Cannes 2024. LE DEUXIÈME ACTE (Il secondo atto), il film d’apertura di Quentin Dupieux. Recensione

Le Deuxième Acte di Quentin Dupieux. Con Léa Seydoux, Louis Garrel, Vincent Lindon, Raphaël Quenard, Manuel Guillot. Film d’apertura di Cannes 77. Fuori concorso. Voto 7 e mezzo
Pezzo scritto il giorno 15 maggio.
Non so niente di come sia stata la cerimonia d’apertura, di chi c’era e chi non c’era, non ero al Grand Theâtre Lumiere dove tradizionalmente viene officiata e non l’ho seguita nemmeno sullo schermo della Salle Debussy. Trovo il rituale assai stucchevole, tutt’al più sopporto le cerimonie di chiusura per via della suspense dei premi. Sicché il film d’apertura seguito alla cerimonia di cui sopra, questo Le deuxième acte dell’ormai lanciatissimo (a casa sua, la Francia, non certo da noi) Quentin Dupieux, autore eccentrico e fuori norma anche assai prolifico e gran lavoratore (è questo il terzo lavoro suo in meno di un annno: lo hanno preceduto il notevole, pressoché perfetto per fattura e economia narrativa Yannick, presentato a Locarno 2023, e il più scombinato e avanguardista Daaaaaalì, fuori concorso a Venezia 2023), l’ho visto senza inutili prologhi e lungaggini alla Salle Bazin. In altri tempi, anni Ottanta, si sarebbe arruolato Dupieux nel cosiddetto cinema demenziale, adesso sarebbe meglio considerarlo un epigono delle avanguardie storiche come surrealismo e dadaismo, nonché erede non saprei quanto legittimo di tanto cinema americano tra slapstick e fratelli Marx. Però sempre e indubitabilmente europeo, anzi francese, nel suo miscelare leggerezza e pensiero anche denso e ponderoso e tutt0’altro che debole, provocazioni intellettual-intelligenti e calcolate sgangherataggini da cinema basso. Negli anni si è affinato, come essenzializzato, scrollandosi di dosso certe posture inziali da ragazzaccio ansioso di épater les bourgeois (anche perché i bourgeois non si fanno più épater da niente e nessuno), ormai è un maestro, non saprei dire se di maggiore o minore taglia, certo è che che la dimensione piccola, anche produttiva, è quella che meglio gli si adatta. Cinema agile il suo, veloce, non gravato da messinscene eccessive e costose, girato in ammirevole economia di mezzi su sceneggiature apparentemente svagate e in realtà ferree, dove niente è superfluo e tutto è funzionale. Stavolta ha aperto Cannes (anche perché un accordo con produttori e distributori francese ha stabilito che il film di inaugurazione deve uscire in contemporanea in sala, accordo che finisce col favorire il prodotto nazionale) ed è per lui la consacrazione. Fuori concorso, però, ed è un peccato perché sarebbe ora che il suo talento fosse riconociuto con un qualche premio: nemmeno il bellissimo Yannick ce l’ha fatta a Locarno a portarsi a casa qualcosa che non fosse la stima di molta critica).
Allora: Le deuxième acte. Che è il nome di un baraccio-ristorante perso in una qualche campagna francese e location di un film che si sta girando con una troupe tecnica ridotta all’osso (ma è vero che è il primo film girato con l’intelligenza artificiale, chiede una signora a uno degli attori al bar? la risposta la avremo in corso di racconto) e un pugno di attori. La storia o almeno quella che sembra essere inizialmente la trama: David, un bellimbusto odiosetto (Louis Garrel, chi se no) si lamenta con l’amico Willy di essere perseguitato da una donna che, per quanto bellissima, lui non riesce a desiderare. Per liberarsene cerca di convincere lo zotico Willy a farle la corte e conquistarla: la conosceremo, lei, Florence, mentre è in macchina col padre cui intende presentare l’uomo che ama e da cui crede di essere amata. Ma è subito metacinema quando il dialogo tra David e Willy diciamo così svacca, e il secondo comincia a chiedere: ma perché te ne vuoi liberare? ma non sarà mica un trans? non sarà mica disabile? ma guarda che per me le donne devono essere donne: e così via, secondo quel cliché che oggi vien detto di maschilismo tossico. Sfociamo nel film dentro il film allorché David inchioda Willy, smettila, queste battute te le sei inventate, non sono nel copione, non ti rendi conto che stiamo girando e lì c’è una macchina da presa che ci guarda e ascolta, e queste cose che dici ti possono costare la carriera, lo scandalo, l’imperituro ostracismo dal consesso civile. Parallelamente fuoriescono dal film anche la ragazza e il padre. Che è Vincent Lindon e comincia sbraitare che lui no, un film così scemo e una parte così cretina non li vuole più fare,” ma stiamo scherzandom con tutti i guai e le tragedie del mondo stiamo a fare un filmaccio finto-sentimentale anni Ottanta. Che poi guarda mi ha appena chiamato Paul Thomas Anderson che mi vuole per il suo nuovo film”. E sono momenti di gran divertimento benissimo orchestrati (oltre che scritti) da un Dupieux che adotta un walking-and-talking in piano sequenza degno del migliore Linklater e memore perfino di certi Rohmer e Hong Sangsoo. Si ride parecchio (non tutti però) per le frecciate anzi le cannonate scagliate contro il political-correttismo, la cancel culture, il wokismo imperanti in tutto l’Occidente, dove ci vuol niente a essere accusati di omofobia, sessismo, patriarcalismo, razzismo e ritrovarsi con vita pubblica e privata distrutti. Quentin Dupieux si inoltra con coraggio su un crinale scivolosissimo e insidioso cavandosela brillantemente, grazie anche a una scrittura calibrata e ipercontrollata. E con l’astuzia antica dei commedianti che affidavano al fool di turno, al joker, a Bertoldo, all’apparentemente idiot le verità o almeno le asserzioni più scomode e rischiose. Difatti il giovanotto David è un rozzo campagnolo, simpatico ma poco avvezzo alle sofisticherie dei salotti parigini, dunque perfetto per veicolare messaggi non ortofosdi. Certo non tutti in sala hanno gradito, c’è ormai ai festival una generazione di giovani critici e cinefili intransigenti per i quali “certi valori non sono trattabili”. Qualche fischio alla fine c’è stato, quanto a me, ho invece assai gradito. Però man mano che Il secondo atto procede ci si rende conto che l’obiettivo di Dupieux non è quello di perculare il nuovo bigottismo, la nuova polizia della moralità, ma interrogarsi sullo statuto di cosa sia reale e non lo sia. Al cinema e fuori dal cinema. In fondo, anche il pirandelliano Yannick, il Sei personaggi in cerca d’autore di Quentin Dupieux, era una messa in crisi di ciò che sbrigativamente chiamiamo realismo, e sempre lui molti anni fa aveva portato a Venezia forse il suo lavoro migliore di sempre titolato non a caso Reality (finì fuori concorso o forse in Orizzonti e non se ne accorse nessuno). Il disegno del regista appare chiaro quanto al già complesso doppio livello ne aggiunge un terzo dove affida al personaggio di Garrel di svelare il senso dell’opera, in una sequenza assai esplicita e teorica, che è meglio non dire. In questa fase terza o terzo atto di Le deuxième acte (titolo volutamente beffardo e fuorviante?) la forze delle cose o forse, al contrario, l’immaginazione di chi quella forza la agisce e subisce sembra prendere il sopravventyo. Con purtroppo grazia di quanti Dupieux d fosse riuscito a infondere fno a quel momento, con un che di trivialità di troppo, con un’ovvietà fin troppo prevedibile per chi sia abituato ai rovesciamenti e ai continui sabotaggi di senso di un cinema come questo. Resta da dire del quartetto di attori, essenziali in progetti come questo, così affidati alla parola e al corpo dei personaggi. Eccellenti, ed è ovvio trattandosi di Garrel, Lindon e Sydoux. Cui tiene benissimo testa Raphaël Quenard nella parte del rozzo giovanotto.
Nota. Nella profluvio di political-scorrettismi pronunciati dal personaggio di Willy si accenna anche a “Mel Gibson che parlò degli ebrei”. Ecco, questo delicatissimo tasto sarebbe stato meglio neanche sfiorarlo

 

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