Cannes 2024. FURIOSA: A MAD MAX SAGA, un film di George Miller. Recensione. Sì, buono, ma non bastava Fury Road?

Furiosa: A Mad Max Saga di George Miller. Con Chris Hemsworth, Anya Taylor-Joy, Ayla Browne, Tom Burke, Elsa Pataki. Fuori concorso. Voto 7
Prequel di quel Mad Max: Fury Road che incendiò qualche Cannes fa prima del Covid (ricordo le ovazioni non solo alla fine ma anche durante il press screening al GTL, con seriosi critici internazionali eccitati come ragazzini da tutto quel mena-mena fracassone ma dal design sensazionale). E che sarebbe finito addirittura al primo posto di molte classifiche franco- e anglofone sui migliori film degli anni Dieci. Esagerazioni. Anche se bisogna riconoscere all’aussie George Miller il merito di aver inventato ex-nihilo un cineuniverso tutto suo, ultrapersonale, di enorme impatto sui pubblici globali, un franchise non confondibile con nessun altro, tantomeno con quello marvelliano degli Avengers o con quello bollitissimo di Star Wars. Oltretutto con impresso un segno differente, a modo suo autoriale e con, a livello progettuale e concettuale, la voglia di esprimere attraverso il film-giocattolo qualcosa che vada oltre il puro entertainment, ovvero l’immaginazione di un mondo futuro e insieme passato in grado di suggerirci qualcosa, nel suo disfacimento, nel caos, nel ritorno allo stato di natura e di una tecnologia primitiva, su quello che siamo noi qui e ora.
Furiosa è il racconto di formazione, il diventare adulto del personaggio in Fury Road interpretato da Charlize Theron e in questo film prima affidato a una ragazzetta di  inquietante presenza, poi a una Anya Taylor-Joy tosta e guerresca al punto giusto che però non ce la fa a cancellare il ricordo (almeno in me) di Furiosa-Charlize. (Ma tutta questa smania antipatriarcalista e un po’ wokista di cavalcare l’onda emettendoe al centro degli action più testosteronici non più eroi ma eroine siamo sicuri che piacerà al pubblico? Visti certi flop recenti come l’orrendo The Marvels qualche dubbio sovviene). Il resto, oltre il coming-of-age di Furiosa, è il solito immaginifio circo post appocalittico, post atomico, post tutto di George Miller, un bacino di immagini e stilemi che è ormai il suo personale playground, la cassetta degli attrezzi con cui coreografare scene di massa, impiantare combattimenti rutilanti e altre meraviglie ultracinetiche. Dove la lotta e la guerra si fanno sogno, incubo, stato allucinatorio, evocazione e precognizione di mondi altri e altre possibilità. Tra le molte ultrabarocche scenografie, nel bric-à-brac di costumi e armi di sfrenatissima creatività va almeno segnalate la bike-biga del fichissimo villain interpretato da un ottimo Chris Hemsworth che si impossessa con autorità del film, bike-biga che è precisa citazione di quella del Ben-Hur di Charlton Heston. Cinefilia. Passione vera per il cinema. E il latineggiare di George Miller, l’attribuire a persone e ad altro nomi in latino sono un derivato di tanto cinema peplum visto e amato, ma è anche un omaggio alla Roma antica più sincero, divertito, giocoso, lieve di quello pomposo e pretenzioso-saccente di Francis Coppola in Megalopolis (che chiama i suoi due personaggi principali Catilina Caesar e Cicero). Furiosa è altamente godibile, nonostante o forse proprio grazie al fatto che la narrava sia debole anzi evanescente, che a un certo punto, dopo gli ennesimi scontri e ammazzamenti e macelli e sfracelli, non si capisca più chi sia amico o nemico di chi e perché le tribù alleate fino a un momento prima riprendano di colpo a combattersi. Il caos. Anche se poi è l’azione sublimata in fantasmagoria visiva a vincere comunque. Però due ora e mezzo sono troppe e Furiosa rischia la ripetitività nonostante lo sforzo evidente di Miller di reinventare ogni volta l’esausto schema dei combattimenti. Con tre quarti d’ora di meno Furiosa sarebbe stato perfetto. E però la domanda vera è un’altra: c’era proprio bisogno dopo Fury Road di un prequel che aggiunge poco o niente a quanto si era già visto?

George Miller sul set

 

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