Cannes 2024. CAUGHT BY THE TIDES, un film di Jia Zhang-ke: recensione. La mutazione e il silenzio

Caught by the Tides (Feng Liu Yi Dai) di Jia Zhang-ke. Con Zhao Tao (Qiao Qiao) e Zhubin Li (Bin). Concorso. Voto 7 e mezzo
Il film più elusivo del concorso. Forse il capolavoro nascosto e non riconosciuto di questo Cannes. O forse no. Forse solo un film d’occasione e inevitabilmente minore suggerito-imposto a Jia Zhang-ke, il maggior cineasta cinese delle ultime due decadi nonché habitué dei festival, soprattutto Cannes, dalle difficoltà di girare durante il Covid. Sicché ecco che il regista recupera dal proprio personale archivio materiale mai mostrato al pubblico, pezzi di girato per i suoi film precedenti poi scartati, non inseriti nelle versioni defiitive. Recupera perfino alcune parti già viste nei suoi lavori più famosi, oltre che found footage di repertorio. In un’eterogeneità di immagini in pellicola e in digitale, in formato piccolo e formato grande-schermo. E in questo viaggio nel proprio passato, nelle proprie memorie, nella propria memoria “tagliata” ed esclusa, elabora un nuovo film dallo statuto incerto. Oscillante tra finzione e documentarismo, tra narratività e cinema del reale. Parlato, ma con ampie parti in cui la voce umana (soprattutto della protagonista) è silenziata, tutt’al più rumori di fondo, voci casualmente catturate dal tecnico del suono di turno. Di fronte a un ibrido di così difficile classificazione, da parte oltretutto di un cineasta che ci aveva abituato a opere robuste e assai costruite, l’accoglienza di parte della stampa (me compreso) è stata perplessa. Con la diffusa sensazione di déjà vu, di aver assistito a un film che è la summa di tutti i precedenti del suo autore e una ossessiva ricapitolazione dei suoi temi. Con, quale oggetto di indagine, ancora una volta, esattamente come già in Il tocco del peccato, Al di là delle montagne, I figli del fiume giallo, la Cina nelle sue mutazioni degli ultimi venti-trent’anni, il passaggio da un ossificato maoismo in disgregazione al vitalismo di un’economia di mercato selvaggia eppure rigidamente normata dall’alto del partito. Dalla frugalità di un paese povero e integralmente comunista a un paese-continente, sembra suggerirci Jia Zhang-ke, deturpato dal consumismo, dall’ansia produttivistica, da una famelica voracità. Niente di nuovo, tutto già ampiamente visto, compresa l’ambigua nostalgia del regista per quella Cina di una volta povera, oppressa ma a modo suo bella onesta pulita solidale se confrontata all’attuale così ostentatamente volta all’arricchimento individuale. Il sospetto che dietro ai maestosi affreschi di Jia si nascondesse un “si stava meglio quando si stava peggio” l’ho sempre avuto, ed è forse il motivo per cui non sono mai riusciti ad amarlo davvero. Però stavolta, in questa strana operazione che è Caught by the Tides, Catturati dalle maree, mi pare ci sia meno indignazione e un sovrappiù rispetto ai titoli precedenti di malinconia, anche di rassegnazione. Il silenzio della protagonista che attraversa luoghi e vari momenti della Grande Mutazione Cinese solo osservando, è anche, in una certa misura, quello di Jia Zhang-ke che guarda, redige, riporta, ma ormai senza più la speranza che le cose possano cambiare, e senza più nemmeno la rabbia. Un film che ripercorre tutti i precedenti e sembra sigillare, nel doppio senso di chiudere e di imprimere il proprio segno, una lunga stagione del cineasta Jia Zhang-ke, lasciando (forse) intuire per il futuro un altro suo cinema e altre visioni. Rimaniamo in attesa. Intanto cerchiamo di decifrare questo suo episodio conclusivo: dove a connettere i vari materiali, documentaristici o di finzione che siano, ripescati dall’archivio personale dell’autore (ma non solo), c’è una fragile storia d’amore continuamente interrotta, messa in pericolo dalle scelte dei protagonisti e da eventi esterni, eppure a modo suo resistente, attrvaersando quasi 25 anni di storia di Cina contemporanea: dall’inizio del nuovo millennio fino al Covid. Jia ritorna nella città della Cina settentronale, Datong, da lui più volte raccontata, città ex mineraria su cui il cambio politico e soprattutto economico ha lasciato segni profondi. In questo ritorno alle origini ritroviamo anche il personaggio di Qiao Qiao, già apparso in precedenti film di Jia, interpretato (a enfatizzare il segno personale e ipersoggettivo di questo film, quasi autobiografico) dalla moglie e musa del regista, la grande Zhao Tao: la quale all’inizio è una ragazza di provincia ansiosa di emanciparsi da quel mondo piccolo e brutale intraprendendo la carriera di ballerina e cantante. A sostenerla è Bin, piccolo impresario locale che ha riaperto la Casa del popolo trasformandolo in balera e palcoscenico. Tra i due l’intesa è immediata e pure l’amore. Ma è una storia instabile. Bin lascia la città per cercare fortuna in un’altra parte di Cina, Qiao Qiao aspetterà a lungo il suo ritorno, ma nemmeno le sue lettere (o sono telegrammi? scusate non ricordo) avranno mai una risposta da parte di Bin. Finché si decide anche lei a partire, per cercarlo ma anche per tentare la propria fortuna, finalmente. Di più non si può dire. E però questo continuo oscillare della storia tra Qiao e Bin, questo lasciarsi, cercarsi, forse ritrovarsi forse no, dcventa il dispositivo narrativo per Jia Zhang-ke di mostrarci il divenire della Cina nel tempo e nello spzio: dal 2000 a oggi, dalla remota Cina settentrionale a quella esplosiva dell’iperproduttivo Sud Est. In mezzo eventi grandi e minimi: la costruzione della grande diga delle Tre Gole (già sfondo per Still Life, il film che procurò a Venezia il Leone d’oro a Jia catapultandolo al vertice dell’autorialismo), vero spartiacque tra ieri e oggi, le speculazioni edilizie selvagge (e di uno speculatore che se ne scappa dal paese col malloppo rimane vittima anche Bin), le Olimpiadi di Pechino che sanciscono il raggiunto rango da parte del paese di superpotenza, fino al Covid e alle città blindate dai lockdown. Una lunga stagione attraversata da Qiao Qiao in un mutismo inquietante che è la cifra vera di questo film enigmatico. Qiao Qiao che, abbandonati i sogni di successo, finisce a praticare lavori modesti e a ritrovarsi sola, atomo minuscolo nella temperie della Storia. Con una sequenza di dialogo muto tra lei e un robot, a suggerirci che ormai la frenesia sviluppista della Cina ha prodotto un ambiguo territorio trans-umano in cui non è più possibile distinguere l’individuo dalle sue repliche tecnologiche. In una alienazione di oggetto tra gli oggetti che ricorda davvero l’Antionioni più radicale.

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