Cannes 2024. BIRD, un film di Andrea Arnold: recensione. Volare via

Bird di Andra Arnold. Con Nykiya Admas, Jason Buda, Barry Keoghan, Franz Rogowski. Voto tra il 7 e l’8
Ad Andrea Arnold è stato consegnata pochi giorni fa la Carrosse d’Or (dal titolo di un film di Jean Renoir), premio alla carriera assegnato ogni anno dalla Quinzaine des Cinéastes già des Réalisateurs a un autore/autrice che si sia distinto/a per un cinema disallineato, indie, non mainstream. La regista inglese se l’è ampiamente meritato con titoli ormai storici come Fish Tank, American Honey, Cow. E come un Cime tempestose pulsionale e aflondato nel fango proiettato nei primi anni Dieci a Venezia nella più totale indifferenza di stamopa italiana e pubblico e mai uscito nelle nostre sale. Stiamo a vedere se dopo la Carrosse adesso ad Arnold toccherà anche al Cannes-festival qualcosa di molto consistente. Si parla tanto di riconoscere il cinema femminile, ma poi finisce che le Ducournau vincono la Palma e lei, la Arnold, no. Almeno finora.
Bird conferma l suo talento di indagatrice di malesseri individuali e disadattamenti sociali, la capacità di rappresentare con partecipazione e rispetto un’umanità alla deriva in lotta darwiniana per la sopravvivenza, intrappolata in ambienti di massimo degrado materiale e no. Insetti chiusi in una bottiglia che si dibattono per uscire. Eppure Arnold non è, non è mai stata solo un’autrice alla Ken Loach impegnata sul fronte dei derelitti, degli ultimi, degli umiliati e offesi. Nel suo cinema è sempre emersa anche un’adesione quasi carnale ai personaggi lumpenproletari, ai misérables, la capacità di sintonizzarsi sulle loro vibrazioni. Oltre che, dato assai peculiare, un’attrazione incantata per il mondo naturale, per i regni vegetale e animale, l’attenzione per i dettagli e le minuscole creature dell’ecosistema tutto, di terra, di aria e di acqua che sia. Il che la sottrae al cliché e ai manierismi del cinema civile, di denuncia, di opposizione, militante. Stavolta Arnold, coraggiosamente, va oltre anche il proprio cinema, restando sempre nell’ambito del disagio sociale e privato, collettivo e individuale, ma imprimendo al racconto la forma dell’apologo, della parabola più angelica che evangelica, della fiaba, esondando da cinema realista-naturalista a quello del fantastico.
Bailey ha dodici anni, vive in un piccolo centro del Kent in una casa che si direbbe occupata insieme al padre e al fratello: il padre lo ha avuto a soli 14 anni, da una donna che non è la madre di Bailey. La quale se n’è andata avendo poi altri tre figli da altri uomini. Questo il quadro. Chiaro che per Bailey la vita è complicata e lo è anche per chi le sta vicino, il fratello ha messo incinta la sua ragazza, la madre sta con un tipo violento e Bailey teme per i tre fratellini in balìa di quell’uomo. Poi nella vita della ragazzina arriva Bird, un uomo con la gonna (ma senza dichiarazioni di fluidità, non è quello il cinema della Arnold) che ha la facciada fauno di Franz Rogowski, ormai star del cinema europeo d’autore. Conoscerlo per Bailey sarà l’inizio di un processo di liberazione. Di più non è il caso di dire, se non che la regista imbocca auudacemente una strada che mai avevo percorso finora introducendo elementi di cinema del fantastico e simbolismi (il film è pieno, anche troppo, di creature con le ali) che lei ammorbidisce a adatta a sé stessa. Si esce con una qualche perplessità, eppure più che mai convinti che Andrea Arnold abbia realizzato ancora una volta qualcosa di assai vicino al risultato assoluto. Ieri ho visto, sempre del concorso, The Substance di Coralie Fargeat, accolto alla Debussy da un’ovazione da parte della jeune critique. Un body horror assai estremo e anche furbo che temo possa ripetere i (ne)fasti di Titane. Se, sventolando la bandiera rosa e wokista, la giuria assegnasse a lei la Palma e si dimenticasse della Arnold, sarebbe il caso di incatenarsi per protesta sulla Montée de Marche.

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