Al cinema. DOGMAN di Luc Besson (recensione). L’uomo che ama i cani

Dogman di Luc Besson, Con Caleb Landry Jones, Jojo T. Gibbs, Christopher Denham, Clemens Schick, Grace Palma. Uscito in sala il 12 ottobre 2023. Voto 5
Recensione scritta dopo la proiezione di Dogman alla Mostra del cinema di Venezia 2023.
Luc Bessoni a Venezia? In concorso? Ebbbene sì. Talmente incredibile da giustificare l’attesa. L’inizio e anche qualcosa di più dell’inizio è promettente e giustifica la scelta della direzione artistica di metterlo in corsa per il Leone. Poi il Besson muscolare, rozzo, esagerato che tutti conosciamo riemerge, si impossessa del film, non lo lascia più fino alla catastrofica e francamente inguardabile parte finale. Però non male l’idea di costruire un racconto (vagamente ispirato a una vera storia, Besson dixit) di alte ambizioni autoriali e anche spettacolari intorno alla figura di un giovane uomo dall’infanzia e adolescenza talmente desolate e disagiate (padre sadico e picchiatore, fratello intossicato di fanatismo religioso), talmente tradito dagli umani da aver trovato conforto nell’amore per i cani, gli unici esseri ad averlo accettato per quello che è. Un’affinità scoperta quando il criminale genitore lo rinchiuse per punirlo in una gabbia di cani addestrati alla lotta. In parallelo Douglas scopre anche attaverso i rotocalchi la passione per il dresscrossing, il travestimento in abiti femminili perlopiù ispirati a grandi dive di cinema e canzoni.
Besson ci illude per una mezz’ora di voler tracciare il ritratto di un reietto, di un freak, di un umiliato e offesto in cerca di dignità e riconoscimento. Poi però ha la pessima idea di svoltare il tutto in un film alla Besson, in un crime-action survoltato tra esplosioni di violenza e fiumi di sangue: forse cercando di replicare il Joker di Todd Phillips che riuscì nel doppio miracolo di vincere un Leone d’oro e di superare al box office il miliardo di dollari. Caso irripetibile. Difatti Dogman crolla miseramente nella sequenza dell’assalto della gang al rifugio del protagonista (con trovatacce ridicole che sembrano uscire da Mamma ho perso l’aereo) e in un finale mistico e martirologico imbarazzante. Ma ad affondare Dogman è la sua progressiva inattendibilità, perché al famoso patto di incredulità con il pubblico ci dev’essere pur sempre un limite. Man mano Besson trasforma i cani che circondano Douglas e ne costituiscono la famiglia in animali sempre più coscienti e senzienti, grottescamente umanizzati come in un cartone disneyano degli anni Quaranta. Cani che tutto capiscono e perfettamente eseguono da servi fedeli gli ordini del loro boss: “portami 250 grammi di burro”, “adesso mettetevi in modalità difensiva” e via così, in una parodia involontaria della Carica dei 101. Il che non è solo inattendibile, ma porta il film su un registro favolistico che stride con quello ultrarealistico e “cannibale” di partenza. Caleb Landry Jones è un istrionico Douglas, l’uomo che ama i cani. E quando compare con la faccia biaccata sembra già pronto come nuovo Joker nel caso Joaquin Phoenix ci ripensasse. Possibile Coppa Volpi come migliore attore. Già aveva vinto a Cannes 2021 con l’australiano Vitram, il film (di Justin Kurz) era mediocre ma lui straordinario.

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