Cannes 2024. THE APPRENTICE, un film di Ali Abbasi: recensione. Inizi e ascesa del giovane Trump

The Apprentice di Ali Abbasi. Screenplay di Gabriel Sherman. Con Sebastian Stan, Jeremy Strong, Maria Bakalova. Concorso. Voto 7
Uno dei film del concorso passato nell’indfferenza dei più, recensioni annoiate o malmostose o, peggio, assenti. Eppure l’attesa era grande: un biopic di Trump! in concorso a Cannes! Oltretutto nell’anno dei suoi guai giudiziari e della sua terza candidatura alla presidenza Usa. C’era tutti i prerequisiti perché scoppiasse un caso non solo cinematografico. L’indignazione anti-Donald era già pronta a esplodere sulla Croisette, invece zero reazioni. Un film presto travolto dalla macchina di Cannes e subito dimenticato. Eppure il film non è niente male, nonostante o forse proprio perché evita la solita invettiva urlata contro Trump. The Apprentice – titolo che occhieggia alla rasmissione tv tra reality e talent con aspiranti imprenditori buttati fuori dal giudice Trump al grido di You’re fired! – incredibilmente si astiene dalla mostrificazione, pur non lesinando le più aspre critiche al suo protagonista, un Donald raccontato e fors’anche un filo romanzato nei suoi anni di formazione a New York, nel suo apprendistato a tycoon della speculazione immobiliare quando ancora la discesa nel campo politico non era neanche immaginabile. Certo, se il regista Ali Abbasi e il suo sceneggiatore l’avessero svillanneggiato e ne avessero fatto un pupazzone grottesco chissà che applauso sarebbe scoppiato in salle Debussy o al GTL, chissà quanti premi. Invece The Apprentice percorre la strada della denuncia civile, anche nei toni, senza demonizzare il soggetto-oggetto della sua osservazione, puntando piuttosto sul resconto fattuale, ed è per questo, per il suo tasso di antitrumpismo ritenuto insufficiente, che il popolo di Cannes l’ha accolto tanto tiepidamente
Scritto da un giornalista, uno di quei giornalisti americani in grado con un’inchiesta seria di ricostruire una vita, un personaggio, un passaggio storico (mica come da noi che perlopiù si tira via verso il bozzettone e ritrattone brillante di costume ricopiando in bella scrittura il già detto e scoperto da altri), di nome Gabriel Sherman, il film prende in esame il giovane Donald , la sua ascesa imprenditoriale e come star mediatica a partire dai tardi anni Settanta fino ai primi segni di crisi del suo (fragile) impero immobiliare. Niente di nuovo, secondo certi recensori anglofoni. Per loro di sicuro. Ma per gli italiani, e suppongo per lo spettatore di ogni altro paese che non siano gli Usa, un’utile cronistoria su come sia potuto nascere un fenomeno destinato a cambiare il panorama sociopolitico globale. Vediamo un giovane Donald che stride con l’attuale cliché del rozzo demagogo del MAGA (Make America First Again!), del rappresentante e idolo di redneck e white trash marginalizzati e incazzati per la globalizzazione, l’immigrazione, la delocalizzazione produtriva, vittime della disoccupazione e magari pure del flagello degli oppiodi. Lontano dall’altro cliché, quello di restauratore del bigottismo e vendicatore di un’America profonda tutta legge, ordine a famiglia tradizionale. Invece macché, e il film lo mostra bene, Trump è il frutto di New York, la città più laica e europea e cosmopolita degli Usa, è newyorkesità in purezza, l’opposto di quella parte di States che adesso lo adora, lo vota, lo acclama. Figlio di un palazzinaro, anche se non proprio in cima al ranking del real estate di NY, il giovanotto non è certo vissuto in povertà. Oltretutto tra Settanta e Ottanta lo vediamo bazzicare quella scena popolata di celebrities, artisti, musicisti, bohémien, alta società, trasgressori di vario tipo che ruota intorno allo Studio 54, tempio del ballo e dello sballo di alta gamma. È la belle époque di Manhattan, il trionfo del godimento prima che arrivi l’Aids a mettere la parola fine: un mondo che trova in Andy Warhol e nella sua Factory il proprio emblema (difatti vediamo in una sequenza il giovanotto Donald interloquire con un qualche imbarazzo con la sfinge Warhol). Ora, com’è possibile che da quella NY sia venuto fuori il populista antisistema che oggi conosciamo e il difensore dei family values più retrivi? The Apprentice cerca di spiegarcelo questo itinerario tutt’altro che lineare e in parte ci riesce. Eccolo poco più che ragazzo ma già ambizioso, non così odioso però, con ancora un qualche tratto di amabilità: costretto dal padre ad andare porta a porta in certi palazzoni fatiscenti a riscuotere l’affitto da poveracci che gli sbatton l’uscio in faccia e lo prendono a pugni. Sarà decisivo per lui l’incontro con il luciferino avvocato Roy Cohn, ricco e famoso, uomo potente e privo del minimo scrupolo, al servizio dell’establishment e anche di loschi figuri del sottobosco malavitoso, in grado di togliere chiunque dagli impicci grazie alle sua abilità di leguleio, al cinismo sbandierato come un brand, alla rete di relazioni coltivate in annidi vicinanza alla politica, alla finanza, al milieu criminale. Lui, che si vanta di aver mandato con le sue accuse sulla sedia elettrica Ethel Rosenberg ai tempi della caccia alle streghe comuniste, diventa il mentore del giovane Donald Trump, che gli si è rivolto per risolvere certi problemi dell’azienda di papà. Cohn – di uno status sociale di molto superiore a lui – lo prenderà a benvolere, lo proteggerà, lo aiuterà nella sua scalata sociale, gli inoculerà nella testa le tre regole auree cui un uomo secondo lui che si vuole di successo deve attenersi. La prima: andare all’attacco; la seconda: non ammettere mai e negare sempre; la terza: dichiarare sempre vittoria e non ammettere mai la sconfitta. Visto quanto sta succedendo in questi giorni (e non solo), bisogna dire che Donald Trump la lezione l’ha imparata bene. L’asse del film, il suo lato di gran lunga più interessante, sta proprio nella speciale relazione tra il navigato Roy Cohn e l’ancora neofita e sprovveduto giovane Trump. Il mentore lo segue, lo consiglia, lo plasma in un animale da combattimento e da successo compiacendosi della propria riuscita. Personaggio strepitoso, Cohn, che meriterebbe un biopic tutto suo. Comunque già apparso, mi dice L., in Angels in America di Tony Kushner, interpretato da Al Pacino. Omosessuale, negherà sempre di esserlo (ottemperando alla seconda delle sue regole) e cercherà di nascondere ostinatamente anche la morte per Aids del suo compagno. A interpretarlo in The Apprentice è un sensazionale Jeremy Strong, che a Cannes avrebbe meritato di vincere il premio di migliore attore andato invece, peraltro non ingiustamente, all’altrettanto bravo Jesse Plemons di Kind of Kindness di Yorgos Lanthimos (intanto prtiamoci avanti e candidiamo subito Strong per l’Oscar prossimo come Best supporting actor).
Trump intraprende la sua scalata sotto la guida del suo mentore: rileva il Commodore Hotel, fatiscente però in una location strategica di Manhattan, lo rade al suolo e ci costruisce il primo monumento alla sua potenza, la Trump Tower, destinata a diventare in breve tempo un’icona della New York rinata dopo la crisi degli anni Settanta (e trasformando in icona lo stesso Donald). La più impprtante delle mosse successive sarà di investire in Atlantic City per farne la Las Vegas della East Coast. E sono intrallazzi, relazioni pericolose con la malavita, mentre si allenta l’amicizia con Roy Cohn: quando Trump apprenderà che anche lui è malato di Aids, non esiterà a voltargli le spalle, a rinnegarlo. Sono anni in cui un ruolo fondamentale ce l’ha Ivana Zelníčková, la ex sciatrice cecoslovacca diventata sua moglie e la madre dei suoi due primi figli. Una donna forte, ambiziosa quano Donald, in grado di contrattare il proprio ruolo negli affari del marito e difendere i propri interessi: diventerà leggendario e un esempio per molte dopo di lei l’accordo prematrimoniale cui costringerà un riluttante Trump (la escort di Anora, il film Palma d’oro di Sean Baker, avrebbe dovuto imparare da Ivana come si fa a impalmare un bilionario uscendone vincenie, non perdente). The Apprentice si lascia guardare volentieri, l’aver puntato sull’asse Cohn-Trump gli impedisce di scadere nel solito biopic di maniera, conferendo sfumature e ambiguità, contribuendo a fare di Donald Trump una figura più sfaccettata del suo stereotipo. Strano e zig-zagante curriculum quello del regista del film, l’iraniano della diaspora, ora danese, Ali Abbasi: emerso a Un certain regard a Cannes nel 2018 con un film tra il genere e l’autoriale come Border, tornato a Cannes nel 2022, nel concorso maggiore, con Holy Spider, noir su un serial killer iraniano che valse il premio di migliore attrice a Zahra Amir Ebrahimi, con questo The Apprentice è approdato al suo il primo lungometraggio in lingua inglese, oltretutto su quella che, nel bene e nel male, è un’icona americanaa. Un percorso stupefacente per un poco più che quarantenne arrivato neanche due decenni fa da Teheran.

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