The Substance di Coralie Fargeat. Con Demi Moore, Margaret Qualley, Dennis Quaid. Concorso. Voto 5
Vincerà? Tutti lo danno tra i favoriti alla palma questo horror, anzi body-horror come precisano gli esegeti del genere sul corpo femminile scritto e diretto da una donna, Coralie Fargeat. Ce n’è abbastanza, quanto ad analogie, perché la storia si ripeta (se come farsa o tragedia fate voi) e si riassista ai (ne)fasti di Titane di Julia Ducournau, folle Palma d’oro 2021. Anche quello un body-horror scritto e diretto da una signora francese. Devo dire che però The Substance mi è dispiaciuto meno, anche se non ho nessuna voglia di vederlo vincere. Digressione: ormai alle proiezioni stampa dei festival vengono applauditi con orgasmico entusiasmo film che un tempo sarebbero stati considerati grossolani, schematici, troppo compiacenti verso il pubblico, troppo ruffiani. Una mutazione darwiniana: lo sguardo critico è cambiato radicalmente. Mi riferisco al tripudio suscitato da The Substance, soprattutto dalle sequenze più efferate, gorey, schifosissime e luride, ma anche ai fragori di battimani per Anora di Sean Baker, qui francesemente chiamato Bakèr, come la Josephine chanteuse e danseuse, un film certo interessante, non però quel capolavoro osannato dalla critica giovanottesca, intorno a una ragazza che non si capisce se più ingenua o più scema convinta com’è di averlo messo in c**o alla famiglia di un oligarca russo. Figuriamoci. Ecco, il tipo di cinema che piace è questo. Mentre vengono accolti con freddezza o indifferenza, il che è perfino peggio, film più fragili, ombrosi e discreti. Come Marcello mio: sala Debussy vuota per due terzi al press screening e gelo alla fine. O come The Shrouds, I sudari, piccolo, intimo film di David Cronenberg che avrebbe meritato un’accoglienza migliore. Fine della digressione (e del lamento del critico boomer) e torniamo a The Substance della francese Coralie Fargeat però tutto english-spoken e con protagoniste americane, Demi Moore (bravissima e coraggiosa in una parte che molte avrebbero rifiutato, e forse qualcuna lo ha anche fatto) e l’onnipresente Margaret Qualley.
La regista si era fatta conoscere qualche anno fa con Revenge, di cui si parlò benissimo (io non l’ho visto, sorry). The Substance è girato magnificamente, nel senso di gran mestiere, a ritmi vertiginosi, con un montaggio che riesce a comprimere in una manciata di secondi un’infinità di immagini e dettagli, insomma ci siamo capiti. Un film che spaccia sé stesso come un atto d’accusa alla società dell’immagine e dello spettacolo, come critica radicale e senza sconti alla cultura della prevalenza del corpo, del narcisimo di massa, dell’exploitation del corpo femminile, dell’uso e della manipolazione del corpo come strumento di controllo e sottomissioine della donna. Perfettamente in linea dunque con la sensibilità contemporanea wokista. E però critica “portata avanti” adottando un’estetica che è del tutto simile a quella che si propone di denunciare, in un processo mimetico quantomeno ambiguo (semplificando alla maniera delle vecchie zie arbasiniane: signora Fargeat, qui si predica bene ma si razzola male). Difatti The Substance è strapieno di turgidi sederi femminili e seni e cosce sbattuti in primo piano, scrutati in ogni piega e anfratto dall’occhio della macchina da presa, indagati e feticizzati, che se alla regia ci fosse stato un uomo sarebbe già stato decapitato sulla Croisette. Poi certo Fargeat ci mostra, nella seconda parte, come quegli stereotipi di bellezza, come il culto ossessivo del corpo eternamente giovane si rovesci nel suo contrario e generi, alla lettera, mostri. Ma non si tratta di una riflesssione granché sofisticata, resta di un buonsensismo banale solo pitturato con una mano di engagement wokista. Niente di più, soprattutto non riesce a farci dimenticare la prima parte. Film senza sottigliezze, senza complessità. E assai compiacente verso il suo pubblico.
Star da molti anni del fitness in tv con le sue quotidiane lezioni di gym, Elisabeth Sparkle viene brutalmente licenziata dal boss (un repellente Dennis Quaid) che la ritiene troppo “matura” per la trasmissione. Messa di fronte al fantasma della propria vecchiaia e della decadenza del proprio corpo, Elisabeth decide di aderire a un’organizzazione che, attraverso il ricorso a una misteriosa sostanza, promette ai clienti di poter creare, in qualche modo partorire, un proprio doppio più giovane, più bello, più vitale. Sciaguratamente, Elisabeth accetta questo patto con il diavolo (perché l’archetipo resta quello) destinato a creare infiniti guai. Sue, nata da Elisabeth grazie alla sostanza, ovviamente ne prenderà il posto in tv diventando subito una superstar. Sarà lei il nuovo modello di femminilità vincente. Non ci vorrà molto tempo perché tra le due nasca una rivalità distruttiva. Finirà in un modo che non si può dire, però se vi capita di rivedere Carrie di Brian De Palma ripassatevi bene l’ultima parte. Certo, The Substance è abilissimo, costruito con solido mestiere, avvincente, irresistibile, con dentro l’istinto-killer, ammesso che un film possa avercelo un istinto (secondo me sì), del prodotto di successo (in certi momenti mi è sembrato di rivedere Parasite). Vincerà sicuramente un premio, sarà un trionfo in tutto il mondo. Potrò dire però che io ne sono uscito con una sensazione sgradevole?
Nota. C’è un’evidente falla nello script, anche se la frenesia impressa dalla regista la copre abilmente spostando l’attenzione dello spettatore su altro. The Substance avrebbe avuto una sua ratio (che invece non ha) se a rinascere da Elisabeth fosse stata lei stessa, solo più giovane, se grazie a lei Elisabeth avesse potuto recuperare bellezza e futuro. Invece da Demi Moore nasce Margaret Qualley. Che incomincia a “succhiare” energia alla “madre”, a distruggerla. Quella che insomma Elisabeth si ritrova accanto con una nuova, appagante vita non è lei, non è il suo doppio come sperava e le avevano fatto credere, è a tutti gli effetti un’altra. Una rivale. E allora che senso ha continuare quel patto col diavolo visto che Elisabeth non ci ha guadagnato niente, non ha ottenuto quello che si aspettava? non sarebbe più razionale infrangerlo quel patto che le ha procurato solo guai e smetterla? Invece no, continua. È una voragine logica in sede di sceneggiatura che Fargeat si guarda bene di spiegare. E che via via trasforma The Substance, al di là delle intenzioni iniziali, nell’ennesima versione, stavolta horror, di Eva contro Eva.
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