Cannes 2024. NAPOLÉON VU PAR ABEL GANCE (Prima parte). Il ritorno dell’eroe

Napoléon vu par Abel Gance (prima parte), h 3.40. Con Albert Dieujdonné, Antonin Artaud, Nicolas Koline, Marysa Damia. Restauro della “Grande Version” del film del 1927. Un progetto della Cinémathèque Française.
Grandiosa apertura della sezione Cannes Classics, oltre che apertura di fatto (è stata la prima proiezione, anticipando di qualche ora quella di Le Deuxième Acte di Quentin Dipieux) dell’edizione numero 77 del festival. In una Salle Debussy, affollata come poche volte con i classici, dopo quasi cento anni si è potuto vedere, anche se solo nella sua prima parte (ma credo che tra non molto seguirà la seconda), il colossale e giustamente leggendario Napoléon di Abel Gance così come lo aveva voluto il suo autore: in quella Grande Version di oltre sette ore accolta assai bene dal pubblico parigino nel 1927, ma poi sparita, dispersa, dissolta, trasformando il film originario in una sorta di Graal per generazioni di cinefili. Un capolavoro di cui tutte le storie del cinema parlano e favoleggiano, ma che solo adesso ricompare integralmente, in questo progetto fortemente voluto dalla Cinémathèque Française e sul quale si sono investiti 4 milioni e mezzo di euro, cifra raggiunta grazie a molti e generosi sponsor. Un lavoro varato nel 2006 che ha richiesto 18 anni per concludersi. Si è trattato di ricostruire, di far letteralmente rivivere un film-martyre, come l’ha definito non senza accenti melodrammatici Costa Gavras, presidente della Cinémathèque, ieri alla Debussy prima della proiezione. Un’opera immane, sregolata e irregolare che per ragioni di mercato, ma forse anche per un dannato destino, è stata subito tagliata, ridotta, smembrata, smontata, rimontata, massacrata, ovviamente senza l’approvazione del suo autore, per farne versioni più accomodanti, più fruibili, più allineate secondo distributori e esercenti di sala ai gusti del pubblico.
Ieri, dunque, si è trattato di una riapparizione, di una riemersione dal buio alla luce. E di fronte a tanto evento cosa mai si potrà dire, che recensione si potrà mai scrivere? La prima metà che abbiamo visto, in bianco e nero alternato a viraggi in rosso, blu, giallo-arancione, racconta il giovane Bonaparte dall’adolescenza nel collegio militare di Brienne fino alla prima grande affermazione sul campo, la presa di Tolone nel settembre 1793 occupata da inglesi, spagnoli e italiani (del regno di Sardegna), vittoria che mette in luce il suo talento tattico e strategico e lo avvia verso il futuro che tutti sappiamo. Un poderoso romanzo popolare, questo Napoléon vu par Abel Gance, che prende i suoi schemi narrativi direttamente dalla più turgida letteratura dell’Ottocento tra Hugo e Dumas con i climax, le scene madri, la lotta tra bene e male, le perfidie dei nemici, il trionfo dell’eroe su ogni avversità. Questo Napoléon è e non poteva non essere che la proposizione in forma di cinema del più paradigmatico dei viaggi dell’eroe, dall’oscurità alla gloria. Il Bonaparte secondo Gance è un semidio, esplicitamente, astenendosi l’autore da ogni decostruzionismo e revisionismo storico peraltro a quei tempi impensabili, anzi impegnandosi con un vigore travolgente che non può che destare rispetto nello spettatore odierno in un’operazione di mitopoiesi, di edificazione e consolidamento di una leggenda nazionale in cui non possono trovare spazio dubbi, riserve, esitazioni, critiche, riletture e riscritture. La grandezza e insieme l’oggi assai evidente limite di questo film sta nel suo essere del tutto infedele alla Storia e fedele solo all’entusiasmo del suo autore, innamorato fino allo stordimento e all’estasi del suo personaggio. Un’opera che ha più  che fare con la fede, l’innamoramento, la passione, la devozione, che con la cura e il lavoro analitico di uno studioso. Ma a conquistarci, nonostante tutto, nonostante l’esaltazione del superomismo napoleonico, nonostanto  il patriottismo più stentoreo, nonostante l’adozione del parossismo come registro e cifra stilistica, è che Napoléon è, semplicemente, puro cinema. Cinema titanico, esagerato, esagitato, incapace di stare dentro al perimetro della buona regola, strabordante, in preda a una sorta di furia dionisiaca. Si rimane esterrefatti per il senso della dismisura che Gance dissemina in ogni fotogramma, per come osa l’inosabile. Gance non indietreggia di fronte a niente, non teme la retorica né il ridicolo né lo sconveniente, anzi li usa consapevolmente per rendere tutto, anche il più minuscolo dei dettagli, biger than life, in un film vorace e impetuoso che a momenti sembra voler esondare dallo schermo e travolgere la platea. Si favoleggia che il regista abbia montato nelle scene di massa e di battaglia le macchine da presa sui cavalli, e non si stenta a crederlo visti i risultati. La macchina è in perenne frenetico movimento, insegue i suoi personaggi, li anticipa, li avvolge e travolge, respira e ansima con loro, si fa tattile, organica, corporale. Il talento di Gance nel montaggio si era già espresso in La Roue, ma qui raggiunge vette che forse nemmeno Eisenstein. Primi piani vorticosamente montati in sequenza, dissolvenze ardite tra plebi assetate di sangue e volti innocenti di fanciulle e fanciulli. Oppure, nella sequenza forse più folle del film, il mare in tenpesta in cui la barca con Napoleone sta per affondare in montaggio alternato con la seduta parigina della Convention con tutti contro tutti e Robespierre che invoca la ghigliottina per i nemici del popolo. Con la macchina da presa che s’avvicina e si allonta dalla folla tumultuante a simulare il movimento delle onde marine. Da rimanere storditi e increduli. Un cinema ebbro, alterato, che, nonostante nei suoi contenuti voglia stare nella norma rassicurante del patriottismo e dell’esaltazione dell’eroe, finisce col travolgere ogni argune, fino a tasformarsi a tratti in una visione disturbante e insostenibile. Certo, si resta perplessi di fronte ad alcuni capitoli, come il ritorno in Corsica del giovane Napoleone che sabota i tentativi indipendentisti e si attribuisce il compito di ricondurre la riottosa isola sotto il controllo francese. (L’ambivalenza di Napoleno verso la sua identità è un tema affascinante che Gance, sia pure maldestramente, ha il merito di affrontare, mentre viene di solito ignorato dalle narrazioni bonapartesche, compreso il recente Napoleone di Ridley Scott). Eterogenesi dei fini: nell’ultima parte, quella dell’assalto di Napoleone alla Tolone occupata dagli oldiati inglesi, Abel Gance, volendo ancora una volta mnitologizzare il suo semidio e i suoi truionfi, finisce in reakltà e incosapevolmente col mostrarci tutti gli orrori della guerra. L’ombra, il lato oscuro della lice. Si esaltano l’ars pugnandi, il bellicismo, ma poi lo schermo si riempie di corpi martoriati e smembrati nel fango, sotto la pioggia, in un inferno che ricorda quelle delle trincee della prima guerra mondiale. Del resto, quando Gance gira il film sono passati meno di dieci anni da quale massacro che avrebbe cambiato per sempre la storia d’Europa.
Nota: occhio a Antonin Artaud, il teorico (e praticante) del teatro della crudeltà, che in Napoléon interpreta un Marat folle, malato, in disfacimento fisico e psichico.

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