Cannes 2024. THE SEED OF THE SACRED FIG (Il seme del fico sacro), un film di Mohammad Rasoulof: recensione

The seeed of the sacred fig (Il seme del fico sacro) di Mohammad Rasoulof. Con Missagh Zare, Soheila Golestani. Concorso. Voto 7 e mezzo
Il (o la) Ficus religiosa, viene detto in epigrafe al film, è un albero in cui la proliferazione di rami e radici finisce con il sottrarre nutrimento alla pianta ospite distruggendola. Cosa ci voglia dire il regista iraniano Mohammad Rasoulof con questa metafora della pianta assassina lo si capirà in corso di proiezione del suo Il seme del fico sacro, arrivato da superfavorito al concorso e uscitone solo con un premio speciale della giuria. Scelta ipocrita e biecamente diplomatica. Benché non privo di difetti, benché rischi di autodistruggersi con una parte finale poco credibile, Il fico sacro meritava di più di un premio di consolazione arrangiato si immagina all’ultimo momento per levare la giuria dall’imbarazzo di non avergli dato la palma, assegnata invece al ruffiano e scioccherello Anora di Sean Baker che gli è di molto inferiore. Si è evitata l’ennesima Palma politica!, esulta – senza peraltro aver visto né l’uno né l’altro film – lo scatenato fandom di scionbakèr (così annunciato e francesizzato dagli speaker ufficiali del Palais: del resto tutti i nomi del mondo a Cannes vengono francesizzati). Per fortuna resteranno nella storia del festival l’ovazione di 15 minuti e la sincera commozione con cui  Mohammad Rasoulof è stato accolto al suo ingresso, alle ore 15.00 dello scorso venerdì 24 maggio, al Grand Theâtre Lumière per la prima mondiale di The Seed of the Sacred Fig, con lui che mostrava come già poco prima sulla montée des marches le foto dei due attori protagonisti Missagh Zare e Soheila Golestani cui è stato impedito di lasciare l’Iran. Lui l’Iran lo ha invece lasciato, e definitivamente, qualche settimana fa superando da clandestino il confine con la Turchia dopo che gli era stata confermata in appello la condanna a sei anni di prigione oltre che alla barbarica “punizione della frusta”, questo perché in una lettera aperta aveva incitato la popolazione di una città del sud-ovest a non mollare con le proteste dopo il crollo di un edificio che aveva causato 40 vittime. Ma già da molto tempo era un sorvegliato speciale dell’occhiuto sistema di sicurezza del regime iraniano, privato della libertà, impedito di lavorare. Vedendo The Seed of the Sacred Fig e la sua critica esplosiva al sistema teocratico, appare evidente che se fosse rimasto in patria avrebbe passato altri e anche peggiori guai. Adesso vive in Germania, in un posto protetto, dove ha potuto concludere il montaggio del film.
Anche per tutto questo backgound la proiezione di venerdì 25 è stata storica. Proiezione che ha confermato quanto ci si aspettava: un film impegnato, indignato, rabbioso, altamente politico, un’accusa potente e senza sconti al regime, un sostegno a chi in Iran è sceso e continua a scendere in piazza nonostante la repressione (le condanne a morte per i dissidenti fioccano). Ma, e sta (anche) qui la straordinarietà del film di Rasoulof, l’impegno politico non è né predicatorio né didascalico, si fa invece narrazione, diventa storia, storie, racconto, personaggi. Attraverso di loro, una famiglia composta da genitori e due figlie, e dentro il loro microcosmo il regista fa precipitare contraddizioni e lacerazioni di un paese in transito verso un futuro nebuloso. Ci troviamo a a Teheran, nei giorni in cui Mahsa Amini (settembre 2022) viene prelevata dalla polizia della moralità per abbigliamento indecente e picchiata. Per quelle percosse morirà. La rivolta riprende forza nel suo nome, si allarga a tutto il paese, in prima fila gli studenti, ma non sono soltanto loro a protestare contro le Guardie della Rivoluzione e la teocrazia. Un caos che si riverbera sul nucleo familiare al centro del Fico sacro: Iman, il padre, un uomo devoto, è un civil servant, lavora negli odiati (è lui stesso ad ammetterlo) tribunali della rivoluzione, dove è stato appena promosso dopo vent’anni di onorato servizio a “prosecutor”, qualcosa di simile al nostro pubblico ministero. Aspirava alla carica di giudice, ma si è dovuto accontentare di un riconoscimento minore. La moglie pensa già al trasloco in una nuova casa più grande, al salto sociale che quella promozione consentirà. Ma la Storia è in agguato: una compagna di università della figlia maggiore irrompe nella casa di Iman ferita e con la faccia devastata dopo uno scontro. La madre si allarma, cerca di tenere fuori la famiglia e soprattutto il marito da quella storia, se si venisse a sapere che in casa loro è stata soccorsa una manifestante la carriera del neopromosso Iman ne sarebbe compromessa, e forse seguirebbero altri e ben peggiori guai per tutti loro. Man mano la pressione in casa aumenta: la figlia maggiore si dichiara contro il regime, mentre il padre, che di quel sistema coercitivo fa parte, non può che ergersi a difensore dello status quo. La spaccatura tra genitori e le due figlie si allarga, mentre Rasoulof alterna agli interni di famiglia i video ripresi dai cellulari degli scontri, delle incursioni della polizia negli studentati, della repressione nelle strade e nelle piazze, Feriti, morti, pestaggi, sangue dappertutto, i video che vediamo sono tutti autentici, passati prima che in questo film sui social. Nella casa di Iman il clima si guasta definitivamente quando la pistola assegnata al padre per difendersi da eventuali attacchi sparisce. Dov’è finita? Chi l’ha presa e perché? (Uno degli aspetti più interessanti c meno conosciutihe che emergono da Il fico sacro è come esista in Iran una resistenza organizzata, con frange estreme che danno la caccia ai collaborazionisti a agli uomini del regime. E Iman, in quanto “prosecutor”, rientra tra i possibili bersagli). Sappiamo già da Cechov, e lo ribadisce Eshkol Nevo sul Corriere della Sera di domenica 26 maggio, che “che se nel primo atto compare una pistola, nell’ultimo finirà con lo sparare”. È la sparizione dell’arma lo snodo del film, la spinta che lo convoglierà verso atmosfere sempre più cupe e drammatiche, in un inferno domestico di sospetti reciproci, di accuse esplicite o alluse. La famiglia si disgrega, la paura di Iman di essere penalizzato sul lavoro per quell’arma lasciata incustodita lo porterà a comportamenti paranoici e a minare il rapporto di fiducia con la mogli e le figlie. Prevalgono dinamiche distruttive, con derive quasi alla Shining, con la famiglia progressivamente in ostaggio del padre-padrone-patriarca in un clima claustrofobico che ricorda per certi versi i rapporti malsani e torbidi di Dogtooth di Yorgos Lanthimos.
Fino a questo punto il film è di una potenza inaudita, come poche volte s’è visto nel cinema recente. Vedendolo si pensa ad altri regimi totalitari, all’Urss, la Ddr, la Germania del Terzo Reich con il terrore incombente, la paura di finire nelle mani delle polizie segrete, si pensa a come i sistemi autoritari riescono a penetrare nelle coscienze, a manipolare le menti, a indurre alla delazioni parenti, amici e vicini, a inquinare i rapporti affettivi, a distruggere le reti di relazione. Rasoulof traccia un quadro devastante di questo potere maligno ed è la ragione per cui The Seed of the Sacred Fig è un film indispensabile. Purtroppo, dopo averci inchiodato alla poltrona per oltre un’ora con una tensione quasi insostenibile, il film va alla deriva con scelte narrative incongrue o non sufficientemente spiegate o giustificate.
Rasoulof manca di precisione nella definizione dei suoi personaggi e delle loro psicologie, non riesce sempre a rendere coerenti i loro comportamenti. Soprattutto: la trasformazione di Iman dall’inizio alle ultime scne è inesplicabile e assai confusa. All’inizio è un uomo del regime, un convinto sostenitore della teocrazia (“la legge di Dio non può essere discussa”). Ma è un uomo buono. Quando gli chiedono di firmare un dossier a carico di un manifestante, ratificando capi d’accusa che per quel ragazzo vogliono dire pena di morte certa, tenta di opporsi, di resistere, poi cede per codardia, non per convinzione. Un pavido, non un carnefice. Un personaggio complesso, tormentato, umano. Ecco, comè possibile che si trasformi in quello che vediamo alla fine? La sceneggiatura ha buchi evidenti, sembra che Rasoulof, nell’urgenza di dimostrare, di denunciare, man mano semplifichi i suoi personaggi fino a farne delle figure piatte, bidimensionali, senza reale profondità, solo simboli alcuni del Bene altri del Male. Viene gestita in maniera confusa anche la pista narrativa fondamentale della pistola sparita, pista abbandonata quando ne emerge prepotentemente un’altra, quella di Iman bersaglio dei “giustizieri” della resistenza. Finale a mio parere imbarazzante, dove la necessità del messaggio prende il sopravvento su qualasiasi coerenza e plausibilità. Si esce con la sensazione del capolavoro mancato per poco. Peccato. The Seed of the Sacred Fig resta però, nonostante tutto, un film più maestoso, il più potente tra quelli visti a Cannes, il più necessario.

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