stavolta e più che mai (e il modello lontano ma sempre presente resta il meraviglioso Le Samouraï di Melville) ci si concentra sulla figura di chi uccide a pagamento, se ne fa il focus narrativo e non un elemento collaterale in funzione di altro, di un complotto, di un intrico poliziesco, di un’avventura. Con impercettibili interventi, Fincher lavora sulla figura canonica del sicario fino a modificarla radicalmente – ad esempio attraverso il rallentamento e la frantumazione corpuscolare dell’azione – e a far compiere a The Killer un salto evolutivo nel genere. Perché l’uomo che vediamo appostarsi di fronte a un grande albergo parigino per colpire il bersaglio che gli è stato indicato dal committente, non ha più consistenza umana, non è come in altri film (apparentemente) analoghi una figura romanticizzata, circonfusa dall’aura dell’eroe solitario, è semplicemene e soltanto una macchina per uccidere. Con un Fassbender monumentale (gli daranno la Coppa Volpi come migliore attore? sarà nominato all’Oscar?) mai così bravo, esenziale, affilato, interiorizzato, impenetrabile non tanto a nascondere-mascherare impulsi e tormenti psicologici, piuttosto perché senza profondità, totalmente privo di ogni riflesso emozionale, di ogni increspatura e dubbio. Lo si vede ammazzare un innocente giovanissimo taxista, un atto che fa sussultare la platea dei pur scafati giornalisti per la sua gelida ferocia. Melville e gli altri signori del polar francese come José Giovanni o Jacques Deray non l’avrebbero mai girata una scena simile. Ma il sicaro di David Fincher riflette, e sta qui la sua carica perturbante, l’orrore di questo nostro tempo, l’elisione dalla nostra vita e dai nostri orizzonti di ogni scrupolo e sussulto etico. Questo spietto killer c’est nous, siamo noi messi davanti allo specchio, ed è quello che traghetta il fim di Fincher (prodotto da Netflix) dall’area del cinema di mestiere a quella del cinema che si e ci interroga sul mondo. Una diffferenza ribadita nell’azzeramento di ogni climax, nel mostrare il sicario al lavoro nella fasi della preparazione e del dopo, in quello che di solito nell’action è il fuoricampo e l’aborrito anticlimax. Ecco il protagonista all’opera, meticoloso, paziente, osservato dalla mdp di Fincher come la casalinga di Jeanne Dielmann da quella di Chantal Akerman (il paragone non è mio, lo ha tracciato un critico anglofono di cui ahimè non ricordo il nome, ed è l’osservazine più acuta che abbia letto su The Killer). L’essenziale è in ciò che sta a lato e fuori quadro, nella noia del lavoro di sicario e non nell’esplosione drammaturgica, nel turgore dell’inseguire, dell’uccidere, della fuga. Tale è The Killer almeno nella sua prima e bellissima parte. Poi, quando imbocca la pista della vendetta, la sua diversità si diluisce fino a svanire nella ripoposizione dei cliché del genere (il punto di svolta, lo spartiacque, è la scena, meravigliosamente scritta, con Tilda Swinton dove Fincher ti fa respirare il terrore e insieme la rassegnazione di chi sa di stare per morire). Altro limite che impedisce a The Killer di elevarsi a film assoluto per restare solo un bellissimo film, è l’uso insistente e onnipervasivo del voice over che ripete ossessivamente la filosofia di spicciolo nichilismo adottata dal protagonista (“abolisci ogni forma di empatia” ecc.).