Al cinema: KIND OF KINDNESS, un film di Yorgos Lanthimos. Recensione

Al cinema da giovedì 6 giugno 2024. Ripropongo la recensione scritta dopo la proiezione al festival di Cannes.
Kind of Kindness
di Yorghos Lanthimos. Con Emma Stone, Jeff Plemons, Margaret Qualley, Willem Dafoe, Joe Alwin, Hong Chau, Mamoudou Athie. Concorso. Voto 7 e mezzo

Yorgos Lanthimos, dopo esere diventato una star globale del film d’autore incamerando tra La favorita e Poor Things! un Leone d’oro  e qualche Osca, torna a casa. O quasi. Nel senso di ritrovare qui, finalmente, lo sceneggiatore Efthymis Filippou con cui aveva realizzato i suoi capolavori del periodo greco, Dogtooth e Alpis, film che, piaccia o meno, hanno lasciato una traccia e creato una scuola cui si continua a guardare. Un cinema della crudeltà con similitudini con quello di Haneke e Seidl, connotato dall’impassibilità, dall’osservazione avalutativa del bene e soprattutto del male al lavoro, dalla rappresentazione di un universo da cui sono banditi il senso comune e la morale. Una rappresentazione, secondo le legioni di detrattori della coppia Lanthimos-Filippou, non esente da certi ambigui autocompiacimenti. Quanto a me, sono sempre stato un lanthimosiano convinto, ma penso che il suo ultimo grande film, pur non appartendo più alla stagione ellenica ma già a quella internazional-anglofona cominciata con The Lobster, sia Il sacrificio del cervo sacro, reimmersione nel tragico profondo della Grecia classica non per niente condivisa in fase di script proprio con Filippou.
Sicché molto mi aspettavo da questo ritorno della coppia in Kind og Kindness e invece parziale, diciamo contenuta, delusione. Il consenso unanie ottenuto con le sue due ultime e fin troppo facili opere ha forse infiacchito Lanthimos sottraendogli rigore, ne ha opacizzato lo sguardo e smussato le asperità, nonostante che nei tre racconti che vanno a comporre questo nuovo film abbondino i dettagli macabri, le pulsioni sadiche, voyeuristiche e feticistiche, le torture e le mutilazioini di corpi che diventano (come ormai in moltissimo cinema contemporaneo, si pensi solo per stare a questo concorso a The Subastance di Coralie Fargeat o The Shrouds di David Cronenberg) il campo su cui esercitare il potere e il controllo sull’altro. Interpretato da un gruppo di attori che ritornano in tutti gli espisodi (ma in personaggi diversi) capitanati dai fedelissimi Willem Dafoe, Emma Stone e Margaret Qualley – tutti e tre erano in Poor Things! – cui si aggiungono Jesse Plemons e Hong Chau, Kind of Kindness è un trittico dell’orrore e del bizzarro (e del malsano), con incursioni surreali in cui il non-conforme, l’anomalo, il rimosso, l’interdetto dilagano nella normalità e se ne appropriano attestandosi come una nuova, quotidiana e paradossalmente accettabile, ordinarietà. Pura weirdness. Si comincia con un uomo che, affiliato a un’agenzia specializzata nel procurare la morte a chi ne faccia richiesta (questo almeno m’è parso di capire), non si dimostra all’altezza della missione assegnata (è la storia migliore); si continua con un poliziotto convinto che la moglie tornata a casa dopo essere stata data per dispersa non sia lei ma un suo doppio, una simulatrice: le chiederà come prova della sua autenticità un sacrificio cruento. Si chiude con il racconto più complesso e contorto: una donna affiliata a una strana setta cerca una persona dotata di poteri speciali in grado di realizzare l’impossibile. Scopriremo solo alla fine lo scopo della ricerca. Una fine che, circolarmente, ci riporterà all’inizio del film: a comunicarci, come sempre in Lanthimos, un senso di claustrofobia, di eterno ritorno dell’uguale, di intrappolamento in un loop. Tecnicamente il regista dimostra di essere in perfetto controllo di una macchina anche produttiva tanto complessa, girando con sontuosi movimenti di macchina e con una precisione e sicurezza di messinscena sbalorditive, restituendoci un’America atona, devitalizzata, tra esterni minacciosi e interni geometrici e glaciali dove gli umani si muovono come insetti sul vetro. Eppure manca la radicalità di Dogtooth, si percepisce un che di artificioso, uno slittamento nel manierismo e nell’autocitazione. Ecco, mancano gli sfondi scabri della Grecia del primo Lanthimos, quegli ambienti derelitti, quelle facce sconosciute e qualunque. Questo spostamento in un’America che diresti California (ma pare sia invece Louisiana), non aiuta con la sua patina translucida a comunicare gli abissi lanthimosiani. Emma Stone un po’ in ombra, a vincere su tutti è Jesse Plemons, straordinario per capacità di giostrare tra registri differenti. Questo, anche per l’esplosivo cameo in Civil War, è il suo anno. Film da rivedere con calma, fuori dagli stress cannensi.
UPDATE: Jesse Plemons ha poi vinto a Cannes il premio come migliore attore.

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