Film stasera in tv: GRUPPO DI FAMIGLIA IN UN INTERNO di Luchino Visconti – giov. 2 nov. 2023

Gruppo di famiglia in un interno di Luchino Visconti (1974), Rai Movie, ore 23:10. Giovedì 2 novembre 2023. Anche su RaiPlay.
Del ’74, è il penultimo film di Luchino Visconti, ma già definitivo e testamentario. Girato dal regista già immobilizzato e costretto alla sedia a rotelle dall’ictus che lo aveva colpito un paio di anni prima. Dire crepuscolare è poco. In Grupppo di faniglia in un interno (traduzione italiana insoddisfacente di Conversation Piece, quei ritratti domestici di borghesi e aristocratici colti nella loro umana quotidianità che sono un genere pittorico a sé e di cui il protagonista del film è, assai simbolicamente, collezionista) domina un clima catacombale, funereo, da fine imminente e irrimediabile. Esito finale e riassuntivo di tutto quel cinema della decadenza, della dissoluzione dei legami familiari e sociali che aveva distinto Visconti fin dai suoi primi lavori come La terra trema e codificato poi in opere come Senso, Rocco e i suoi fratelli, Vaghe stelle dell’orsa, La caduta degli dei. Messa in scena (Visconti è davvero un puro metteur en scène) di una senilità ormai prossima all’abisso, Gruppo di famiglia in un interno, e sempre più in un inferno, si muove con lentezza malata intorno a un studioso americano che nella sua tarda età approda a Roma in un palazzo ovviamente fatiscente e ovviamente bellissimo ereditato dalla madre italiana (un espediente di sceneggiatura per giustificare la scelta del protagonista, Burt Lancaster, fortissimamente voluto da Visconti quale autocitazione del proprio film di maggior successo, Il Gattopardo). Succede che una ricca signora dai modi assai decisi riesce a convincere “il professore” a farsi affittare l’appartamento sopra il suo: lo destinerà al giovane e scopriremo vizioso amante e mantenuto, Conrad, alla propria figlia e al di lui fidanzato. Sarà per l’autorecluso studioso l’impatto con il mondo nuovo, giovane, rumoroso e aggressivo da lui accuratamente tenuto lontano, e sarà un impatto devastante. Ma anche un ritorno, per quante breve e rischioso, alla pienezza della vita. Film sulla decrepitezza, sulla vecchiaia, sulla differenza e perfino la guerra tra le generazioni. Quei ragazzi terribili irrompono nell’appartamento colmo di quadri e di libri, dunque del passato e della Storia, portando la loro violenza di modi, la loro sfrontatezza. E lui se ne lascerà soggiogare, provando per Conrad quella tensione omoerotica che forse aveva già provato nella sua vita e che aveva eluso, riumosso. Forse il film più sincero e disarmato di Visconti, con quel protagonista suo evidente alter ego, e, per questo, anche il più imbarazzante per come l’illustre regista fatica ormai a capire la giovinezza e i suoi modi e riti e linguaggi cercando di farla rientrare in schemi interpretativi inesorabilmente fuori tempo. Allora, quando il film uscì, i ragazzi accorsi (non numerosissimi) in sala sbeffeggiarono e sghignazzarono di fronte a certe scene francamente inguardabili, come quella in cui il gruppo dei “giovani”, in testa Conrad, balla e si lascia andare a cose di sesso al ritmo delle canzoni di Caterina Caselli e Iva Zanicchi (Testarda io, testo di Malgioglio!). Canzoni che nella realtà nessun coetaneo di quei personaggi fintissimi avrebbe mai ascoltato né tantomeno trasformato in bandiere generazionali. E poi il corrotto Conrad, descritto come un ex leader del Sesantotto, prova evidente e inconfutabile di come Visconti della contestazione giovanile e di quegli anni ribollenti nulla sapesse e avesse capito. Ma oggi, cinquant’anni dopo, sarà il caso di essere più indulgenti con Gruppo di famiglia in un interno e apprezzarlo per quello che imtimamente è, un coraggioso e mai autoconsolatario pezzo di autobiografia del suo autore. Otre a Lancaster, una formidabile, ferina Silvana Mangano come riccastra viziosa e arrogante, abbigliata dalle sorelle Fendi come una sfinge, un idolo ieratico di qualche lontana civiltà sepolta. E poi Helmut Berger quale Conrad (chi se no?), a ribadire la sostanza autofinzionale dell’operazione. Claudia Marsani e Stefano Patrizi sono la figlia della contessa e il suo fidanzato, personaggi detestabili dove affiora un qualcosa – ma forse mi sbaglio e trattasi di un falso ricordo – del neofascismo, del sanbabilismo di allora (anche se qui siamo a Roma, non a Milano). In flashback appaiono Claudia Cardinale (è la madre del professore) e Dominique Sanda (la moglie).

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