Il film da vedere stasera in tv: L’AMANTE RUSSO (Passion simple) di Danielle Arbid – ven. 7 giugno 2014

L’amante russo (Passion simple – dall’omonimo romanzo di Annie Ernaux), un film di Danielle Arbid. Con Sergei Polunin, Laetitia Dosch.
Su Cielo, ore 21:10, venerdì 7 giugno 2024.
“À partir du mois de septembre l’année dernière, je n’ai plus rien fait d’autre qu’attendre un homme : qu’il me téléphone et qu’il vienne chez moi”: Dal settembre dello scorso anno, non ho fatto altro che aspettare un uomo: che lui mi telefonasse, che venisse da me. Comincia così il romanzo corto, o il racconto lungo, Passion simple, Una semplice passione, di Annie Ernaux, pubblicato tra qualche controversia, qualche accenno di battaglia culturale, nel 1991. Accusata, Ernaux, di aver messo al centro della narrazione una donna che si dichiara apertamente dipendente da un uomo o, meglio, dipendente dal desiderio insopprimibile di lui, del suo corpo: il che sembrò a qualche esponente del femminismo storico e nuovo disdicevole, una deprecabile sottomissione al patriarcato (e non erano ancora i tempi di metoo e woke). Già il titolo indicava quale fosse la posta in gioco: la legittimità anche per una donna di ciò che era sempre stato riconosciuto al maschio,di vivere una passione fondata sull’attrazione sessuale e in cui è l’eros e non altro a costituire la relazione. Anche se poi, in corso di racconto, il dualismo sesso/amore si andrà via via sfumando. Da quel 1991 molto è successo, compreso il Nobel per la letteratura assegnato alla scrittrice francese nel 2022. Ed è alla fine degli anni Dieci che la regista libanese Danielle Arbid (operante tra Beirut e Parigi) decide di mettere in cienema quel testo se non sulfureo certo urticante, non riducibile ai facili schematismi di tanta sensibilità politicamente corretta. Il film, purtroppo, esce, o meglio dovrebbe uscire, in piena pandemia: Cannes  2020 lo include nella propria selzione ufficiale, ma quell’edizione causa Covid verrà annullata. Apparso qualche tempo dopo nelle sale francesi (non ricordo sia mai uscito nelle nostre, ma potrei sbagliarmi), Passion simple, da noi Passione russa, in un momento ancora difficile per il sistema cinema, non suscita l’attenzione che avrebbe meritato. Stasera Cielo lo inserisce in mezzo alla sua solita pruriginosa programmazione ed è un’occasione da cogliere al volo.
Quanto alla regista Danielle Arbid: una filmografia piuttosto densa, la sua. La ricordo al mio primo festival di Locarno, anno 2011, presentare in concorso Beirut Hotel, incrocio tra spy story e mélo ad alto tasso di erotismo (non ne fui entusiasta, qui la mia recensione di allora). In quel film una coppia – lei libanese lui francese – si chiude in una canera d’albergo per fare l’amore, e poi perdersi, ritrovarsi, rifare l’amore. Non troppo diversamente succede in L’amante russo: dove l’insegnante Hélène dopo aver incontrato per caso un attaché dell’ambasciata russa a Parigi di nome Alexandre, cade letteralmente folle d’amore anzi di sesso per lui. Si vedono clandestinamente per mesi, lei divisa tra la vita di madre e insegnante e quella, segreta, di amante di Alexandre. Siamo in un film di coproduzione parigina, quidi anche l’esorbitare della passione e della carne va presentato attraverso un filtro intellettuale. Ed ecco che, programmaticamente, Arbid ci mostra Hélène uscire da un cinema dove ha appena visto Hiroshima Mon Amour di Duras-Resnais, anche quello il racconto di una passione sconveniente. L’interprete di Hélène, Laetitia Dosch, è esplosa con Jeune Femme di Léonore Serraille a Cannes 2017 e da allora non si è più fermata: è tornata a Cannes il mese scorso, a Un certain regard, nella doppia veste di regista e interprete di Le procés du chien. Quanto a lui, l’amante russo, non poteva che essere Sergei Polunin, ballerino classico, ma anche molte altre cose: attore, modello, performer, un divo che in certi momenti è sembrato reincarnare il fantasma di Nureyev. Acclamato dalle folle, inseguito da groupies, Polunin è stato anche celebrato in un documentario che lo issava a icona contemporanea per le sue (presunte) trasgressioni esistenziali e le sue sfide on stage. Lo si è visto anche nel remake di Kenneth Branagh di Assassinio sull’Orient Express (era il principe russo, of course), per finire poi al centro di polemiche roventi che hanno rischiato di compromettere la sua immagine. La causa scatenante: un tatuaggio in onore di Putin di cui s’è dichiarato fervente sostenitore.

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