Cannes 2024. TRE CHILOMETRI ALLA FINE DEL MONDO di Emanuel Pârvu: recensione

Tre chilometri alla fine del mondo (Trei Kilometri Pana La Capatul Lumii), un film di Emanuel Pârvu. Con Bogdan Dumitrache, Ciprian Chiujdea, Laura Vasiliu, Valeriu Andriuță. Concorso. Voto 6
Film rumeno in linea con quanto s’è visto negli ultimi quindci anni arrivare da Bucarest, mi riferisco al cinema dei vari Puiu, Mungiu, Netzer, Porumboiu, uno più bravo dell’altro. Diciamo che Tre chilometrio alla fine del mondo è un lavoro di scuola, anzi scolastico nel suo probo realismo, nell’attenersi con la diligenza del bravo allievo, da parte del regista, ai modelli messi a punto dei maestri maggiori, nella sua cura, assai da cinema rumeno, alla scrittura, alla sceneggiatura. Il regista si chiama Emanuel Pârvu e, francamente, non lo conscevo prina di questo Cannes. Eppure leggo che, oltre ad avere alle spalle già due film dietro la macchina da presa, è anche attore e sceneggiatore. Tre chilometri alla fine del mondo è un buonissimo prodotto, girato con mano sicura, ma era proprio il caso di metterlo in concorso a Cannes? Perché, pur bravo, Pârvu sembra un epigono dei grandi succitati più che brilare per impronta personale e originalità.
In un villaggio del delta del Danubio Adi, un ragazzo di 17 anni, viene picchiato brutalmente. Quando il padre se lo vede arrivare aa casa così conciato lo porta da un medico e al commissariato (naturalmente il poliziotto è amico d’infanzia del padre, lì tutti conoscono tutti, come in tanti microcosmi incontrati al cinema, in letteratura, in tv). Chi è stato? E perché il colpevole o i colpevoli lo hanno fatto? Adi resta sul vago e non aiuta, destando subito qualche sospetto. Parte un’indagine che dall’imboscata di quella notte si allarga sempre più, come i cerchi nell’acqua, fino a coinvolgere tutto il villaggio, mettendo a nudo ipocrisie, menzogne, connivenze, collusioni, manipolazioni, rischiando di far crollare i precari equlibri della vita sociale, il reticolo delle relazioni, delle amicizie, delle parentele. Emergono favoritismi, piccole ma diffuse corruzioni, pregiudizi antichi, un atavismo di compottamenti e valori, mentre si scatena la reazione di autodifesa della casta del villaggio. Tutto ottimamente orchestrato, messo in scena, interpretato. Con quell’aderenza al reale che ha fatto grande il cinema rumeno degli anni Duemila, con quella capacità di denunciare il marcio di un paese che è passato velocemente dal socialismo (ir)reale al mercato talvolta selvaggio e a un’incerta democrazia. Notevole, e avvincente, il crescendo drammaturgico, l’escalation che, da un fatto circoscritto, inghiotte via via la famiglia del ragazzo, quella degli aggressori, i poteri forti del posto, il prete, la polizia, il politico locale. Il punto fragile di Tre chilometri alla fine del mondo è che a (non) funzionare da starter drammarturgico è il contatto fisico più che minimo scambiato per atto omosessuale: un ragazzo succhia la punta del dito di un coetaneo per togliergli una spina sotto pelle e tanto basta a scatenare un’ondata di omofobia. Ora, va bene che ci troviamo in un villaggio del delta danubiano non proprio all’avanguardia dei costumi e dei diritti delle minoranze, ma pare francamente esageratoa una simile reazione anche da quelle parti. Molto applaudito alla proiezione mista stampa-pubblico al Grand Theatre Lumière. Però, sempre stando nel cinema rumeno, si era visto di meglio in fatto di denuncia di atavismi e arretratezze culturali e corruzioni: già Mungiu aveva denunciato in Oltre le colline il fanatismo e il potere pervasivo della Chiesa sulle coscienze, e Netzer, nel film Orso d’oro a Berlino Il caso Kerenes aveva raccontato una storia simile, anche lì un un giovanotto inguaiato finiva col cavarsela grazie alle conoscenze altocolocate della famiglia. Curiosità: l’attore che allora era il ragazzo, Bogdan Dumitrache (una gloria del cinema rumeno degli anni Dieci), stavolta è il padre.

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