Kottukkaali (The Adamant Girl – L’ostinata), un film di Vinothraj PS. Con . Forum.
In una villaggio dell’India profonda (siamo nel Tamil Nadu) una ragazza si innamora di un coetaneo di casta inferiore. Orrore! Credendola vittima di forze oscure ,parenti e amici decidono di portarla da un esorcista. Ne nasce un road moavie su strade dissestate dai toni picareschi però mai pittoresco. Assai divertente (sembra di sprofondare a tratti in un Germi siculo degli anni Sessanta), ma anche quadro antropologicamente preciso di un’India in bilico tra modernità e tradizioni. Un film di massima godibilità che qualcuno dovrebbe portare in Italia. Voto 7
Il primo film in ordine di apparizione di Forum – la sezione più avventurosa della Berlinale, la più amata dai cinefili intransigenti, quella in grado di sprofondarti negli abissi dei film più ostici e impenetrabili ma anche di accenderti di entusiasmo per scoperte clamorose, forse la più identitaria di tutto il festival – viene dall’India, da una qualche parte del Tamil Nadu (sud-est del subcontinente), rigorosamente parlato in lingua tamil. In un villaggio remoto ma non miserabile come vorrebbero i cliché più duri a morire sull’India affamata (ormai invece una superpotenza economica), incomincia una storia che darà vita a un road movie su strade sgangherate, anche qua e là assai divertente e dai toni picareschi però mai pittoreschi, con un suo nucleo profondo drammatico che ha a che fare con la condizione di subalternità delle donne e il sistema delle caste. Un piccolo film assai ben girato e raccontato che avvince lo spettatore con irresistibili coloriture e schiamazzi assai “etnici”, ma che non è solo un gingillo estetico e esotico, anche se il folklorico vi fa da elemento strutturante. Una giovane donna di nome Meena si è infatuata a scuola di un coetaneo appartenente però a una casta inferiore, quindi si teme da parte del suo clan l’aborrita mésaillance e si cercherà di evitare, ostacolare, impedire il legame tanto sconveniente. Tatopiù che la famiglia ha già combinato per lei il matrimonio con un pari-casta di nome Pandi, peraltro fichissimo tant’è che si fatica a capire perché mai Meena, l’ostinata del titolo, lo rifiuti e continui a struggersi per quell’altro. La si ritiene, la traviata, preda del malocchio e vittima di forze oscure, sicché i parenti, anche sotto la pressione del machissimo promesso sposo, decidono di portarla prima al piccolo santuario della dea della casta poi di sottoporla a un rito esorcistico da parte di un rinomato sciamano. E comincia il road movie sulle strade dissesate dell’India più country: a formare il piccolo convoglio un Ape (o un’Ape?) Piaggio (e il logo in caratteri multicolori conferma come quel brand di origine italiana sia diventati segno identitario dell’India popolare) su cui viaggiano Meena, catatonica e muta, la madre, altri parenti, più ad aprire aprire il corteo una moto guidata dal rabbioso fidanzato Pandi, a chiuderlo un’altra con un paio di compaesani assai pettegoli. Tutt’altro che un film ingenuo e primitivista, si vede come il giovane regista (già premiato al festival di Rotterdam per il suo lavoro precedente) conosca tutte le malizie del cinema arthouse più sofisticato (avrà frequenato una qualche scuola assai formativa, magari in America), tanto da cominciare con un piano sequenza con tanto di “nuca (femminile) che cammina” lungo parecchi minuti, sigla del modernismo cinematografico più avanzato e cool. Però il ragazzo sa anche narrare benissimo, sa catturare il pubblico e tenerselo ben stretto per tutto l’arco della storia. Fatti maggiori e soprattutto minori si susseguono, e piccoli incidenti di percorso, imprevisti – poteva mancare il toro forse sacro che furioso blocca la strada? -, baruffe e litigi e parecchie soste per i bisogni corporali (camera da presa a riprendere fiotti ambrati di urina sulla vegetazione e gli insetti del sottobosco). I riti sono una meraviglia da vedere e materiale di interesse non solo per gli etnologi ma anche per gli spettatori curiosi, e non manca nemmeno una festa di passaggio all’età adulta di un giovane maschio di villaggio. Quando la depressa e muta Meeba si azzarda a muovere appena le labbra a sussurrare una canzoncina d’amore il macho promesso sposo le urla di ogni, cerca di aggredirla, di menarla. E sono urla e strepiti e corpi che si avvinghiano, cose che non si vedevano dai tempi di Sedotta e abbandonata di Germi. Ci si diverte, si impara pure qualcosa sull’India, ci si sforza di ripulire il nostro sguardo da ogni tentazione orientalista e eurocentrica (vedi alla voce Edward Said). Ecco, questo è il Forum che ci piace, la Berlinale che ci piace.
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