La Cocina (La cucina) di Alonso Ruizpalacios. Con Se ricordo bene questo è il mio quarto incontro con il regista messicano Alonso Ruizpalacios da che frequento la Berlinale. Il suo primo film, presentato in una sezione collaterale, forse Panorama, si chiamava Güeros (Biondi) e raccontava in uno splendente bianco e nero di un gruppo di ragazzi, piccoli vitelloni a Mexico City: fu una rivelazione, riconosciuta anche con un premio. Tra i Ruizpalacios-movies visti sucessivamente qui il più noto, anche quello che ha circolato internazionalmente arrvando perfino in Italia, resta Folle rapina a Città del Messico, heist anomalo e etnografico (con interessati riflessioni sull’identità nazionale messicana, senpre precaria e incerta, sempre in discussione) con al centro il divo latinoamericano Gael Garcia Bernal. Adesso alla Berlinale 74 Ruizpalacios mostra i muscoli con questo assai discutibile – si potrà tacciarlo di pornografia stilistica per via del suo barocchismo incontinente? – La Cocina, La cucina, dando comunque prova di una perizia tecnica assoluta: una performance che è l’esibita volontà di potenza e di grandeur di un autore maturo, anche tropo sicuro di sé, pronto a fare il salto verso il cinema americano come già i suoi illustri connazionali Iñarritu, Cuaron e Del Toro. Difatti il film è in gran parte english-parlante, ambientato com’è nella cucina di un grosso ristorante chiamato The Grill in Times Square, New York. Degrado urbano, retrobottega su vicoli ingombri di spazzatura, e se non proprio ai tempi di Taxi Driver qua siamo non moltissimi anni dopo, sicuramente in era predigitale: non si vedono mai un cellulare, un computer, solo uno schermo vetusto su cui scorrono (forse) le immagini tremolanti e primitive di un videogioco arcaico. Natualmentre, come si conviene a una urlata dichiarazione d’autorialità, La Cocina è in ricattatoriobianco e nero, a dire alle giurie l’impegno profuso nella ricerca di un cinema “alto e colto”, salvo un paio di viraggi, il primo in un blu a colorare una delle peggio scene d’amore degli ultimi anni e sicuramente la più triviale (nella camera frigorifera delle carni!, con goccia finale di ghiaccio in via di scioglimento a metaforizzare l’appena avvenuta eiaculazione, ma si può? no che non si può), il secondo in verde acido a suggerire, nel finale, un sorta di desertificazione morale. Un film antipatico fin dal suo inizio, primi piani montati a ritmo selvaggio, un annuncio di quello che poi vedremo per un paio d’ore. Cinema survoltato, machista dentro e fuori , superomistico non per quanto racconta ma per come lo fa, eccessivo, debordante, fuori controllo. Con, piazzato a metà film, un piano sequenza vertiginoso a inseguire e accogliere la coralità, la moltitudine dei personaggi tutti immersi, letteralmente, in un caos liquido. Un narcisismo che mi ha ricordato Bardo del connazionale (di Ruizpalacios) Iñarritu, di cui però La Cocina non ha i momenti di genio, solo il narcisismo spinto al massimo. In corso di visione mi sono chiesto come mai, al di là delle riprese concitate, il film fosse impiombato a dialoghi fintissimi e evidentemente superscritti: altro che presa diretta sul reale, qui il realismo è solo un filtro per occultare la teatralità di un film che si pretenderebbe più vero del vero e ha invece l’artificiosità di un musical o di un kung-fu movie. Con la mdp che si muove vorticosamente e le nostre teste di spettatori pure. Si sospetta fortemente ci sia del teatro dietro al film, difatti nei crediti di coda leggiamo che La Cocina si ispira liberamante a un classico della gloriosa stagione degli arrabbiati britannici, l’omonimo play di Arnold Wesker (che non ho mai visto, quindi non saprei dire quanto ne sia rimasto in Ruizpalacios).
Si comincia con una ragazzina appena arrivata dal Messico in cerca di lavoro che si presenta al Grill chiedendo di un certo Pedro Ruiz, che lì lavora e dovrebbe raccomandarla al capo. Pedro è il suo fratellastro e, nella enorme cucina al piano di sotto, è il più carismatico dei cuochi, un ribelle anarcoide, uno spirito indomito. È lui l’uomo seguito dalla macchina da presa, lui a condurci nei cunicoli e negli anfratti, fisici e psichici, di quella fabbrica di cibo. Conosciamo via via l’intera crew multietnica, molti latinos mescolati a qualche autoctono e altri immigrati da vari angoli del mondo. C’è anche un’americana capitata lì per via di un’esistenza complicata, è una madre single, che ha la grazia di Rooney Mara e che appare, in quel contesto, come una Principessa nel Fango, un angelo caduto. Ovviamente sarà subito attrazione tra lei e Pedro. Intorno solide amicizie e rivalità feroci, boss implacabili, magheggi e maneggi sulla pelle dei povericristi in attesa di un permesso di soggiorno. Al piano di sopra intato i clienti si affollano e il contatore di cassa batte senza tregua scontrini. Un film corale nel senso più pieno, una folla di protagonisti, quasi protaganisti, comprimari, e a tutti è data almeno una scena madre, traiettorie che si intersecano o scorrono accanto senza mai incrociarsi, sacche di solidarietà e di conflitto, di altruismi e egoismi. Momenti ad alta spettacolarità come la gara di insulti tra americani e latinos, risolta da Ruizpalacios in una specie di sfida rap ante litteram. Che dire? Film antipatico dove il regista non fa mai un passo indietro, a lasciare il centro della scena. E però, come non riconoscere a Ruizpalacios il talento e la legittimità a candidarsi come quarto messicano di Hollywood? Quanto a
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La gloriosa pièce dell’arrabbiato Arnold Wesker riadattata al caos di un ristorante nella più lurida Times Square. Film corale quant’altri mai in cui il regista messicano Alonso Ruizpalacios mostra i muscoli e una volontà di potenza che si traduce in barocchismi e virtuosismi. Un film antipatico ma che, nonostante tutto, trasuda talento.