Hors du Temps (Suspended Time) di Olivier Assayas. Con Vincent Macaigne, Micha Lescot, Nine D’Urso, Nora Hamzawi, Maud Wyler. Concorso.
Due fratelli si ritrovano dopo molti a anni a coabitare, causa lockdown, nella casa di campagna in cui sono cresciuti. In un caso esemplare di autofiction, Assayas indaga senza pesantezze anzi con l’arte della conversazine lieve e intelligente i tempi grami del Covid e le memorie di una famiglia. Uno dei migliori film del concorso. Voto 7+
Autofiction. Cè molto di autobiografico in questo nuovo film, piccolo ma bello, di Olivier Assayas, un altro infaticabile sempre al lavoro, anche se la sua efficienza produttiva non raggiunge quella, mostruosa, dell’altro big worker presente a questa Berlinale, Hong Sangsoo. È lo stesso regista a dichiararlo: in Hors du temps c’è una parte di me. La casa di campagna (meravigliosa) che vediamo è quella, ce lo spiega lui stesso in voice over, dove ha trascorso infanzia e adolescenza con il fratello e con il padre (la madre, dopo il divorzio, si era trasferita invece a Parigi, però tornando ogni fine settimana lì nella magione di famiglia a rioccupare la sua camera, la migliore, la più spaziosa, sempre chiusa e inaccessibile in sua assenza). E si rimane subito sedotti dalla bellezza del posto, dalla quiete del paese, dal sapore di eterna e vecchia Francia che aleggia in casa e fuori (e fa niente che gli Assayas fossero immigrati dall’Ungheria), dalla bizzarra e un po’ sinistra villa liberty ai confini della loro proprietà, con un giardino anche più grande del loro. A cui gli Assayas, intrattentendo con i vicini e i loro figli ottimi rapporti, avevano libero accesso (e quel giardino bello, esteso, segreto, silenzioso, con campo da tennis non può non far pensare a quello dei Finzi Contini descritto da Giorgio Bassani). Ma dalla rievocazione proustiana in voice over (dello stesso Assayas) e macchina da presa si passa presto al presente. E all’autofiction, dove il vero e il finzionale di mescolano, con due fratelli, Etienne e Paul, proiezione evidenti dei due Assayas, tornati ad abitare di nuovo insieme lì nella casa dell’infanzia a causa del confinement, il lockdown francese ai tempi duri del Covid (dovremmo essere tra 2020 e 2021). Etienne è filmmaker, un evidente alter ego di Olivier, Paul un gornalista musicale. Entrambi di successo, entrambi con matrimoni finiti e con due nuove relazioni in corso. La linea sottile che separa lo strettamente autobiografico dalla libera invenzione è solo uno degli enigmi di un film apparentemente aperto, trasparente, leggibile, ma che presenta man mano zone d’ombra e di non detto. Ci si aspetterebbe il solito confronto-scontro tra fratelli con rimbrotti e rinfacci e riattivazioni di antiche e mai sopite frustrazioni familiari. Hors du temps, Fuori dal tempo, Tempo sospeso, è in effetti anche questo. Ma a Assayas non interessa la solita resa di conti tra parenti che abbiamo visto tante volte tra cinema e teatro, interessa se mai indagare due vite (anzi quattro, tenendo conto delle compagne dei due protagonsti, anche loro presenti) messe in sospensione dal Covid, lo scarto rispetto alla normalità. L’incepparsi del tempo, il suo ingorgo, la sua immobilità. Chi siamo, insomma, quando non possiamo più essere quello che siamo? Assayas si mantiene volutamente sulla superficie, lasciando trasparire il profondo attraverso segni, sintomi, riflessi, si affida al gioco leggero e a volte puntuto e stridulo delle conversazioni. Cinema, miracolosamente, che è di parola e insieme di forme, di immagini. Naturalemente emergono i due caratteri diversi, esasperati dalla reclusione imposta. Etienne è terrorizzato dal contagio, si attiene ossessivamente alle regole di sicurezza, Paul è meno rigido, più elastico, infastidito dalle metcolosità del fratello. Si resta conquistati dallo scintillio dei dialoghi, dalla naturalezza con cui gli attori si adattano ai loro personaggi, da come Assayas riesca a racontarci il tempo del Covid con levità e, senza accorgercene, finiamo col restare avvolti dalla rete dei ricordi di Etienne e Paul. Ottimo cinema. Anche se trasuda radicalchicchismo parigino a dosi a volte insostenibili. Hors du temps è il trionfo del Bon Chic-Bon Genre, del gauche caviarismo, scegliete voi la formula, solo gente con mestieri fichissimi, cresciuta nella bellezza e nella cultura e mai uscita da quella splendida bolla. Le biblioteche di papà e mamma sono una meraviglia, Paul registra trasmissioni e interviste per un canale radiofonico di arte e culrura, Etienne sta per preparare un film tratto dal diario (o lettere?) di una monaca portoghese “e Kristen Stewart ha già accettato di interpretarlo”. Tra un partita a tennis e una passeggiata nei boschi si discetta di Abelardo e Eloisa: “le lettere di lei sono le migliori in assoluto della letteratutra francese, peccato ne abbia scritto solo due”. Come si fa a non amare, e in certi momenti a non odiare per il troppo snobismo, un film così?
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