Cannes 2024. ANORA, un film di Sean Baker: recensione. Un altro candidato alla vittoria

Anora di Sean Baker Con Mikey Madison, Mark Eydelshteyn, Karren Karagulian, Yura Borisov. Voto 5 e mezzo
Uno dei tre film dati per favoriti alla Palma, gli altri due essendo Emilia Perez e The Substance (preferirei il secondo, pur non avendolo pazzescamente amato, solo apprezzato; direi che il film di Audiard è anche quello con più chance). Poi magari spunto qualcun altro, per esempio Andra Arnold col suo Bird. O l’iraniano The Seed of the Sacred Fig dell’expat dissidente Mohammad Rasoulof. Intanto parliamo di Anora, nome di origine uzbeka – lo apprenderemo verso il finale – della ragazza protagonista. Che vive a New York dove ufficialmente esercita la professione didancer, in realtà prostituta, anzi escort in un club dove strip e danze, insomma movimenti ritmici di massaggio e carezze profonde, sono per i clienti solo la prima parte della serata. Ovvio si faccia chiamare Ari, più spiccio e pratico e meno strano all’orecchio medio-americano. Regista è quel Sean Baker reuccio del cinema indie che, lanciato prima a Locarno con Starlet 2012 poi a un Sundance con Tangerine (che ci venne detto essere stato tutto girato con un iPhone: non ci ho creduto allora e continuo a non crederci adesso), avrebbe poi svoltato proprio a Cannes, ma alla Quinzaine, con The Florida Project, produzione sempre molto indie  però così ben astuta e rifinita da arrivare alle soglie dell’Oscar. Per Sean Baker è stata la consacrazione, tant’è che il suo successivo Red Rocket nel 2021 è stato invitato al festival di Cannes in concorso, quello magggiore, quello vero (ricordo per l’ennesima volta che Quinzaine des Cinéastes e Semaine de la Critique non sono sezioni interne al festival, ma rassegne del tutto esterne e indipendenti). Non fu quel successo che molti si aspettavano (non era comunque male).
Il riscatto può essere questo nuovo Anora, accolto trionfalmente – un’esagerazione – alla proiezione mista stampa-pubblico al Grand Theatre Lumière. Record di applausi di questo Cannes, almeno quanto ho potuto verificare, a parità conil discutibile The Substance di Coarlie Fargeat (che più passano i giorni e meno mi piace).
Mi rendo conto di averne visti un bel po’ ormai di Sean Baker-movies, un cinema assai riconoscibile il suo, dai tratti cstanti e ricorrenti a partire dagli ambienti marginali dove si muovono personaggi derelitti, perdenti, perduti eppure indomiti, disposti a lottare per il loro pezzetto di felicità. Urla, strepiti, toni da commedia sovreccitata e corporale sono un’altra riconoscibile cifra del suo fare cinema. Ritroviamo tutto, puntualmente, anche in Anora, rilettura in chiave contemporanea e in urlato stile Sean Baker dell’artchetipo narrativo di Cenerentola. O, se vogliamo stare, a tempi meno remoti, di Pretty Woman. Anche qui una prostituta incontra il milionario anzi il miliardario (in dollari) che le potrebbe cambiare la vita e, ebbene sì, darle quell’amore che lei, in fondo una ragazza romantica, cerca. Il principino azzurro si chiama Ivan detto Vania,  è russo, ha 21 anni, è simpatico e belloccio, mercuriale, iperattivo, viziatissimo e fuorissimo di testa, alcol e tutte le pillole possibili in corpo. Per la verità nulla ha di suo, tutto è del babbo, un oligarca rimasto a Mosca mentre lui, Ivan, è volato a New York per una vacanza pare senza data di scadenza. Questi russi ricchi (siamo prima dell’embargo causa invasione Ucraina) che, arrivati in Occidente, si sfrenano in tutte le debosce e mollezze ricordano curiosamente e incredibilmente Ninotchka di Lubitsch, di cui Anora sembra essere in certi mementi la versione bassa e adeguata alla volgarità dei tempi nostri. E se in Lubitsch era la compagna Garbo a essere mandata dal partito a fermare il gozzovigliare dei traviati dal capitalismo, qui c’è pugno di émigré incaricati dal papà oligarca di riportare sulla retta via Ivan che dalla fantasmagoria occidentale e dall’ars amandi di Ani si è fatto un po’ troppo travolgere. Missione difficile. Ivan è pazzo di Ani, conosciuta ovviamente allo strip-club, e della sua diciamo professionalità. Al punto a portarsela a casa per una settimana e poi via con lei a Las Vegas. Quello che segue è la (quasi) realizzazione del sogno di Ani di sistemarsi e l’intervento della famiglia decisa, quel sogno, a impedirlo e infrangerlo. Ani lotterà e di più non si può dire. È a questo punto che Anora mostra i suoi limiti di film spaccato a metà, di ibrido non risolto, con una prima parte in chiave di commedia, anche comediaccia, tutta strepiti, sesso, sniffate, la seconda virata sul patetico e poi sul melodrammatico. Due registri che Sean Baker non riesce a far convivere. Il guaio è (anche) che si fatica a simpatizzare per la protagonista, che si infila in una partita più grande di lei convinta di vincere, mentre è già perdente in partenza. Senza renedrsi conto di quanto siano pericolosi i suoi avversari, perché con certa gente ci vuole niente a finire impiombati in fondo all’Hudson. Chiunque con un briciolo di testa al posto suo se ne sarebbe reso conto, Anora no. Ingenua o stupida? In ogni caso, perché dovremmo stare dalla sua parte? Sean Baker è abile, ma non ce la fa a risolvere le evidenti contraddizioni della sua protagonista. Attenzione: in una parte minore di guardiaspalla rispunta il più bravo attore russo della giovane generazione, Yura Borisov, rivelatosi a Cannes 2021 con Scompartimento numero 6 e confermatosi a Venezia, lo steso anno, con il magnifico Il capitano Volkonogov è fuggito. Vedendo qualche giorno fa Limonov di Serebrennikov (di cui non ho ancora scritto) ho pensato che sarebbe stato lui l’attore perfetto per quel personaggio ambiguo e così profondamente russo, non il pur bravo Ben Whishaw.

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