A Cannes. Un’altra volta

L’ingresso principale del Palazzo del cinema. L’immagine-guida di questo Cannes è da Rapsodia in agosto di Akira Kurosawa.

Pezzo scritto la mattina di martedì 14 maggio 2024.
Cannes edizione numero 77. Per quanto mi riguarda, è la dodicesima volta. La prima è stata nel 2012. Mio personale fiore all’0cchiello (non solo mio), l’edizione anomale del 2021 dopo la chiusura per Covid dell’anno prima. Riapertura cautelosa, circospetta, con obbligo di greeenpass o in alternativa, per chi non ne fosse stato in possesso, di tampone ogni 48 0re. Anomalo anche il timing, a luglio anziché nel consueto maggio. Non eravamo in tantissimi, si entrava facilmente e veloci a tutti i film, la sensazione era di un’esperienza irripetibile. Purtroppo a rovinare l’incanto fu la vittoria finale del tremendo Titane, palma tra le peggiori di sempre, film di rara bruttezza scambiato chissà perché per paradigma di female empowerment, per assertiva affermazione di un cinemaccio femminile in grado di essere bruto, brutto, lurido e cattivo quanto quello maschile.
Rieccoci qua un’altra volta, nel momento in cui scrivo mi trovo nella sala WiFi di un Palais ancora con qualche lavoro in corso, ma si tratta di rifiniture, in vista dell’apertura con tutta la pompa e la magniloquenza di cui i francesi sono capaci, apertura che avverrà stasera alle 19,30 con cerimonia condotta da Camille Cottin e immediatamente successiva proiezione fuori concorso di Le deuxième acte, Il secondo atto, dell’ex agent provocateur del cinema francese Quentin Dupieux ormai assurto dopo il successo anche di pubblico (in patria, mica da noi dove non se lo fila mai nessuno: peccato) di Mandibules e Yannick al rango di maestro universalmente accettato. Una consacrazione e l’ennesima conferma di come i grandi festival agiscano da macchine di addomesticamento e legittimazione dei talenti (apparentemente) più irregolari. Con Dupieux, già Mr. Oizo nella sua vita precedente di produttore-autore musicale, sulla Montée de Marche (in via di completamento, per ora solo parzialmente ricoperta dal tapis rouge) ci sarà la presidentessa del festival sempre molto signorilmnte abbigliata in Chanel e altri brand dell’empireo fashion nazionale, Iris Knobloch, ci sarà soprattutto, dominando la scena come sempre, le Roi Soleil di questo evento massimo del cinema internazionale, il lionese Thierry Frémaux, delegato generale, etichetta che però non rende giustizia alla vastità dei suoi poteri, al suo attivismo, al suo onnipresenzialismo, alle sue indiscutibili capacità di direttore artistico. Non potranno mancare gli interpreti del Secondo atto, le superstar francesi Léa Seydoux, Vincent Lindon, Louis Garrel.
Se possibile, sono aumentate rispetto agli anni scorsi le misure di sicurezza. Per entrare adesso al Palais, oltre all’esibizione dell’obbligatorio badge, si son dovuti superare tre controlli, arco-metal detector luminescente, controllo borse e zaini, perquisizione corporale. Il clima non è sereno, come del resto potrebbe esserlo, la questione israelo-plaestinese produce strascischi e ricadute che potrebbero arrivare fin qui in forma di proteste di vario tipo. Che poi questo è il paese, sarà sempre bene ricordarlo, che ha sofferto il trauma del Bataclan e non se n’è mai ripreso del tutto. Ho letto sul Corriere che in Croisette arriverà pure la fiaccola olimpica, l’ho appreso lì perché qui tra i festivalieri l’evento non desta la minima eccitazione e si preferisce parlare di tutt’altro, soprattutto di Megalopolis che segna il ritorno Coppola (e meno, molto meno di quanto non appaia sui media italici, di Sorrentino). Anche se poi a tenere banco nelle conversazioni è anche quest’anno il terribile sistema di prenotazione online dei biglietti, la versione festivalier-cannense di quella invenzione francese di gran successo che è (stata) la ghigliottina. Alle sette di mattina, di ogni mattina, bisogna essere lì pronti e lucidi al computer o al cellulare o a tutti e due o a tutti e tre per chi s’è portaro pure il tablet per cercare di assicurarsi un posto alle proiezioni in programma quattro giorni dopo (per capirci: si è cominciato venerdì 10 maggio a prenotare i film in programma il 14, poi sabato 11 per quelli del 15 e così via) prima che cali la mannaia fatale e in rosso sangue appaia la scritta, il verdetto inappellabile: complet (in francese) o complete (in inglese). Tra l’inizio della caccia al posto e la discesa della lama passa un pugno di secondi, una decina, une ventina se va bene, poi les jeux son faits e si contano successi e sconfitte, sopravvissuti e vittime, chi ce l’ha fatta e chi no. Che poi è già tutto stabilito dall’invisibile e onnipotente algoritmo che governa da chissà dove questo rito crudele. Perché a ottenere gli agognati biglietti sono i signori delle fasce alte o medio alte degli accreditati stampa, quelli dotati di badge rosa, rosa pastigliato (ovvero con un bollo giallo) o bianco, questi ultimi la nobiltà del festival, letteralmente l’aristocrazia bianca (come quella che fu spazzata via dalla rivoluzione d’ottobre). Gli altri accreditati stampa, cui appartengo, vengono inesorabilmente ghigliottinati. Epperò come gli zombi possono tornare a nuova vita e nuove possibilità, perché due giorni dopo si riapriranno i giochi (mi spiego: alle 7 del mattino di domenica 12 sono tornati prenotabili i film del 14, lunedì 13 quelli del 15 e avanti così ) e si potrà sfidare un’altra volta a dadi il destino. Ma è (quasi) l’ultima chance, se si fallisce resterà solo la rushline, la fila dei disperati senza biglietto che si ammassano alle porte del paradiso di turno, che sia la Salle Debussy o il Grand Theatre Lumière o la Bazin, sperando che, una volta entrati e alloggiati tutti coloro che sono riusciti a prenotare, si sia ammessi ai posti vacanti. Si va a esaurimento, chiaro che chi sta in cima alla fila è in vantaggio e allora sono sgomitate per conquistarsi quel metro che potrebbe rivelarsi decisivo. Il sistema ha una sua sinistra efficienza e una sua perversa logica, ma è feroce (del resto anche Sade era francese) e insieme compassionevole, colpendo duramente ma lasciando accesa la fiammella della speranza. E questo, si badi bene, è il girone cui tocca inoltrarsi anche se si è in possesso di un accredito stampa di non eccelso ma pur sempre dignitoso rango. Immaginatevi gli altri. Poi tra qualche giorno magari ritratterò tutto, mi cospargerò il capo di cenere, mi pentirò di quanto ho appena scrtto perché sarò riuscito a vedere tutti i film del concorso e gli altri extraconcorso per cui sono venuto a Cannes. E allora vorrà dire che ha avuto ragione l’algoritmo che governa il sistema di booking. Però lo stress no, quello niente riuscirà a cancellarlo. Nota: ufficialmente il pubblico non è ammesso, a meno che sia fornito della mitologica invitation, biglietto concesso dall’alto non si sa bene da chi a chi, quando, perché, in base a quali criteri (si sussurra che pacchi di ingressi vengano distribuiti, oltre che a meritorie associazioni di cinefili e altre passioni culturali, agli sponsor anche minori e locali, i quali poi omaggeranno i loro clienti con l’ambito ritaglio cartaceo o virtuale. Sempre i soliti perfidi sostengono che gli anni scorsi certi biglietti introvabili anche per parecchi accreditati stampa fossero stati invece distribuiti come i punti fragola alle casse di alcuni supermercati. Ma, ripeto, trattasi di malevole insinuazioni, rumors, complottismi della peggio specie, voci di corridoio e sale stampa, fantasie, fantasmi, leggende cannensi, forse pure allucinazioni).
Finiamo con una bella notizia. Il regista iraniano Mohammed Rasoulof, vincitore qualche anno fa alla Berlinale dell’Orso d’oro con il bellissimo Il male non esiste (da non confondere con il film dallo stesso titolo del giapponese Hamaguchi presentato lo scorso settembre al festival di Venezia), è riuscito nei giorni scorsi a scappare dall’Iran varcando clandestinamente, così almeno pare, la frontiera con la Turchia. Fuga in qualche modo obbligata, dopo che Rasoulof si era visto confermare in appello una condanna a cinque anni di galera e alla fustigazione, oltre che a un’ammenda e al sequestro dei beni. La sua colpa? Aver sostenuto, con una lettera aperta, la protesta della popolazione nei confronti dei responsabili “corrotti e incompetenti” del crollo di un edificio nel sud-ovest del paese, crollo che aveva causato oltre 40 vittime. Rasolouf è in concorso al festival col suo nuovo e ora più che mai atteso The Seed of the Sacred Fig, Il seme del fico sacro. Verrà alla proiezione? Chi gli sta vicino e lo protegge dice che “si trova attualmente in un posto segreto in Europa, il che dà la possibilità della sua presenza a Cannes”.
Postilla: tra una riscrittura e l’altra del pezzo mi sono visto: 1) la prima parte – durata tre ore e mezzo circa – dell’immane opus Napoléon di Abel Gance, restaurato, rimesso a nuovo, ricomposto nella lunghezza originale come l’aveva voluta il suo autore, prima dei massacri operati successivamente da distributori vari, insomma dal mercato. Tant’è che Costa Gavras, attuale presidente della Cinémathèque francese cui si deve l’iniziativa del restauro, lo ha efficacemente chiamato un film-martyre. 2) Il film di apertura, fuori concorso, Le Deuxième Acte, di Quentin Dupieux,
Dell’uno e dell’altro spero di scrivere a breve.

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