Cannes 2024. Vince ANORA di Sean Baker (peccato). Gli altri vincitori e i vinti. Commento instant

Mohammad Rasoulof: premio speciale

Così è finito Cannes 2024. Questi i premi del concorso:

Palma d’oro
Anora di Sean Baker

Grand Prix
Alle We Imagine as Light di Payal Kapadia

Premio della giuria
Emilia Perez di Jacques Audiard

Premio per la regia
Miguel Gomes per Grand Tour

Premio speciale
Mohammad Rasoulof per The Seed of the Sacred Fig

Premio per la migliore interpretazione maschile
Jesse Plemons per Kind of Kindness di Yorgos Lanthimos

Premio per la migliore interoretazione femminile
Adriana Paz, Zoe Saldana, Karla Sofia Gascon, Selena Gomez
per Emilia Perez di Jacques Audiard

Premio per la sceneggiatura
The Substance di Coralie Fargeat

Commento: Non ho seguito la cerimonia di premiazione, avevo altro da fare, tipo la valigia (parto domani mattina). Avevo preso il biglietto per la Salle Debussy dove la cerimonia veniva trasmessa in diretta su grande schermo, ma mezz’ora prima ho annullato. Non ne avevo voglia, questa la verità: basta con gli speech di presentazione e quelli di ringraziamento sempre terribili per mediocrità di pensiero e spropositata lunghezza. E con i trombonismi, le retoriche e le messaggistiche a sostegno delle buone cause. No grazie, abbiamo già dato. Poi me la sentivo che due film che non mi erano piaciuti, Anora di Sean Baker e The Substance di Coralie Fargeat (il secondo l’ho proprio detestato), avrebbero vinto qualcosa di importante, da giorni tutti i pronostici finivano su quei due titoli lì oltre che su Emilia Perez (e, da ieri, su The Seed of the Sacred Fig dell’iraniano). Certo speravo non arrivasse per uno dei due la Palma d’oro. Invece il peraltro assai amabile Baker, ex outsider, ex bandiera dell’indie, ha trionfato con una cosa che più mainstream non si potrebbe e che avrà un successo colossale dappertutto. Palma al suo film peggiore, il più ruffiano e collusivo con il pubblico, il più corrivo, con una moralina populista assai adatta ai tempi nostri: i ricchi sono sempre dei mostri, chi non lo è e cerca di diventarlo è invece un eroe o un’eroina (salvo poi, messe le mani sul malloppo, dimostrarsi peggio dei primi; ma questo Anora non ce lo fa vedere, ci mancherebbe: ci deve rassicurare e divertire mica farci venire pensieri molesti). La peggior palma dopo Titane (ma anche  quella a Triangle of Sadness fu uno scandalo). Scrivevo qualche giorno fa che questo Cannes dimostri quanto la critica abbia cambiato pelle, gusti, sguardo. Un tempo, neanche molto tempo fa, sarebbe stata impensabile l’accoglienza trionfale riservata ai press screening a The Substance e Anora, risate, applausi a scena aperta, strilli di gaudio (sì, certo, è vero anche che, come mi ha detto il mio amico L, tempo fa un film come The Substance non sarebbe mai finito in concorso a un festival. Ma siamo proprio sicuri che sia una conquista?). Credo sia cambiata la sensibilità, si apprezzano film sempre più semplificati, privi di sfumature, complessità e sottigliezze, che non insinuano e coltivano il dubbio ma forniscono risposte pronte all’uso. Che confermano, non destabilizzano il pubblico (e la critica) nelle loro certezze. La prova al contrario è che alcuni titoli che invece hanno cercato di muoversi funambolicamente su più livelli, di complessificare narrazione e messinscena con inciampi, false piste, illusionismi ecc. – dico due titoli, Marcello mio di Christophe Honoré e The Shrouds di David Cronenberg – sono stai accolti con gelo sempre dai suddetti recensori. Ecco, adesso che mi sta passando un po’, ma solo un po’, l’indignazione, guardo al resto del palmarès. Che dà spazio anche a un altro cinema, lsciando intuire come in giuria ci sia stata una bella lotta tra due fazioni (come succede sempre del resto). Se la palma è andata da quella parte là, il gran premio, il secondo in ordine di importanza, va al più bello e delicato del concorso, l’indiano All We Imagine as Ligh, l’opposto del cinema chiassoso e sgargiante di Sean Baker e Coralie Fargeat (la quale si porta a casa il premio alla sceneggiatura per The Substance dove è proprio lo script il lato più debole). Accettabili i due riconoscimenti a Emilia Perez di Jacques Audiard, sacrosanto quello a Jesse Plemons, grandioso in un film non riuscitissimo di Lanthimos, ma che ha alcuni momenti non ordinari e sanamente disturbanti. Resta Miguel Gomes: Grand Tour alla visione l’altro giorno mi è sembrato un po’ troppo derivato dalla seconda parte di Tabù, che di Gomes resta il capolavoro, in una sorta di estensione di quell’immaginario coloniale. Fascinoso, non mi ha però convinto. Dovrei rivederlo, ma certo si tratta di un cinema ad alta stratificazione, lontano  dalla scintillante superficialità e mancanza di profondità del vincitore. Quanto a Mohammad Rasoulof: per due terzi il suo The Seed of the Sacred Fig è di una potenza inaudita, tale da far impallidire ogni altro titolo visto nella competizione, purtroppo frana narrativamente nell’ultimissima parte. Giusto così: premio speciale. Ma forse no, per niente giusto, un premio così dichiaratamente consolatorio (avrebbe avuto un senso fosse andato a Coppola che resta Coppola nonostante Megalopolis) suona di fatto come un mancato riconoscimento e una beffa. E Il fico sacro, pur irrisolto, meritava di meglio, di essere preso sul serio. Nonostante si perda negli ultimi venti minuti resta di gran lunga il pià importante di questo mediamente mediocre concorso, forse l’unico titolo (o tra i pochissimi) che resterà.

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