Another End di Piero Messina. Con Gael García Bernal, Renate Reinsve, Bérénice Bejo, Olivia Williams, Pal Aron. Concorso.
Parlato in inglese, ma di (co)produzione italiana e con un regista italiano.
L’intenzione è quella di un prodotto di genere “alto” spendibile sul mercato globale. Impresa non del tutto riuscita. Siamo in una distopia assai vicina dove si possono impiantare in un host i ricordi delle persone scomparse e in qualche modo farle rivivere. Tra Philip Dick e Alpis di Lanthimos. Ma non siamo a quei livelli. Voto 5
Film di produzione italiano di un regista italiano, ma girato in inglese. Di quelle produzioni anodine senza più identità precisa, non solo nazionale, perse nel magma di un mercato dell’audiovisivo che, almeno della sua zona più mainstream, tende all’omologazione e espunge le differenze. Mercato comunque con cui bisogna pur misurarsi se si vuol sopravvivere come industria. L’intenzione dietro a questo Another Day credo sia di confezionare anche in Italia un film di genere-con-ambizioni vendibile e spendibile dappertutto, come ad esempio hanno imparato a fare egregiamente gli spagnoli. Ma anche stavolta l’impresa non funziona.
Siamo nella solita distopia forse vicina forse lontana, ma più la prima, in uno scenario urban che potrebbe essere in un qualsiasi punto dell’Euramerica (pare sia una sovrapposizione tra Roma e Parigi). Strutture iper e postmoderniste a suggerire alienazioni e gelo dell’anima e altre reificazioni di massa imminenti o già presenti. Niente di nuovo, anzi parecchio di antico. Figuriamoci, l’idea narrativa di base, il dispositivo cui regista e sceneggiatori ricorrono, è un déjà vu, tra Philip Dick e un episodio (come hanno già detto e scritto moti critici: ma come si fa a non pensarci?) di Black Mirror. Un’azienda vende la possibilità di riversare i ricordi di persone morte in un host, un corpo portatore che possa far rivivere (per un tempo limitato) il defunto. Il tutto per consentire ai suoi cari, genitori, mariti, mogli, amanti che sian , di potergli/le stare accanto e prepararsi alla dipartita, metabilizzare e addolcire l’addio. Viene in mete Alpis di Yorgos Lanthimos, del Lanthimos greco minimalista e perturbante, non certo quello di gran successo globle degli ultimi soi astuti lavori english-speaking. Là, in quel film desolato a asimentale, puramente constatativo e oggettivo, uomini e donne impersonavano a pagamento persone scomparse a chi ne facesse richiesta. Tutto il fragore e il massimalismo anche un po’ cafone di Another End, che vuole mostrarci in ogni sequenza, in ogni inquadratura, il budget investito, non riescono a comunicare neanche lontanamente l’inquietufne che da Alpis promanava. Naturalmente si va subito sul sentimentale più facile: il vedovo Sal rivive qualche pezzo di vita con la moglie Zoe, morta in un incidente stradale, grazie alla (bellissima) host in cui sono state riversate le sue memorie. Succederà, ovviamente, che si innamorerà di Ava, l’impersonator, al punto da seguirla e insinuarsi nella sua vita “vera”. Con qualche complicazione che non sto a dire. Peccato che la prima mezz’ora e anche più si perda in spieghe sul lambiccato meccanismo di riattivazione dei defunti, anche con store collaterali di scarso interesse. E l’ultima parte è di un dociastro da San Valentino Day. Resta, di guardabile, la parte di mezzo, quella in cui Sal ripercorre la storia con Zoe inoltrandosi nei propri fantasmi. Ma è troppo poco, in un’economia filmica dove a dominare sono la sentenziosità, la pesantezza, il larmoyant. Oltretutto Piero Messina (autore comparso a sorpresa anni fa a Venezia portando in concorso un film, L’attesa, nientedimeno che con Juliette Binoche), che pure mostra di saper girare secondo lo stile fragoroso e muscolare oggi necessario a questo tipo di prodotto, non ha mai il passo giusto, il ritmo adeguato. Perdendosi paradossalmente in un’estenuazione da vecchio cinema intimista e psicologizzante. Gael Garcia Bernal è professionale come sempre. Ma il film è della norvegese Renate Reinsve, diventata di colpo famosa con la vittoria a Cannes qualche anno fa come migliore attrice per La persona peggiore del mondo. Reinsve ha la luce della grandi star del passato e a questa Berlinale è forse la vera, unica diva: co-protagonista, oltre che di Another End, pure di un altro titolo del concorso, A Different Man di Aaron Schimberg.
CERCA UN FILM
ISCRIVITI AI POST VIA MAIL
-
-
ARTICOLI RECENTI
- Cinema stasera in tv: SPARTACUS di Stanley Kubrick – giovedì 24 settembre 2026
- Venezia 2026. LOOK BACK di Hirokazu Kore-eda: recensione
- Venezia 2026. LA MIA CLASSIFICA FINALE del concorso
- Venezia 2026. WOMAN UNKNOWN di May el-Toukhy – recensione
- Venezia 2026. POSSIBLE LOVE di Lee Chang-dong – recensione
Iscriviti al blog tramite email