Cannes 2024. PARTHENOPE di Paolo Sorrentino: recensione

Parthenope di Paolo Sorrentino. Con Celeste Dalla Porta, Stefania Sandrelli, Silvio Orlando, Luisa Ranieri, Gary Oldman. Voto 5+
Parthenope sembra nato per sancire lo status di Paolo Sorrentino quale super-autore globale: distribuzione in America di A24, label indie che si è rivelata negli ultimi anni una macchina da Oscar; il festival maggiore che c’è, Cannes, come prima vetrina e base di lancio con quel che ne con segue in fatto di valorizzazione del film; una promozione fatta di proiezioni segrete e embarghi e leaks abilmente diffusi per alimentare l’hype e trasformare Parthenope in evento. Aggiungiamoci l'(auto)citazione di La grande bellezza, a tutt’oggi il film maggiore di Sorrentino, il suo manifesto, del quale qui si riprende non solo la struttura a molecole narrative, ma anche il processo di ri-mitologizzazione di una città, là Roma qui Napoli. E sempre da La grande bellezza si riprende la centralità personaggio che faccia da perno, anzi da Virgilio nei gironi infernali e nelle sfere sublimi, solo che al posto di Jep Gambardella/Servillo c’è una figura femminile di nome Parthenope interpretata dalla esordiene Celeste Dalla Porta.
Dai credits Sorrentino emerge come Autore Unico e Assoluto, sua non solo la regia ma anche la sceneggiatura. Una sola firma per tutto. Purtroppo l’esito, almeno qui a Cannes, non è stato quello sperato. Della proiezione ufficiale col pubblico non saprei dire, perché non c’ero, Parthenope l’ho visto al press screening in Salle Debussy dove l’acoglienza è stata piuttosto fredda (attenuante l’ora tarda. Iniziato alle 22,30, finito alle 0.40, dunque tutti stravolti dalla stanchezza). Lo score su Rotten Tomatose è uno scoraggiante 25%, non soddisfacente neppure quello su Metacritic, 52). Non si capisce perché, dopo il molto bello (difatti ha funzionato dappertutto, da Venezia agli Oscar) È stata la mano di Dio, dove si abbandonava a una narrazione accessibile e accattivante riallacciandosi anche ai modi tradizionali nella teatralità napoletana, stavolta Sorrentino sia tornato a un film ultraconcettuale, il più antinarrativo e respingente che abbia mai fatto, un oggetto a tratti inaccessibile, anche se la sua capacità di metteur en scène non viene smentita.
Ma come si fa a raccontare Napoli, di cui tutto è stato detto e mostrato? Anche a rischio della sgradevolezza, Sorrentino cerca di scostarsi dai mille cliché della napoletanità, ed è un coraggio che bisogna riconoscergli. Non si intravede però quale sia la direzione intrapresa. Non ci resta che seguire la protagonista Parthenope, dal 1950, anno della sua nascita (i suoi fanno parte della cerchia del comandante e già discusso sindaco della città Achille Lauro), quindi via via nelle sue fasi evolutive. Attraverso di lei entriamo nelle pieghe e negli abissi di una Napoli in apparente perenne mutazione in realtà sempre uguale a sé stessa, fissata al proprio passato. Squarci, ritratti, affreschi, miniature, corpuscoli e frammenti collegati solo dalla presenza di Parthenope. Diversamente che nella Grande Bellezza qui si segue una linea temporale, anche se con ampi salti ed ellissi, secondo scelte che appaiono più casuali e idiosincratiche che coerenti tappe di una storia della città dalla metà del secolo a scorso a oggi. Parthenope, già dal suo nome, è Napoli o almeno dovrebbe esserlo in una simbiosi perfino carnale. Purtroppo niente giustifica in corso di film questa centralità, né l’esordiente Celeste Dalla Porta sembra in grado di reggere il peso del suo personaggio. Il resto è Sorrentino, è sorrentinismo. Perché l’automanierismo, il ricalco del proprio stile è ormai debordante. Si procede per impressioni, sensazioni, in un soggettivismo esasperato. Tutto è pomposo, magniloquente, tutto viene pensosamente filmato e messo in quadro, con movimenti di macchina ampi e/o lenti, talvolta con ricorso a un imperdonabile ralenti. Tutto diventa rituale, cerimonia sacra, anche il più banale quotidiano, tutto, anche il minuscolo e il triviale, viene assunto nei cieli del sublime. Citazioni continue, dialoghi di esibita cultura, profluvio di aforismi, in una sentenziosità come scolpita nel marmo. Come se il cineasta Sorrentino si fosse lasciato sopraffare dal Sorrentino scrittore, come se lo sguardo fosse stato offuscato dalla parola. Alcune parti si fatica a guardarle, come quella di insostenibile laidezza con il cardinale alle prese con il miracolo di San Gennaro (e con Parthenope che lo segue o anticipa in infiniti corridoio e anfratti di un palazzo barocco che si suppone vescovile. E però anche in questa parte un’immagine folgorante c’è, Parthenope abbigliata come una Papessa o una imperatrice di Bisanzio, a ricordarci il talento visivo-visionario di Sorrentino). Le cose migliori: il monologo di Luisa Ranieri nella parte di una diva napoletana tornata dopo anni nella sua città. E che si scaglia in un’invettiva spietata contro i napoletani e il loro autoingannarsi, contro il cliché della città miserabile-ma-bella-e-felice. Una scena che resterà. Anche nella lunga parte iniziale accanto a stasi e ingorghi narrativi ci sono momenti di incanto legati al mare, al sole, quelli di Napoli e di Capri, in una simbiosi con il naturale mediterraneo che sembra di stare in Ferito a morte di Raffaele La Capria: quel vivere l’estate in riva e dentro all’acqua, in quei palazzi meravigliosamente délabré da cui ci si tuffa in acqua. C’è un altro libro (e film) cui si direbbe Sorrentino abbia guardat ed è La pelle di Curzio Malaparte, ritratto della Napoli più feroce e notturna, l’altra faccia dell’apparente sua spensierata solarità, portato in cinema a suo tempo da Liliana Cavani. La sequenza dei due ragazzi che siglano l’alleanza dei loro clan (si suppone criminali) facendo l’amore davanti alle due famiglie è puro (e sordido) Malaparte. Tra i molti attori citerei almeno Isabella Ferrari quale maestra di recitazione, di cui non vediamo mai il viso, deturpato si dice da un chirurgo brasiliano e ricoperto sempre da un velo nero. E si pensa a Fedora, il film testamentario di Billy Wilder, anche quello cinema di dissoluzione al sole (nero) del Mediterraneo.

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