Cannes 2024. MEGALOPOLIS, un film di Francis Ford Coppla. Recensione

Megalopolis, un film di Francis Ford Coppola. Con Adam Driver, Nathalie Emmanuel, Shia LaBeouf, Aubrey Plaza, Jon Voight, Dustin Hoffman, Talia Shire, Kathryn Hunter, Laurence Fishhburne. Concorso. Voto 4
Il vero capolavoro di Coppola è di aver trasformato Megalopolis in un evento esplosivo. Che da quando il film – il ritorno del regista dopo oltre dieci anni – è stato rivelato alle masse cannensi, esposto come la Sacra Sindone ai devoti peraltro già pronti alla genuflessione ancora prima di averlo visto (questione di bias, come si usa dire nella neolingua dei millennial), è scoppiata la guerra di religione con venature da guerra civile, essendo i cinefili, benché litigiosissimi tra loro, appartenenti alla stessa nazione. Meglio (o peggio?), alla stessa tribù. Con particolare veemenza da parte dei fautori di Megalopolis che non perdonano agli altri, i non adoranti, i non genuflessi, i non ortodossi, gli eretici insomma, la blasfemia e il mancato omaggio nei confronti del Grande Maestro, che pure ha fornito stavolta il suo prodotto più imbarazzante. Sarà che per vocazione e anche per dato naturale sono poco propenso al fanatismo, fatico ad arruolarmi nell’una o nell’altra fazione: sicché mi chiamo fuori volentieri, sempre che sia possibile, dalla civil war sulla Croisette.
Mi spiace parecchio che l’autore di film come Il padrino e Apocalypse Now sia incappato in un simile infortunio, che più che a un epic fail somiglia a un (tentato?) suicidio, al disastro totale in cui Coppola ritrova quel titanismo, quella sfida agli dei che è sempre stata la cifra del suo cinema e forse anche della sua vita. Gigantesco sempre, nel successo e nel fallimento. Poi certo gli si riconosce anche stavolta la capacità di creare (in certi momenti) cinema, di inventare e di sperimentare: giocando alla roulette russa con il non nascosto compiacimento dell’eroe che affronta la prova suprema. Scombinato, senza un centro, senza una narrazione non dico coerente ma almeno dotata di un qualche senso e sviluppo, con personaggi fuori fuoco, questo Megalopolis (la grandeur coppoliana è già nel titolo) è gravato in primis dal confuso parallelismo tra l’America di un domani molto simile all’oggi e la Roma antica, parallelismo che sembrerebbe venire da lontano, da maldigerite letture liceali, da una visione corriva, banale e stereotipata basata più sui peplum anni Cinquanta e i romanzoni popolari che su rigorosi studi storiografici. Il guaio è che Coppola si prende sul serio e seriosamente pretende di ammannirci una pessima lezione sull’America degenere ricorrendo ai più triti cliché sulla città dei Cesari (avete in mente? congiure di palazzo, imperatori pazzi e tirannici, giochi gladiatorii e sangue nelle arene ecc.). Sentenzioso, con didascalie e spieghe in caratteri antico-romani come scolpiti nel marmo, Megalopolis ambisce a farsi affresco definitivo della decadenza contemporanea. Peccato che non sia chiaro, anzi parecchio oscuro, quello che voglia raccontarci. Note ufficiali e pressbook, spesso ripresi pigramente dai commentatori, ci dicono con sussiego che viene messo in scena il conflitto, nella New York di un domani assai prossimo, tra un brillante giovane architetto chiamato nientedimeno che Catalina Caesar e il sindaco chiamato Cicerone. Il richiamo sarebbe a quella sedizione ordita da Catilina nel 62 avanti Cristo contro il Senato, accusato di ersercitare un potere di stampo oligarchico e autoritario a spese del popolo. Sarà Cicerone a sventare la congiura. Ci siamo capiti, giusto? Nella New York di oggi, pardon di domani, il sindaco Cicero, supportato dall’establishment in cui brillano di luce nera banchieri e affaristi, progetta l’ennesima speculazione urbanistica per arricchire i già ricchi, mentre l’architetto avanguardista Caesar (Adam Driver, in una delle sue parti sbagliate) si oppone con il suo progetto di una città ecologica, a misura umana e dalla parte della gente e bla bla bla. Il Bene contro il Male? L’Oligarca contro l’Uomo del popolo? Ma no, il sindaco Cicero è in fondo persona garbata, il presunto oppositore Caesar invece un narciso anche piuttosto odioso. E non è che tra i due ci sia una lotta feroce, macché, fan parte della stessa casta, si incontrano agli stessi party e spesso di attovagliano insieme, sono pure quasi imparentati (la figlia di Cicero è la compagna di Caesar). Sembra, più che una lotta di classe, un gigantesco inciucio dal sapore mafioso in cui Coppola ritrova materia a lui assai congeniale. Comunque non si capisce niente, i dialoghi sono ridondanti, pretenziosi o vacui o incomprensibili, con ampie citazioni per darsi un tono alto e colto. I due presunti avversari non diventano mai i poli opposti di una qualsiasi lotta, di un qualsiasi vero conflitto, il che condanna il film all’assenza di ogni dinamica interna. Attorno altri personaggi casualmente incastrati. Un parente non ricordo se di Cicero o di Caesar o di entrambi di nome Clodio fa lui il demagogo-tribuno del popolo inzingando alla rivolta, una anchorwoman impalma il vecchio banchiere, una popsinger di nome Vesta (do you remember il Tempio di …?) si proclama vergine ma poi la si scopre a letto con Caesar: scandalo sessuale! Si mangia, si beve, si assumono sostanze, si balla in locali ambigui che dovrebbero comunicarci il degrado morale, intanto la città utopica sognata da Caesar prende corpo, ed è francamente orrenda. Una cosaccia che nessuna archistar si sognerebbe mai di firmare. Tutta ovviamente in una CGI di pessima qualità che segna l’ennesimo limite del film. Echi e citazioni (volontarie? involontarie?) abbondano. La metropoli degradata richiama quella di Joker, ma anche la trilogia nolaniana di Batman. La foresta di grattacieli in CGI ci porta a Metropolis di Fritz Lang, ma senza quella scintilla visionaria (e poi se in Lang il conflitto capitale-lavoro è davvero l’asse portante qui non emerge mai in una forma intellegibile). Quando poi la fauna dei ricchi padroni della città si scatena nei balli in locali equivoci a fare tanta deboscia da corrotto impero romano si pensa con nostalgia a La grande bellezza di Sorrentino. Uno che almeno la Roma antica e odierna, cioè la Roma eterna, di sempre, immarcescibile, la conosce bene.
Dimenticavo il momento migliore, la prova che Coppola è ancora capace di stupire e di fracassare i codici: a un certo punto della proiezione stampa in Salle Debussy è apparso sul palco un signore con un microfono. Dopo averlo piazzato a lato dello schermo ha rivolto live una domanda a Adam Driver, intendo a Driver “dentro il film”. Il quale ha risposto lungamente. Non saprei dire se sia stato un evento unico o se questo intermezzo teatro-e-cinema si sia ripetuto anche negli altri screening qui a Cannes, né se sarà replicato quando Megalopolis sarà in sala.

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