Cannes 2024. LIMONOV – THE BALLAD, un film di Kirill Serebrennikov: recensione. Il dandy rossobruno

Limonov – The Ballad di Kirill Serebrennikov. Con Ben Whishaw, Viktoria Miroshnichenko. Concorso. Voto 7 e mezzo
Mi ci sono accostato con pregiudizio favorevole, affascinatoo com’ero e continuo a essere dallo scrittore-politico-avventuriero e molto altro Eduard Limonov, nom de plume e nome d’arte (la sua vita è stata, da autentico dandy, un’opera d’arte, la sua migliore, superiore alle sue creazioni poetiche e lettarie) del russo Édouard Veniaminovitch Savenko: nato il 22 febbraio del 1943 a Dzerjinsk, cresciuto a Karhov/Kharkiv, la città ucraina ora tenuta sotto scacco dalle armate putiniane, deceduto a Mosca il 17 marzo 2020. In un mezzo una vita che è letteratura, è romanzo già prima che Jean-Claude Carrère lo intervistasse e scrivesse un libro tra biografia e narrativa, Limonov appunto, che lo ha reso figura universalmente conosciuta. Anche figura centrale per chi volesse capire la confusa fase di transizione dalla caduta dell’Urss fino all’avento di Putin passando per la stagione di Eltsin (ma anche per capire cosa sia successo nell’Est Europa del post-comunismo, tra democrature, rigurgiti autoritari, antisemitismo, nazionalismi esaperati). Ho molto amato il libro, amo Kirill Serebrennikov – oggi esule, conviene ricordarlo, in Europa occidentale dopo guai con il regime di Putin – per i suoi film (soprattutto Izmena, La moglie di Chaikovsky, Petrov’s Flu sì). Sicché sono andato a vedere questo Limonov – The Ballad già convinto che mi sarebbe piaciuto. La visione ha in effetti confermato. Anche se mi aspettavo qualcosa di più potente, incisivo, di più inquietante. Che si addentrasse meglio nella fase matura di Savenko/Limonov, la più interessante, con il suo rientro in patria dopo lunghi anni di esilio prima inflittogli poi autoinflitto per riproporsi non solo cme scrittore (discretamente) affermato in Europa e America, ma conme leader d’opinione e leader politico assai discutibile. Una figura sintomatica di quello che oggi chiamiamo rossobrunismo, quel territorio ideologico-politico in cui si fondono eredità, nostalgie, valori, pratiche, teorie, simbologie mutuate dai totalitarismi, tradizionalmente considerati opposti, neri e rossi. Fasciocomunista: si potrà dire? Nonostante la sua vita randagia alle spalle il Limonov tiornato a casa dichiara nostalgia per Stalin, è apertamente nazionalista e panrusso dunque sostenitore dell’egemonia russa su altre culture e etnie, fonda un partito-gruppo combattente che dire ambiguo è poco, sospeso tra militanza e criminalità, composto perlopiù da giovani uomini con vocazione alla violenza, all’assalto, addestrati militarmente, cementati da rituali e simbolismi che si rifanno all’immaginario nazi-metal. O nazifascista tout-court. Limonov finirà in galera, finirà anche nella ex Jugoslavia a combattere con i serbi di Milosevic in nome del panslavismo. Ma su questa fase matura il film ci dice poco, meno di quanto ci si aspettasse e avesse raccontato Carrère. Il quale appare in una scena, a sottolineare il proprio endorsement all’operazione condotta da Serebrennikov.
Il regista privilegia la prima parte della vita del suo protagonista, quella delle scelte esistenziale radicali, sovversive, antiborghesi, antisociali, asociali, antitutto. Scelte con dentro qualcosa del tradizionale nichilismo russo, ma infleunzate soprattuttoi da quanto avviene neglia anni Sessanta in Occidente con i movimenti di protesta, la liberazione sessuale, l'”espansione” della coscienza attraverso le droghe ecc. ecc. Gli anni di bohème di Limonov in Russia coincidono con quelli del cosiddetto disgelo kruscioviano seguito allo stalinismo, contraddistinti dall’esplosione di una scena cultural-giovanile assai vitale. Arte, teatro, cinema, poesia, letteraura. Giovane ragazzo a Kharkov, Savenko non ancora Limonov frequenta gli ambienti della fronda intellettuale consentita e tollerata. Vuole diventare poeta. Conosce una ragazza bellissima, ne diventa il compagno, si faranno espellere entrambi dalla Russia, avanno in America. Vita grama. Limonov finisce sulla strada, ha storie omosessuali, lavora come maggiordomo da un riccastro di Manhattan. Il film dedica la maggiore attenzione a questa stagione di un Savenka ormai Limonov che cerca disperatamente di sopravvivere e di scrivere quel bestseller che gli cambierebbe la vita. Quando il suo protagonista torna in Russia (dopo aver pubblicato qualche libro che gli ha dato una certa fama, compreso lo scandaloso Il poeta russo preferisce i grandi negri, preferenza che in una scena del film risulta assai evidente), Limonov perde paradossalmente quota, evidentemente a Serebrennikov il leader rossobruno degli ultimi anni interessa poco (e però quant’è bravo come metteur en scène). Peccato. Disturbano le scene russe tutte girate in inglese. Scelta immagino imposta dalla produzione.

 

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