Cannes 2024. Recensione: MOTEL DESTINO, un film di Karim Aïnouz. Ossessione tropicale

Motel Destino di Karim Aïnouz. Con Iago Xavier (Heraldo), Nataly Rocha (Dayana), Fábio Assunção (Elias). Direttore della fotografia Héléne Louvart. Concorso.
Il cinema pulsionale del brasiliano (ma da tempo operante in Germania) Karim Aïnouz trova conferma in questo melodramma ad alta temperatura. Un giovane uomo si installa nel motel e nella vita di una losca coppia sconvolgendone gli equilibri. Accolto malamente in finale di festival dai critici ormai troppo stanchi, ripropone invece il miglior Aïnouz, quello di Praia do Futuro presentato dieci anni fa alla Berlinale. Voto tra il 6 e il 7
A Cannes è stato tra i titoli più maltrattati dai critici istituzionali, quelli che danno le stellette sui vari fogli cartacei. Cafone, survoltato, sovreccitato, urlato, eccessivo: niente è stato risparmiato a questa ennesima prova del regista Karim Aïnouz, brasiliano del Nord-est ma di padre algerino, nato e cresciuto a Fortaleza ma da tempo operante in Germania, credo a Berlino. Un autore rimasto per molto tempo a metà classifica, anche un po’ più giù, nel ranking dei cineasti da festival e poi, di colpo, la promozione al vertice: succede che nel 2019 il suo La vita invisibile di Eurídice Gusmão vinca a Cannes la sezione Un certain regard, la seconda in ordine di importanza, ed è per lui la consacrazione (Eurídice Gusmão sarà anche nominato dal Brasile come proprio candidato all’Oscar per il migliore film straniero). Si sa, quando a Cannes entri nel salotto buono poi ci rimani e ti richiamano ai turni seguenti: il difficile, se mai, è farti aprire quella porta. Sicché anche il suo successivo Firebrand, produzione in lingua inglese su una delle mogli di Enrico VIII, Catherine Parr (la più abile, la più intelligente, difatti sopravvisse a tutti gli sbalzi umorali del feroce consorte), finirà nel 2023 di nuovo sulla Croisette e stavolta nel concorso maximo, in Compétition. E però, nell’anno del successo di Anatomie d’une chute, per Aïnouz accoglienza fredda e zero premi.
Esattamente un anno dopo rieccolo con Motel Destino, di nuovo tra i 22 titoli del concorso. Buttato nella mischia senza reti protettive, se l’è cavata male, diventando il facile bersaglio (Aïnouz non è certo un pezzo da novanta, un mammasantissima da riverire a prescindere, insomma non è Coppola) dei critici, anche stanchi e maldiposti per carenza di sonno e troppi film ingurgitati. Eppure quegli stessi lo avevano esaltato ai tempi di Eurídice Gusmão: fu infatuazione? sopravvalutazione dettata da una qualche distorsione ottica o cognitiva? Quanto a me, mai stato entusiasta di Euridice. E però Aïnouz lo tenevo d’occhio da quando la Berlinale 2014 aveva messo in concorso (lì lo chiamano Wettbewerb) il suo Praia do Futuro, Spiaggia Futuro, scatenatissimo mélo gay tra un bagnino brasiliano (Wagner Noura, il futuro Pablo Escobar di Narcos e il fotoreporte del recente Civil War di Alex Garland) e un tedesco dal passato ambiguo di nome Konrad. Passione istantanea, tant’è che i due si trasferiranno dal Brasile a Berlino dove però – sarà la lontananza dai Tropici – cominceranno dissapori e malinconie. Fu per me una mezza rivelazione, apprezzai la spudorataggine, anche la sguaiataggine di un autore che non aveva paura di inoltrarsi nel kitsch e nel camp cercando attraverso il furore dei corpi la sua verità. E però Praia do Futuro fu accolto malissimo, sparì dai radar e non se ne seppe più niente (non mi risulta sia mai arrivato nelle nostre sale, forse al milanese Festival Mix del cinema lgbtqi+). Curioso. Alla distanza di dieci anni esatti si ripete lo stesso schema con Motel Destino. Mediocre accoglienza, recensioni distratte, repentina sparizione dalle cronache e dalle mappe festivaliere. Mentre a me, anche stavolta, Karim Aïnouz non è spiaciuto (digressione: va ricordato che nel 2018 ha portato alla Berlinale Zentralfluhafen THF, documentario sull’ex aeroporto berlinese di Tempelhof adibito durante l’emergenza profughi siriani a centro di accoglienza). Con Motel Destino il regista torna a casa, nello stato di Ceará, a Fortaleza, e torna sulle stesse spiagge, guardacaso, di Praia do Futuro. Di cui replica, in un’autocitazione evidente, la sequenza iniziale, giovani maschi testosteronici che corrono ebbri verso il mare nella loro muscolare felicità. La cifra del film è già stabilita: erotismi sfacciati, tensioni omoerotiche, stordimenti dionisiaci, di un Dioniso tropicalista. Perché il cinema di Aïnouz è questione, più che di racconto, di messinscena esagitata, di colorismi eccessivi, di corporalità. Un cinema dei sensi di cui Praia do Futuro era una sorta di manifesto, e Motel Destino la conferma.
La storia: Nord-est brasiliano. Nei guai dopo un affare malavitoso andato male, il giovane Heraldo cerca di far perdere le sue tracce rifugiandosi in un motel retto da una losca coppia, Dayana e Elias. Caldo insopportabile, i corpi sudano (avete in mente Brivido caldo di Kasdan?), il condizionatore non funziona, tutto va in ebollizione. Le camere del motel sono occupate da perversi amanti clandestini, mentre un varco consente ai due gestori, e adesso anche a Heraldo diventato nel frattempo il loro tuttofare, di esercitare il proprio voyeurismo. Tutto è corroso dalla salsedine. Inevitabilmente (chi ha visto certo cinema, Luchino Visconti, Billy Wilder, Tay Garnett, Bob Rafelson, intuisce quasi subito) Heraldo e Dayana diventano amanti, mentre Elias si staglia come una minaccia e un ostacolo. Non succede molto altro, ma il poco e il già visto di Motel Destino basta a Karim Aïnouz per allestire un’altra volta il suo teatro del desiderio e della carne, dove a dominare è la fisicità del giovane attore protagonista Iago Xavier. Si finisce con tostissima musica techno genere Berghain sui titoli di coda, esattamente come Praia do Futuro finiva con la versione in tedesco di Heroes di David Bowie, Herden, sparata a un volume troppo alto per il sensibile udito dei critici. La riuscita di Motel Destino, perché tale è per me, è anche merito della fotografia di Hélène Louvart, del suo parossimo cromatico, dei suoi colori saturi e incendiari perfettamente in linea con il sentire di Aïnouz (Louvart è oggi una delle/dei DOP più ricercate/i, ha lavorato anche con Alice Rohrwacher per La chimera e Lazzaro felice, l’anno scorso ha ricevuto un premio alla Berlinale per il suo fondamentale contributo a Disco Boy di Giacomo Abbruzzese).

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