Cannes 2024. ALL WE IMAGINE AS LIGHT di Payal Kapadia: recensione. Tre donne

All We Imagine as Light di Payal Kapadia. Con Kani Kusruti, Chhaya Kadam, Divya Prabha, Hridu Haroon. Concorso. Voto 8 e mezzo

La vera sorpresa del concorso. Esempio raro di un cinema puro, sobrio, casto, trasparente, sommesso, pudico. Dopo tanta roba survoltata e ipercinetica, dopo il tremendo, falso femminista e autenticamente voyeur The Substance della Fargeat, dopo le frenesie della mdp di Gilles Lellouche per L’amour ouf, dopo le sguaiataggini ossessivamente reiterate per due ore e passa di Anora di Sean Baker, dopo la bambola di carne instagrammatica protagonista di Diamante grezzo, ecco, dopo quanto si è visto in questo concorso (e potrei continuare), con Tutto quello che immagini come luce – traduzione non so quanto soddisfacente dell’enigmatico titolo inglese – sembra di entrare in terapia disintossicante. O in una tenda a ossigeno. Il film dell’indiana Payal Kapadia è per lo spettatore sovreccitato e insieme stravolto e spossato di Cannes 2024 un processo di purificazione dello sguardo. Una rigenerazione. Con un approccio di cinéma-vérité si sarebbe detto in alttri tempi, documentaristico, di osservazione e registrazione del reale forse memore del nume tutelare del cinema indiano, Satyajit Ray, la regista (credo al suo secondo lungometraggio) entra di giorno e soprattutto di notte nella piccola comunità di imfermiere di un ospedale di Mumbai, per poi isolare e sbalzare in primo piano tra tutti quei grembiuli blu tre colleghe-amiche di diversa età, esperienze, sensibilità. Ognuna si porta dentro una storia, una trama, tutte in qualche modo sono in una fase di transizione tra l’ubbidienza alle tradizioni e la ricerca di emancipazione e libertà, tutte vengono da villaggi e si sono inurbate “nella città dove tutto è possibile”. All We Imagine as Light è tra le molte cose anche un’ode a Mumbai, alla sua velocità, alle sue opportunità, al caos, alla miscela di miseria e benessere, ai colori, al cibo, alla gente, ai profumi e agli odori.
Prabha delle tre amiche (si pensa, vedendole, ascoltandole, a certi film italiani anni ’50 su minuscole comunità femminili come Le ragazze di piazza di Spagna di Emmer o Le amiche di Antonioni con il loro gioco di caratteri diversi),  non è più una ragazzina, è la più responsabile, la più introversa, anche la più professionalizzata, sposata con un uomo impostole dalla famiglia e poi andato in Germania lasciandola sola (ma un misterioso pacco riattiverà il fantasma della sua presenza-assenza). Anu è giovane, ama divertirsi (ricopre il ruolo che nei tradizonali film su gruppi femminile è della civetta, dell’ingenua seduttrice), è innamorata di un bravo ragazzo musulmano che la sua famiglia indù non accetterà mai (la complicata convivenza tra i due gruppi religiosi è un tema che non affiora solo qui, ma anche, e in modo più cruento, in un altro film indiano, visto a Un certain regard, Santosh). Parvati è la terza amica, la più matura, non si occupa dei pazienti ma è la cuoca della mensa. Vedova, sta per essere sfrattata dal suo appatamento di Mumbai. Deciderà di tornare al villaggio.
Succede poco inapparenza, quasi niente. Ma è ammirevole il rispetto con cui l’autrice si accosta ai suoi personaggi, la grazia con cui i momenti del sogno, del desiderio e dell’amore sono appresentati. E la scena dell’addio tra Prabha e un medico che le si è proposto ma che lei, essendo sposata, non può ricambiare, è, nel suo silenzio, nella sobrietà dei due, una delle più strazianti che sia capitato di vedere al cinema negli ultimi tempi. Nella seconda parte ritroviamo Parvati al villaggio con Prabha e Anu che l’hanno a accompagnato nel trasloco. In quell’atmosfera sospesa, tanto diversa da quella di Mumbai, certi grovigli mai risolti, che riguardano soprattutto Prabha, affioreranno, e ci sarà un confronto risolutivo con quel marito partito tempo prima per la Germania. Certe ingenuità (come la scena nella grotta tra Anu e il suo ragazzo) infragiliscono il film, che però nel lindore e nitore della messinscena, nella purezza dello sguardo, nella rosselliniana capacità da parte della regista Kapadia di essere semplice e insieme profonda, ritrova presto i suoi punti di forza. Non un capolavoro, ma in questo concorso strano e discontinuo è la mia personale palma.

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