Cannes 2024. GRAND TOUR, un film di Miguel Gomes: premio alla regia. La recensione

Grand Tour di Miguel Gomes. Con Crista Alfaiate, Gonçalo Waddington, Claudio Da Silva, Tran Lhang-Khȇ. Concorso. Premio per la migliore regia. Voto 7+
Il premio che nessuno si aspettava (anche se, ex post, piovono al solito gli “io l’avevo detto”: non credeteci). Benché di un regista assai talentuoso e dall’ottimo curriculum festivaliero come il portoghese Miguel Gomes (il suo Tabu alla Berlinale 2012 fu un caso, anche se io faticai parecchio ad apprezzarlo, il suo monumentale trittico Le mille e una notte fu tre anni dopo un evento prima a Cannes poi a Torino), Grand Tour non veniva dato tra i favoriti da palmarès. Invece deve aver colpito la giuria (che – insinua qualcuno – non era probabilmente a conoscenza dei precedenti di Gomes, se no si sarebbe fatta venire qualche dubbio per la sua evidente derivazione da Tabu) questo film fuori norma, come del resto tutta l’opera del regista, fortemente personale, non facilmente collocabile nelle zone consuete del cinema autoriale: anche se vi è rintracciabile la lezione di Manuel De Oliveira e dei suoi ieratici racconti di passione come La valle del peccato. Premio meritato: Gomes è un eccellente metteur en scène dallo stile unico, non confondibile, un esploratore del cinema, il premio per la migliore regia ci sta tutto. Avrà forse stupito la giuria il suo ricreare un mondo coloniale perduto (e forse vagheggiato), nei modi di tanta narrativa e cinema esotico-orientalisti tra fine Ottocento e prima metà del Novecento: si pensi, per la letteratura, a Somerset Maugham, Pearl S. Buck, soprattutto a Joseph Conrad, nel cinema a titoli come Le piogge di Ranchipur, Il velo dipinto, Ombre malesi, Narciso nero, Shanghai Express. Per non dire di Passaggio in India, (gran) romanzo e (gran) film. Estenuati e torbidi melodrammi, tra case padronali fastose e delabré, mobili di bambù, grandi tende svolazzanti, letti con zanzariere, stuoli di servitù indigena, tensioni tra coloni e colonizzati, avventure nella jungla o per mari burrascosi e infestati da pirati, piantagioni di caucciù, miniere, trofei di caccia grossa, fumerie d’oppio, losche taverne, monsoni e tifoni. Un immaginario che aveva trionfato nella Golden Age hollywoodiana, ma che ormai pareva estinto e impraticabile in questi tempi nostri dominati dal senso di colpa, dall’autocritica, dal bisogno di riparazione verso il passato coloniale dell’Occidente. Gomes si avventura perigliosamente con Grand Tour su questo scivolosissimo terreno de-politicizzando l’approccio, ricorrendo piuttosto alla filologia, al recupero fedele e archeologico di una cinema che non c’è più. Un viaggio nelle catacombe di un genere anacronistico, dépassé, senza però nostalgie verso l’epoca storica che lo aveva ispirato, piuttosto con una calcolata distanza emotiva. Con personaggi di cui poco sappiamo, dalla psicologia imperscrutabile e mossi da dinamiche elmentari: la fuga da una parte, la ricerca del fuggitivo (o se vogliamo la caccia) dall’altra. Un cinema non giudicante, perlopiù in bianco e nero, quasi fissato in tableaux vivants ripresi frontalmente. Sono a colori le sequenze, se ricordo bene, del teatro delle marionette e delle ombre: forse un indizio su come decifrare il film, a suo modo un grandioso teatro delle ombre, una rievocazione medianica di ciò che non c’è più ed è andato perduto, anche una cerimonia sacra (funebre?): almeno nelle sue parti narrative, in cui compaiono i personaggi maggiori e minori, parti che sono state girate in studio, in Portogallo e in Italia, esattamente come si faceva per i “film coloniali” nella Golden Age hollywoodiana dove niente era vero e tutto ricostruito. Ma, e sta qui una delle peculiarità di Grand Tour, a questi segmenti fortemente fictionali se ne alternano altri puramente documentari girati in 16 millimetri da Gomes in un viaggio preparatorio-esplorativo nel 2020 in Asia, nei paesi in cui si sarebbe snodata la vicenda: immagini di strada, di piazza, di folla, con moto, macchine, grattacieli, frenesie contemporanee, di quella vorticosa modernità asiatica che conosciamo bene: innescando un dialogo tra presente (documentarizzato secondo le pratiche del cinema del reale) e passato (ricostruito in teatri di posa). Ieri e oggi: erano la doppia dimensione temporale in cui si già muoveva (anzi spesso si fissava in un’immobilità contemplativa) il film di Gomes che è la matrice evidente di questo, Tabu. Dove a una prima parte ambientata nella Lisbona del 2012 in cui spiccava il personaggio  di Aurora ormai alla fine dei suoi giorni, seguiva una seconda in una colonia portoghese d’Africa, non ricordo se Angola o Mozambica, dove si raccontava di un suo amore giovane. Il mélo esotico di Grand Tour, come la dialettica tra presente e passato, era già tutto lì con però una differenza, se in Tabu giocava un ruolo fondamentale la riflessione sul passato coloniale del Portogallo, patria di Gomes, in questo nuovo film l’affresco si allarga al colonialismo tout-court (anche se il portoghese è utilizzato come lingua veicolare da gran parte dei personaggi) facendosi necessariamente meno personale, meno intimo.
La storia: siamo nei primi anni del Novecento. Edward, funzionario dell’impero britannico nella città di Mandalay, in Birmania anzi Burma (non ancora Myanmar), aspetta la fidanzata Molly che non vede da sette anni. Ma proprio alla vigilia del suo arrivo lascia la città, si imbarca su un battello diretto a Singapore. Fugge da quella volitiva signorina che vuole essere a ogni costo sua moglie e che probabilmente, per ragioni che non sappiamo, lui non vuole. Approdata nel caos di Rangoon,  saputo della fuga di Edward, Molly decide di seguirlo, inseguirlo, cercarlo. La prima parte di Grand Tour è tutta dedicata a Edward e al suo vagare da un paese all’altro, tra fiumi, mari, foreste, palazzi e tuguri. Una fuga che toccherà, dopo la Birmania, Singapore, Thailandia, Shanghai, la parte di Cina vicino al Tibet, poi le Filippine, il Giappne. Una geografia che è anche una mappatura della fascinazione esercitata dall’Oriente sull’Occidente. “Ce ne andremo dall’Asia senza averla mai capita”, dice un inglese insabbiato in un luogo remoto. Molly è invece la padrona della seconda parte, ripercorrendo i luoghi toccati da Edward, sfiorandolo più volte, spesso mancandolo. Di più è meglio non rivelare. Nei lunghi spostamenti dei due promessi sposi incontriamo ambigui padroni venuti dall’Europa, locali ora ostili ora (fin troppo) fedeli servi dei colonialisti, cortigiani di sovrani indocinesi, americani misteriosamente arricchiti, in una galleria che è la summa degli infiniti caratteri incontrati nel cinema coloniale della nostra vita. Con sequenze memorabili, il treno deragliato nella giungla o la risalita da parte di Molly di un fiume tra mille rischi che ricorda quella del protagonista del coppoliano Apocalypse Now (e di Cuore di tenebra di Conrad). Si esce dal cinema con più dubbi che certezze. Grand Tour è un film volutamente incerto e indefinito, molto libero, oscillante tra cinema del reale e il cinema più ostentatamente artificiale-artificioso e “finto”, aperto a infiniti rimandi e suggestioni, ma anche sfuggente, inconcluso. Anche troppo derivato dal precedente Tabu. Bisognerà rivederlo con calma, quando uscirà nelle nostre sale (credo lo distribuisca Lucky Red).

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