Berlinale 2024. A DIFFERENT MAN di Aaron Schimberg – recensione. Maschere e volti

A Different Man (Un uomo differente) di Aaron Schimberg. Con Sebastian Stan, Renate Reinsve, Adam Pearson. Concorso.

Un uomo dal viso deforme (avete in mente Elephant Man?) guarisce grazie a una cura sperimentale. E con la sua nuova levigatissima faccia diventa un attore di successo. Ma un clamoroso rovesciameno – la nemesi? – è in agguato. Commedia ambigua e non così convincente contro la dittatura della bellezza. Voto 5+
The Elephant Man, però in chiave di commedia paradossale. Uno dei film più divisivi di questa Berlinale (quanto a me, non l’ho per niente amato). A Different Man è un produzione americana, e però si porta dietro un che di mitteleuropeo, più precisamente un sentore di cinema tedesco e austriaco entre deux guerres, di stagioni espressioniste con tutti quei diversi di vario tipo – different men per usare il cauto eufemismo del titolo – a popolare gli schermi (dal Golem a Mabuse a Caligari al langhiano M). Anche, sapore di commedie come l’originale Viktor und Viktoria (austriaco), dove la diversità e la dialettica maschera-volto facevano/fanno da motore narrativo. Troppi riferimenti per un film poi non così importante come questo di Aaron Schimberg presentato al Sudance e qui a Berlino in seconda visione mondiale? Può darsi. Però davvero la matrice mi pare quella (matrice in cui includerei anche le commedie acide e disincantate di Ernst Lubitsch e Billy Wilder).
Un uomo di nome Edward vorrebbe fare l’attore, ma quel lavoro gli è di fatto impedito dalla malattia che gli ha deformato la faccia, la neurofibromatosi. Quando un medico gli annuncia la possibilità di sottoporsi a una terapia sperimentale, non esita ad accettare. Intanto si innamora della vicina aspirante commediografa e regista (siamo a New York), non ricambiato anche se la ragazza, di nome Ingrid, non disdegna la sua compagnia. Una vita da paria quella di Edward, vittima di aperti rifiuti o accettato con appiccicosa quanto sospetta accondiscendenza (e nella sua povera e lurida casa un’infiltrazione gli scarica sul avimento topi annegati e altre schifezze, come nel Buco di Tsai Ming Liang). La terapia avrà un successo pieno quanto insperato: Edward ne riemerge con la faccia levigata. Decide di cambiare identità e vita. Scoprirà che la sua (passata) deformità ha ispirato l’astuta vicina (personaggio antipatico, ma a interpretarlo è la meravigliosa Renate Reinsve, la norvegese rivelatasi a Cannes qualche anno fa con La persona peggiore del mondo), che ne ha tratto un play in corso di allestimento off Broadway. E lui, sotto il nuovo nome di Guy e con il nuovo aspetto, si pesenta al casting, ottenendo la parte. Quanto alla deformità ormai sparita verrà adeguatamente simulata in scena da una maschera. Ed è a svolta. Successo, soldi e l’amore di Ingrid. Ma l’impreviato (il destino? il karma? la nemesi?) è in agguato. Un uomo si aggira in platea, ha la faccia deformata dalla neurofibromatosi, la stessa faccia del protagonista del play di Ingrid. Non tarderà, quello spettatore, a ingaggiare un confronto dialettico con Edward/Guy e la stessa Ingrid, convincendola che lui sarebbe l’interprete perfetto per il suo spettacolo. Difatti, come in Eva contro Eva, Edward/Guy viene estromesso e al suo posto si installerà “il visitatore”. Quanto segue non si può dire, ma è abbastanza intuibile. La commedia si regge sul rovesciamento dell’ovvio, perché stavolta è l’ex differente a ritrovarsi svantaggiato una volta recuperata la (presunta) normalità. Banalizzando: la moralina è ‘si stava meglio quando si stava peggio’ cioè da deformi/diversi (ma anchem moralina assai più woke: non accettare la propria diversità porta solo guai). Un paradosso in nome del quale il film arranca, si attorciglia su sé stesso, cerca faticosamente di rendere credibile l’inverosimile. Francamente stento a capire i molti elogi riversati su A Different Man qui a Berlino, anche da parte dei recensori italiani.  I temi in ballo sono evidenti e tutti assai sensibili, a partire dall’inferiorizzazione sociale di chi non corrisponde al canone estetico vincente. E agli autori va riconosciuto di aver svoltato in chiave brillante quel che di solito è raccontato secondo i codici del dramma o del mélo lacrimevole. Ma l’impianto resta schematico e rozzo, il messaggio anti-body shaming è in piena evidenza, perfino ricattatorio, non ci  sono sottigliezze né sfumature. Una volta stabilito il congegno – la perfezione fisica non dà la felicità, anzi può portare al suo opposto – la sceneggiatura procede a pilota automatico innestato, meccanicamente, senza sorprese e senza mai perturbare davvero lo spettatore. Dettaglio importante: l’attore che interpreta lo spettatore dal volto deforme che porterà via il posto a Guy si chiama Adam Pearson ed è davvero affetto da neurofibromatosi.

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