Pepe di Nelson Carlos De Los Santos Arias. con .
Il film più ostico del concorso. Il più anarchico e fuori-norma. Tant’è che alla proiezione stampa molti se ne sono scappato via dopo mezz’ora. Impossibile da descrivere: diciamo che in Pepe si parla di ippopotami pensanti, di Pablo Escobar, di villaggi amazzonici, di safari fotografici. Un film-enigma che si nasconde allo spettatore. Eppure di una potenza visionaria e evocativa assoluta. Voto tra il 7 e l’8
Amato (poco) e detestato (molto). Il più divisivo (una di quelle parole pche si dovrebbero evitare, come resilienza: scusate se ogni tanto ci casco) di tutta la Berlinale. Anche il più eccentrico, libero, radicale, anarchico, inclassificabile, fuori-norma. Risultato: transumanaza di critici di ogni nazionalità dopo mezz’ora verso l’uscita del Cinemaxx, la multisala dove si tiene la gran parte dei press screenings. Noia, orrore, indignazione. Non ci sono state risse tra entusiasti (“è un capolavoro!”) e detrattori (“è una boiata pazzesca!”) perché ormai non si usa più, ogni passione forte, rabbia compresa, va spenta, tenuta sotto controllo se no si passa per selvaggi, peggio, soggetti da psichiatrizzare E poi, azzuffarsi per il cinema oggi? Pepe è davvero un film difficile da maneggiare, anche da recensire perché sta tutto nel suo enigma, nel suo nascondersi a chi guarda, nel suo presentarsi come un mind-game. Ma bisogna pur spiegare e cercare di (far) capire. Proviamoci.
Partiamo dal regista: il dominicano Nelson Carlos De Los Santos Arias – il nome più lungo nella storia dei festival -, rivelatosi a metà anni Dieci a Locarno con lo scatenato e caraibico Cocote. E che qui fa il salto verso il cinema grande guardando alle lectio magistralis del messicano Carlos Reygadas e del suo Post Tenebras Lux. Dunque eccolo dilaniare ogni compattezza narrativa, spargere frammenti di storie apparentemente irrelati tra loro, procedere per accumulo e sovrapposizione di dettagli incongrui che solo più tardi l’eroico spettatore riuscirà (almeno parzialmente) a comporre in un insieme. L’audacia maggiore è dar voce a un ippopotamo, anzi intercettare il suo pensiero, il suo flusso di coscienza (operazione affine a quella di Mati Diop che in Dahomey “fa parlare e pensare” le statue) espresso in una voce fuori campo cavernosa, di volta in volta in lingue diverse: afrikaans (la lingua dei coloni boeri), (lingua dei nativi della Namibia), tedesco, inglese, spagnolo. Con effetti a momenti suggestivi e perfino strazianti (il flusso di coscienza è post mortem), altri decisamente cringe, di massimo imbarazzo. Il prezzo da pagare se si osa l’inosabile. Oltre ai pensieri dell’ippopotamo, ripreso prima in Africa poi in un altrove assai lontano ma sempre liquido di fiumi limacciosi, il regista ci mostra, come in un diorama scoperto a poco a poco, altro: sentiamo parlare di Pablo Escobar, il boss dei boss del narcotraffico colombiano, e della sua passione per gli animali esotici e feroci; sentiamo voci di militari in assetto di guerra sulle tracce di un nemico misterioso; vediamo scene di vita da un villaggio nella foresta amazzonica; assistiamo a ottusi turisti europei in Sud Africa in un safari fotografico. In un cinema ora convulso ora contemplativo che ci tiene in ostaggio e ci frustra impedendoci di capire. Come si fa però a non farsi travolgere dalla bellezza di quanto vediamo, dal tropicalismo, dai paesaggi immensi? Le spedizioni notturne sul grande fiume, i riflessi del cielo e della luna, il senso di una natura enorme, dilatata, incombente, ancora padrona del mondo e in grado di incutere soggezione agli umani. E poi, la paura nel villaggio per quella mostruosa creatura che si annida nell’acqua (e qui siamo in pieno monster movie, tra Lo squalo e Piranha Paura, con sempre sullo sfondo l’archetipico Moby Dick). Uno dei migliori film del concorso. Se non si arriva al capolavoro è per via di quel flusso di coscienza dell’ippopotamo espresso in lingue umane. Sì, certo, sono quelle dei mondi che ha attraversato, ma attribuirgliele è pur sempre un atto di impropria antropomorfizzazione. Che è quello di cui si accusava Walt Disney quando umanizzava topi e paperi.
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