Cannes 2024. OH, CANADA, un film di Paul Schrader: recensione. Flusso di (in)coscienza

Oh Canada! di Paul Schrader. Con Richard Gere, Uma Thurman, Jacob Elordi. Concorso. Voto 5
Paul Schrader cerca di nuovo ispirazione in un libro di Russell Banks, da un romanzo del quale aveva già tratto – era il 1997 – uno dei suoi film migliori, Affliction, ma stavolta i risultati non solo gli stessi. Non funziona purtroppo questo trattato schraderiano – perché di un trattato o di un referto ha, almeno nei momenti più alti, l’implacabile osservatività – sui disastri della vecchiaia e della morte incipiente, su come quella doppia minaccia influisca sulla mente e distorca la memoria. Del resto in ottima compagnia nel concorso di Cannes 2024, quanto a mise en scène di decadenze psicofisiche e di finis vitae, con il David Cronenberg di The Shrouds (assai bello e sincero, eppure incomprensibilmente sottovalutato e accolto con gelo da gran parte dei recensori, gli stessi che hanno fragorosamente applaudito robucce e robacce tipo Anora e The Substance). Stavolta davvero, nonostante premesse che lasciavano presagire l’opera memorabile, il regista di First ReformedThe Card Counter e Master Gardener, per citare solo gli ultimi suoi lavori, delude.
La storia: un filmmaker diventato famoso a partire dagli anni Settanta per i suoi incendiari, impegnatissimi documentari di denuncia e “di sinistra”, adesso, ridotto in condizioni psicofisiche assai precarie da un cancro, accetta di confessarsi, di raccontare sé stesso – carriera e vita privata – davanti alla mdp di un fervente ammiratore. Sarà il suo testamento. Con le sembianze di un Richard Gere invecchiato ma con ancora una scintilla (anche più d’una) del suo giovanile splendore, ecco entrare in scena il personaggio di Leo Fife: accanto a lui a soccorrere, ma anche (soprattutto) a vigilare su quanto verrà rivelato, la almeno apparentemente devota moglie Emma (Uma Thurman).
E il flusso di (in)coscienza comincia. Ma, colpo di scena, la moglie non si riconosce affatto e non riconosce molto del passato riferito da un Leo spento dal male, tremolante, febbricitante, è anzi convinta che il marito abbia ormai perso la lucidità, che la malattia abbia prevalso sulla ragione e rimodelli i ricordi mescolando realtà e delirio. Il flusso di memoria si fa sempre più sconveniente e imbarazzante, Emma vorrebbe fermarlo, sottrarre il marito all’occhio indagatore della mdp (e della troupe). Ma lui si oppone, giura sull’attendibilità di quanto racconta, vuole continuare. Dove stanno il vero e il falso? Che cosa è davvero successo nella vita di Leo e cosa è invece delirio indotto dal male? O forse, ed è il sospetto peggiore, Leo sta simulando per costruire un’altra immagine di sé prima di morire?
Se Oh, Canada si fermasse qui sarebbe uno splendido e spietatissimo film sul finis vitae, sul bisogno, assai umano, di riplasmare la propria storia e la propria leggenda a uso della posterità. Sull’inaffidabilità del ricordo. O sul bisogno di confessare quanto è stato tenuto a lungo nascosto. Ci troviamo, come si vede, in territori pirandelliani. Purtroppo Schrader, anziché muoversi in sospensione e ambiguità, esagera nel mostrare col massimo del realismo quel lontano passato anni Sessanta-primi Settanta che tra parole e balbettii emerge da Leo Fife. Ci dice troppo. E sono fatti assai poco interessanti. Ancora ci tocca riascoltare la storia di un quasi ribelle di buona famiglia che abbandona agi e sicurezze per intraprendere una vita alternativo-underground tra hippismi e tardobeatnik, con sullo sfondo echi di contestazione globalissima, marce antiVietnam ecc. Con pure viaggi a Cuba e fuga in Canada (ecco il titolo) per evitare il servizio militare. Please, ridateci Il cacciatore di Cimino, mica questa roba. Tranche de vie lette, viste, sentite mille volte e sempre uguali, ormai fissate in uno stereotipo (narrativo, giornalistico, storiografico) che sarebbe anche ora di ridiscutere e decostruire. Jacob Elordi quale Leo Fife giovane è bravo e dotato del necessario charme, anche se si fatica  a immaginarlo come Richard Gere ventenne. Quando poi anche lo stesso Gere ricompare in qualche scena come Leo Fife fintamente ringiovanito la confusione si fa grande e il film rischia di affogare nell’insignificanza, se non peggio. Restano le parti, notevoli, in cui Schrader guarda con coraggio, pietas, stoicismo alla fine di tutto senza distogliere gli occhi (suoi, e quindi anche nostri), ma non basta a salvare Oh, Canada.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, Dai festival, festival, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.