Venezia 80. THE KILLER di David Fincher (recensione): sicario, evoluzione della specie

The Killer, un film di David Fincher. Con Michael Fassbender, Tilda Swinton, Charles Parnell, Arliss Howard, Kerry O’Malley, Sophie Charlotte, Sala Baker, Emiliano Pernía, Gabriel Polanco. Concorso. Voto 7+

Non sono un fincheriano devoto, di quelli che considerano The Network e Fight Club capolavori imprescindibili, ma questo The Killer mi è molto piaciuto, un’opera da collocare tra le sue cose migliori. Eppure tutto è, apparentemente, déjà vu. Cosa di più visto e sdato della figura del killer? Solo che stavolta e più che mai (e il modello lontano ma sempre presente resta il meraviglioso Le Samouraï di Melville) ci si concentra sulla figura di chi uccide a pagamento, se ne fa il focus narrativo e non un elemento collaterale in funzione di altro, di un complotto, di un intrico poliziesco, di un’avventura. Con impercettibili interventi, Fincher lavora sulla figura canonica del sicario fino a modificarla radicalmente – ad esempio attraverso il rallentamento e la frantumazione corpuscolare dell’azione – e a far compiere a The Killer un salto evolutivo nel genere. Perché l’uomo che vediamo appostarsi di fronte a un grande albergo parigino per colpire il bersaglio che gli è stato indicato dal committente, non ha più consistenza umana, non è come in altri film (apparentemente) analoghi una figura romanticizzata, circonfusa dall’aura dell’eroe solitario, è semplicemene e soltanto una macchina per uccidere. Con un Fassbender monumentale (gli daranno la Coppa Volpi come migliore attore? sarà nominato all’Oscar?) mai così bravo, esenziale, affilato, interiorizzato, impenetrabile non tanto a nascondere-mascherare impulsi e tormenti psicologici, piuttosto perché senza profondità, totalmente privo di ogni riflesso emozionale, di ogni increspatura e dubbio. Lo si vede ammazzare un innocente giovanissimo taxista, un atto che fa sussultare la platea dei pur scafati giornalisti per la sua gelida ferocia. Melville e gli altri signori del polar francese come José Giovanni o Jacques Deray non l’avrebbero mai girata una scena simile. Ma il sicaro di David Fincher riflette, e sta qui la sua carica perturbante, l’orrore di questo nostro tempo, l’elisione dalla nostra vita e dai nostri orizzonti di ogni scrupolo e sussulto etico. Questo spietto killer c’est nous, siamo noi messi davanti allo specchio, ed è quello che traghetta il fim di Fincher (prodotto da Netflix) dall’area del cinema di mestiere a quella del cinema che si e ci interroga sul mondo. Una diffferenza ribadita nell’azzeramento di ogni climax, nel mostrare il sicario al lavoro nella fasi della preparazione e del dopo, in quello che di solito nell’action è il fuoricampo e l’aborrito anticlimax. Ecco il protagonista all’opera, meticoloso, paziente, osservato dalla mdp di Fincher come la casalinga di Jeanne Dielmann da quella di Chantal Akerman (il paragone non è mio, lo ha tracciato un critico anglofono di cui ahimè non ricordo il nome, ed è l’osservazine più acuta che abbia letto su The Killer). L’essenziale è in ciò che sta a lato e fuori quadro, nella noia del lavoro di sicario e non nell’esplosione drammaturgica, nel turgore dell’inseguire, dell’uccidere, della fuga. Tale è The Killer almeno nella sua prima e bellissima parte. Poi, quando imbocca la pista della vendetta, la sua diversità si diluisce fino a svanire nella ripoposizione dei cliché del genere (il punto di svolta, lo spartiacque, è la scena, meravigliosamente scritta, con Tilda Swinton dove Fincher ti fa respirare il terrore e insieme la rassegnazione di chi sa di stare per morire). Altro limite che impedisce a The Killer di elevarsi a film assoluto per restare solo un bellissimo film, è l’uso insistente e onnipervasivo del voice over che ripete ossessivamente la filosofia di spicciolo nichilismo adottata dal protagonista (“abolisci ogni forma di empatia” ecc.).

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